DELL’UTRI FINISCE LA SUA PENA, INFLITTA PER “REATO DI CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA”, SENZA CHE LA LEGGE LO PREVEDESSE

(Prima parte di due)

ANTEFATTO

NEI PRESSI DEL 1982, DELLA LEGGE ROGNONI LA TORRE….

1.La mafia spara e uccide, ed anche per la omertà del contesto ove vive, raramente se ne scopre l’autore.

D’altronde, la evoluzione sociopolitica del Paese è stata bruscamente interrotta dal“l’affare” Moro.

Altrettanto quella sociogiuridica (penale), dalle leggi eccezionali del “periodo cossighiano”, invero esordiente già da quell’affare.

Senonchè la mafia uccide anche tra poliziotti e magistrati. I cui morti non sono reputati anonimi, come gli altri, perché morti tra “servitori dello Stato”.

E se è (istituzionalmente) accettato che non abbiano esito le indagini sull’omicidio di chiunque, inizia a non esserlo, per nulla, che non lo abbiano sull’omicidio dei predetti.

QUALE IL RIMEDIO?

1.1 Se è ardua, per quanto detto, l’incolpazione del mafioso che uccida, non lo sarebbe quella del mafioso come tale.

Giacchè egli vive in aggregati sociali etnicamente connotati, caratterizzati, folclorizzati, per ciò visibili e captabili.

Quindi sarebbe facile incolpare lui attraverso quelli.

Ovviamente con leggi apposite, che, ad esempio, incriminassero gli aggregati quali “associazioni”.

Ed alle quali, se non si volesse indebolire “la risposta dello Stato”, assegnare pene da omicidio (detentive, in media, per un venticinquennio circa).

D’altronde quando la individuazione del singolo associato non fosse agevole, potrebbe essere aiutata da “testimoni o collaboratori” di giustizia, che adeguatamente remunerati “legalmente” (altrimenti sarebbero “subornati, in violazione di preciso divieto), potrebbero essere officiati, e tenuti in serbo all’occorrenza.

Peraltro, un abbozzo del loro ufficio era stato messo in scena nel “periodo cossighiano”, e l’esperimento si era rivelato proficuo.

DOPO LA LEGGE ROGNONI LA TORRE

2.Fu così, dunque, che, nel 1982, i due maggiori partiti politici (benchè “opposti”: DC, PCI) si allearono in Parlamento per comporre e avviare la legge ”antimafia” Rognoni-La Torre. Che introdotto nel codice il delitto di “associazione di tipo mafioso” (art 416 bis), in effetti cominciò presto a rimediare alle inefficienze indagative dell’omicidio ( o di altro grave reato) del singolo mafioso. D’altronde infliggendo, a questo come tale, pene da omicidio (come si diceva).

2.1 Non fu avvertito, allora (ed ancor meno oggi), il problema della restrizione della (libertà di) esistenza sociale di aggregati pur etnicamente forti, pregnanti e pur individualmente (variamente) delinquenti. Sebbene essa fosse garantita dalla Costituzione (art 18).

Né tanto meno fu avvertito il problema se, quel rimedio, in realtà, fosse antico come Iddio, e assai malvisto (e deplorato) dalla storia del diritto penale (di Pace e di Guerra).

Perchè era il rimedio cui erano ricorse le punizioni collettive, frustrate, quelle individuali, dalla impossibilità (o difficoltà) di “ scoprire il colpevole”.

Rimedio operante anche nella sottoforma (“moderatrice”) della “decimazione” (la punizione di uno su dieci di un gruppo di cento o di mille…).

Rimedii andanti, insieme, sotto il nome di “Responsabilità (intesa come responsabilizzazione) collettiva”, oggi fermamente osteggiati da varie Carte nazionali internazionali sovrannazionali, e con particolare veemenza dalla Costituzione italiana all’art. 27.1, per il quale la “responsabilità penale è personale” .

Tuttavia

2.2 A seguito della “innovazione” strategica suddetta, intere popolazioni “di tipo mafioso” o equivalente (camorristico… ‘ndranghetistico…), poterono essere imprigionate, anche a corrispettivo (surrettizio) di omicidii o di altre delinquenze individuali.

L’apparato di segregazione etnica di quei “tipi” si inorgoglì al punto che, con leggi successive (degradanti efficientisticamente la mafiosità probatoriamente certa alla possibile e perfino alla sospettabile), divennero aggredibili ”i patrimoni”, le “imprese”, le “aziende” . Escludibili, i membri degli aggregati, dalla economia privata e pubblica. O, se inclusi, brutalmente annientabili da confische di ogni avere.

2.2.1 Indi, l’apparato allungò i suoi tentacoli oltre l’isola di Sicilia, nel Meridione campanocalabropugliese prevalentemente, imprigionando interdicendo espropriando, disintegrando il tessuto sociopoliticoeconomico, devastando il compendio umano.

Il disastro, oggi, è nelle statistiche della povertà assoluta e relativa, della disoccupazione, del degrado morale, dell’analfabetismo di andata e di ritorno, della espansione della attività illegale a fine di sopravvivenza.

Dell’immiserimento e dell’immeschinimento d’ogni ordine, fra i più acuti del Globo.

L’IMPENNATA OPPRESSIVA REPRESSIVA DISTRUTTIVA

3. Ai primi anni ‘novanta, gli omicidii (parsi allora) di mafia, teatralmente compiuti in rapida successione, di due magistrati -che col “teorema Buscetta” da loro escogitato poi sperimentato con successo in Corte di Assise (centinaio di ergastoli e centinaia d’anni di pene detentive), per cui il delitto nel “mandamento” mafioso “non poteva non essere” delitto del suo Capo, perché questo “non poteva non sapere” e perché nessuno avrebbe osato commetterlo senza il suo pur tacito assenso…- inasprì quella prima “risposta dello Stato” (a base di “responsabilità collettiva”), sebbene fuori misura (anche storicamente).

Furono istituiti modi di imprigionamento annientativi di ogni facoltà della persona eccetto quella di vegetare (“41 bis”). Istituiti centri nazionali di inquisizione capillare e diretta in ogni parte del territorio, a comando unipersonale (il procuratore nazionale antimafia: ideato da un Ministro "socialista" della Giustizia, e da lui destinato ad uno dei due magistrati sopra ricordati). Furono generalmente incrementate le pene per i delitti (così, inoltre, portandone i tempi di prescrizione anche a mezzo secolo!), e le magistrature le attestarono sui livelli più alti, quando possibile sugli ergastoli.

E, a oltranza, da Cassazione penale, fu preparato l’avvento del “reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso”.

pietro diaz

Segue

Pubblicato in Abutenti, Prima Pagina | Lascia un commento

“ELISA, MI VUOI SPOSARE…”?

Poichè la proposta di matrimonio,   rivolta da taluno sedente in aula ad una tale  sedente  in tribuna (della Camera dei deputati),    non è “esercizio delle  funzioni” per  le quali egli  è lì, essa non godrebbe di immunità penale (ex art 68 della Costituzione); ove fosse reato.

 Perché  non è   “opinione espressa o voto dato”  (appunto) nell’esercizio delle funzioni (pur se l’extravagante proponente  avesse creduto il contrario…).

Essa  non è che teatrale profferta di chi  si è immaginato qualcuno dacchè è  lì (forse uscendo da inconsistenza sociale), rassicurato dalla pletora di (accostumati?)  privilegi che lo ricopre.

E poichè, impudicamente  inscenata  nella più elevata sede della sovranità del popolo, la vilipende (“tenere a vile”, avvilire, insultare, disonorare,   infamare,  offendere…), oltre che deturpamento dell’estetica istituzionale,  costituisce reato.

Precisamente il reato di vilipendio di “Assemblea legislativa”,  in art 290 cp (un delitto “contro la Personalità interna dello Stato”, se mai le enfasi verbali  del codice aiutassero a misurare la portata del fatto…).

Un delitto punito con la pena della reclusione fino a tre anni.

Tuttavia,  ed  invero,  punito così fino a febbraio  2006, allorchè la  pena detentiva  fu degradata a pena pecuniaria.

Ma da quali forze politiche?

Da quelle  coalizzanti Finiani e Bossiani  nel (mentore e promotore e integratore) crogiuolo dei berlusconiani, indefessi assedianti,  i primi, delle istituzioni politiche Resistenziali,  della  Assemblea suddetta, ad esempio.

Forze  miranti a continuare a farlo impunemente (o quasi), in futuro, e ad essere impuni per quanto fatto in passato (la legge penale abrogatrice o mitigatrice è retroattiva):
o debilitando  le pene (come in questo caso), o complicando il reato (con ciò che lo accidentasse: ad esempio il reato di Attentato contro  la Costituzione dello Stato ex art. 283 c.p., complicato, anch’esso a febbraio 2006,  da “atti violenti”  prima non richiesti).

Insomma con manovre di nomoplastica (manipolazione delle  norme) che ingagliardissero  delinquenze politiche future, e immiserissero quelle passate.

Ebbene (ed infatti)

Quale forza politica ha mallevato il corteggiatore fuori sede, l’astruso   pretendente di aula  parlamentare?

La Lega di Bossi,  e successori… appunto

Pubblicato in Abusivi, Prima Pagina | Lascia un commento

ARCELOR MITTAL E LO STATO (DI INCURIA) DELLA POLITICA ITALIANA


1. Chi dubitasse che lo “scudo penale” sia appartenuto fin dall’origine al contratto Arcelor Mittal –ex Ilva e anzitutto chi (del ceto politico giallorosso) lo negasse, potrebbe utilmente leggere quanto riferisce l’Atto di Citazione della prima avverso la seconda, avanzato per avere dal giudice “accertamento e dichiarazione della efficacia del diritto di recesso dal contratto “ o “accertamento e dichiarazione di avvenuta risoluzione del contratto “ per varie cause o altro.

“7. Le vicende relative alla Protezione Legale
7.1 Le circostanze che hanno condotto all’adozione della Protezione Legale
a. Nel 2012, considerando i gravi problemi ambientali esistenti (anche di rilevanza penale), il Giudice per le Indagini Preliminari di Taranto ha disposto il sequestro dell’area a caldo nello stabilimento Ilva di Taranto.
b. Consapevoli dei dirompenti effetti occupazionali e sociali che la conseguente interruzione dell’attività produttiva avrebbe comportato, le competenti istituzioni si sono adoperate per consentirne la prosecuzione nonostante i sequestri e, al contempo, assicurare l’adozione delle misure necessarie a ripristinare la conformità con la normativa ambientale.
c. Nel 2013, la gestione dello stabilimento è stata sottratta al management in carica e affidata a un commissario speciale di nomina governativa.
d. L’andamento economico del Gruppo Ilva si è progressivamente deteriorato sino all’avvio della procedura di amministrazione straordinaria che, fra l’altro, era finalizzata a cedere gli stabilimenti al miglior offerente, al quale sarebbero stati richiesti anche investimenti volti ad adeguarli a tutte le applicabili normative ambientali e di sicurezza (come avvenuto grazie al Contratto).
e. A tal fine, è stata introdotta la Protezione Legale di cui si discute nel presente giudizio. In particolare, l’art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 aveva previsto un “periodo di tutela” durante il quale i Commissari e poi l’aggiudicatario della procedura competitiva avrebbero potuto eseguire il Piano Ambientale senza incorrere in responsabilità penali conseguenti ai problemi ereditati dalle precedenti gestioni (che lo stesso Piano Ambientale era specificamente finalizzato a rimediare). In altri termini, la Protezione Legale costituiva una necessaria tutela per contemperare diversi diritti e interessi di rilevanza costituzionale: fra cui, da un lato, la protezione dell’ambiente, della salute e della sicurezza; dall’altro, le esigenze produttive e i connessi livelli occupazionali.
f. Del resto, nel corso della gestione commissariale, i manager di Ilva sono stati sottoposti a procedimenti penali in relazione a situazioni preesistenti, che non sono sfociati in rinvii a giudizio proprio per effetto della Protezione Legale.
g. Come si chiarirà meglio anche nel successivo paragrafo III. quindi, AM InvestCo ha accettato di partecipare all’Operazione e di stipulare il Contratto proprio nel presupposto e per l’esistenza della Protezione Legale."

2. E chi dubitasse che lo “scudo penale” sia stato, con atto legislativo esterno e contrario ad esso, espunto dal contratto Arcelor Mittal –ex Ilva e anzitutto chi (del ceto politico giallorosso) lo negasse, potrebbe utilmente leggere quanto riferisce l’Atto di Citazione al paragrafo 7.2:

“7.2 Le vicende modificative della Protezione Legale e la Legge Abrogativa
a. A partire dal 30 aprile 2019, la Protezione Legale ha subito diversi interventi normativi contrastanti che la hanno modificata, espunta, reintrodotta e, da ultimo, definitamente eliminata con la Legge Abrogativa dal 3 novembre 2019.
b. Più specificamente, l’art. 46, comma 1, del D. L. n. 34/2019 aveva già introdotto alcune modifiche all’art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 e previsto l’eliminazione della Protezione Legale dal 7 settembre 201916.
c. Il 6 giugno 2019, AM InvestCo ha comunicato alle Concedenti che tale modifica normativa avrebbe avuto effetti dirompenti sul Contratto e che, quindi, avrebbe esperito tutti i rimedi e le azioni disponibili (All. 7). In data 11 giugno 2019, AM InvestCo ha inviato un’analoga comunicazione anche al Ministro dello Sviluppo Economico (All. 8).
d. Da quando hanno appreso che la Protezione Legale avrebbe potuto essere rimossa, numerosi responsabili operativi dello stabilimento di Taranto si sono rifiutati di lavorarvi per> non rischiare di incorrere in responsabilità penale (All. 9).
e. Il 3 settembre 2019, il Governo italiano ha adottato l’art. 14 del D. L. n. 101/2019, ripristinando parzialmente la Protezione Legale.
f. Tuttavia, all’esito di accesi dibattiti istituzionali che si sono susseguiti nei mesi successivi e a cui è stata data ampia eco mediatica (All. 10), la Legge Abrogativa ha soppresso il citato art. 14 del D. L. n. 101/2019 e, così, completamente eliminato la Protezione Legale.
g. Con comunicazione del 4 novembre 2019, quindi, AM InvestCo ha esercitato il diritto di recesso dal Contratto in base al relativo art. 27.5 e, in subordine, il diritto di risolverlo (allegato 2).”.

3. E chi dubitasse della lesione del contratto dagli effetti di quella eliminazione, o chi (del ceto politico giallorosso), arzigogolasse della pretestuosità della incidenza lesiva di quegli effetti sul contratto, potrebbe utilmente leggere quanto riferisce l’Atto di Citazione suddetto, in altro paragrafo di altra sua parte:

” 1. Gli effetti derivanti dall’eliminazione della Protezione Legale:
1.1 Il recesso ex art. 27.5 del Contratto
a. In base all’art. 27.5 del Contratto, appositamente introdotto con la modifica del 14 settembre 2018, “l’Affittuario […], ha il diritto di receder[vi] […] qualora un provvedimento legislativo” comporti:
- “l’annullamento in parte qua” del DPCM che ha approvato il Piano Ambientale in maniera “tale da rendere impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto”; oppure
- “modifiche al Piano Ambientale […] che rendano non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il Piano Industriale” (allegato 1).
b. L’eliminazione della Protezione Legale integra certamente una modifica al Piano Ambientale che rende “non più realizzabile” il Piano Industriale oltre che “impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto”.
c. Come notato, infatti, l’eliminazione della Protezione Legale impedisce persino di attuare il Piano Ambientale secondo le relative scadenze.
Dato che il Piano Ambientale costitutiva il presupposto del Piano Industriale (a cui era indissolubilmente legato), l’abrogazione della Protezione Legale:
- impedisce di svolgere l’attività produttiva nello stabilimento di Taranto;
- ne compromette irrimediabilmente, quindi, la gestione.
d. Tra l’altro, è divenuto impossibile gestire lo stabilimento di Taranto in conformità al Piano Ambientale e in esecuzione del Piano Industriale perché le attrici sono esposte a intollerabili rischi di responsabilità penali conseguenti ai problemi causati dalla precedente gestione (che avrebbero dovuto essere risolti proprio mediante l’attuazione dello stesso, concordato, Piano Ambientale).
e. Per queste ragioni, come comunicato nella lettera in data 4 novembre 2019, le attrici hanno avviato le necessarie operazioni finalizzate all’ordinata e graduale sospensione delle attività produttive negli impianti dello stabilimento di Taranto, iniziando dall’area a caldo, anche considerando che numerosi responsabili operativi si rifiutano di lavorarvi per non rischiare di incorrere in responsabilità penale (allegati 2 e 9).
f. Le autorevoli dichiarazioni di esponenti del potere legislativo ed esecutivo confermano che la Legge Abrogativa ha lo scopo o almeno l’effetto di interrompere l’attività produttiva nello stabilimento di Taranto (All. 28). Anche l’Ordine del Giorno G14.500, approvato dalle Commissioni Riunite del Senato il 21 ottobre 2019, mette in diretta relazione l’eliminazione della Protezione Legale con la richiesta al Governo italiano di garantire l’adozione di modalità produttive orientate alla decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto (All. 29). Ciò conferma che la scelta legislativa di eliminare la Protezione Legale è stata assunta nella piena consapevolezza della conseguente, necessaria ed inevitabile chiusura dell’area a caldo nonché “riconversione e riqualificazione industriale” dello stabilimento.
g. Insomma, è evidente che sia stata compiuta, per via legislativa, una consapevole scelta volta al superamento del Piano Ambientale e del Piano Industriale, che erano alla base dell’investimento effettuato dalle attrici e del Contratto, concretizzando pienamente i presupposti del diritto di recesso previsto dal richiamato art. 27.5."
"1.3 Lo scioglimento del Contratto per il venir meno di un suo presupposto essenziale (presupposizione)
a. La Protezione Legale ha costituito, sin dall’inizio, un presupposto imprescindibile dell’Operazione: cioè, dalla partecipazione di AM InvestCo alla procedura competitiva fino alla conclusione ed esecuzione del Contratto
b. Ciò è confermato, fra l’altro, dalle molteplici e concordanti circostanze di seguito descritte nonché dalle recenti dichiarazioni dell’ex Ministro dello sviluppo economico (On. Carlo Calenda), che, in tale veste, ha diretto la negoziazione del Contratto e che definisce la Protezione Legale come “una delle condizioni” (All. 30).
c. Fin dall’offerta definitiva presentata il 6 marzo 2017, AM InvestCo ha chiesto che fosse eliminata l’apparente incongruenza tra il termine di vigenza della Protezione Legale e la durata del Piano Ambientale23: ha chiesto, cioè, di confermare che la Protezione Legale sarebbe rimasta in vigore fino al termine previsto per l’integrale esecuzione del Piano Ambientale (23agosto 2023; All. 31).
d. I Commissari quindi si sono contrattualmente impegnati a chiedere al Ministero dello Sviluppo Economico di ottenere un parere dall’Avvocatura dello Stato per confermare che tali termini coincidessero; ossia, per confermare che AM InvestCo avrebbe potuto contare sulla Protezione Legale durante l’esecuzione del Contratto, fino al completamento del Piano Ambientale (Nota 23: In base all’ultimo paragrafo dell’art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015, la Protezione Legale si sarebbe applicata per “un periodo […] non superiore ai diciotto mesi decorrenti dalla data di entrata in vigore del” DPCM che ha approvato il Piano Ambientale. Invece, il termine per l’ultimo adempimento previsto dal Piano Ambientale era fissato al 23 agosto 2023. Nota 24: Prima del closing, in due occasioni, l’Avvocatura dello Stato ha effettivamente confermato che la durata della Protezione Legale si sarebbe estesa fino al completamento del Piano Ambientale (All.ti 32 e 33)).
e. Insomma, come indicato fin dall’offerta definitiva e chiarito anche nell’art. 25.9 del Contratto, la Protezione Legale ne costituiva un presupposto essenziale in mancanza del quale AM InvestCo non avrebbe partecipato all’Operazione e instaurato il rapporto contrattuale avente ad oggetto l’attività produttiva dello stabilimento di Taranto.
f. Del resto, il sinallagma e l’intero contenuto del Contratto poggiano sul presupposto che AM InvestCo avrebbe potuto continuare a gestire i Rami d’Azienda nella stessa situazione giuridica (con la Protezione Legale) di cui avevano beneficiato i Commissari nel periodo di loro gestione.
g. Infatti, il Contratto prevede che il Piano Ambientale (e, dunque, il risanamento degli impianti) avrebbero dovuto essere eseguiti durante il periodo dell’affitto e contestualmente all’esercizio dell’attività produttiva. Ciò presuppone necessariamente la Protezione Legale, di cui hanno usufruito i Commissari durante la loro gestione e che era proprio finalizzata a consentire che l’esercizio degli impianti, parallelamente all’esecuzione del Piano Ambientale26, sarebbe rimasto inalterato dopo il subentro dell’affittuario nella gestione.
Cfr. l’art. 25.9 del Contratto: “Le Concedenti si impegnano a formulare, nei 15 (quindici) Giorni Lavorativi successivi alla sottoscrizione del presente Contratto, una richiesta al Ministero dello Sviluppo Economico affinché il medesimo Ministero richieda all’Avvocatura dello Stato un parere in merito alla corretta interpretazione della modifica all’articolo 2, comma 6, del decreto legge 5 gennaio 2016, n. 1, introdotta dal decreto legge 30 dicembre 2016, n. 244, convertito in legge 27 febbraio 2017, n. 19 in ordine alla estensione temporale delle esenzioni ivi previste” (allegato 1).
La prima, in data 18 settembre 2017, quando l’Avvocatura dello Stato ha reso il parere richiesto in base all’art. 25.9 del Contratto; la seconda, il 21 agosto 2018, in risposta a uno specifico quesito che il Ministero dello Sviluppo Economico aveva formulato sul punto, nel contesto del procedimento di autotutela per l’eventuale annullamento del decreto di aggiudicazione (poi conclusosi con la conferma di quest’ultimo in data 7 settembre>2018).
h. Pertanto, in subordine rispetto alle domande precedenti, si chiede all’Ecc.mo Tribunale di accertare e dichiarare che il Contratto si è sciolto perché è venuto meno un suo presupposto essenziale."

3.1 Dunque l’eliminazione, a contratto in corso, della Protezione Legale lo ha certo (gravemente) leso, fino a permettere azione di recesso e azione di risoluzione. Della Protezione è’ utile richiamare qui le formulazioni susseguitesi, esposte in Note dello stesso Atto di Citazione:
"(15) Nella formulazione in vigore all’epoca della procedura competitiva, l’art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 prevedeva che le condotte tenute in esecuzione del Piano Ambientale dai Commissari, dall’affittuario (e acquirente) dello stabilimento di Taranto e dalle persone delegate da questi ultimi non potessero “dare luogo a responsabilità penale o amministrativa” in materia ambientale, di salute e incolumità pubblica e sicurezza sul lavoro. Più specificamente, la norma prevedeva che la “osservanza delle disposizioni contenute nel Piano di cui al D.P.C.M. 14 marzo 2014, nei termini previsti dai commi 4 e 5 del presente articolo, equivale all’adozione ed efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione, previsti dall’articolo 6 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, ai fini della valutazione delle condotte strettamente connesse all’attuazione dell’A.I.A. e delle altre norme a tutela dell’ambiente, della salute e dell’incolumità pubblica. Le condotte poste in essere in attuazione del Piano di cui al periodo precedente non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro. Per quanto attiene all’affittuario o acquirente e ai soggetti funzionalmente da questi delegati, la disciplina di cui al periodo precedente si applica con riferimento alle condotte poste in essere fino alla scadenza del 30 giugno 2017 prevista dal terzo periodo del comma 5 ovvero per un periodo ulteriore non superiore ai diciotto mesi decorrenti dalla data di entrata in vigore del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di approvazione delle modifiche del Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria secondo quanto ivi stabilito a norma del comma 5”.”
"(16) l’art. 46, comma 1, del D. L. n. 34/2019 aveva già introdotto alcune modifiche all’art. 2, comma 6, del D. L. n. 1/2015 e previsto l’eliminazione della Protezione Legale dal 7 settembre 201916.
La norma così disponeva: “L’osservanza delle disposizioni contenute nel Piano Ambientale di cui al D.P.C.M. 14 marzo 2014, come modificato e integrato con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 settembre 2017, equivale all’adozione ed efficace attuazione dei modelli d organizzazione e gestione, previsti dall’articolo 6 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, ai fini della valutazione delle condotte strettamente connesse all’attuazione dell’A.I.A. Le condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale di cui al periodo precedente, nel rispetto dei termini e delle modalità ivi stabiliti, non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale. La disciplina di cui al periodo precedente si applica con riferimento alle condotte poste in essere fino al 6 settembre 2019”.
Da ultimo, come sopra visto, la Protezione Legale è stata definitivamente eliminata con la Legge Abrogativa del 3 novembre 2019, che ha soppresso il citato (sopra in espositiva) art. 14 del D. L. n. 101/2019

ORBENE

4. Avrebbe potuto, la Protezione Legale , perseguire una differente strategia giuridica, che aprisse ad una prospettiva penalistica, a parte quella contrattuale, adeguatamente attrezzata?

Cioè, si sarebbe potuto porre al riparo Arcelor Mittal (e chiunque altro nelle sua situazione) da accuse penali per la posizione in cui fosse o per quanto facesse nell’esercizio della azienda?

IN TEMA DI REATO PERMANENTE (per cui, “chi ci metta il dito ci lascia il braccio…”)

5. Insistevano o incombevano, in ex Ilva, offese (giuridiche) in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro, venienti da lontano, assumenti forme di reato e permanenti nel tempo.

Cioè sussistevano “reati permanenti”. quelli che, oltre ad un’azione esecutiva (faccio una discarica non autorizzata) hanno la protrazione di essa nel tempo, una azione (anche eventualmente negativa: per “omissione”) continuativa della precedente.

E come, in essi, è offensiva (dei beni suddetti) la prima, allo stesso modo è offensiva la seconda.

5.1 Il reato, inoltre, è definito permanente non solo perché, come si diceva, l’azione esecutiva non è istantanea o momentanea e dura nel tempo, ma anche per segnalare che, se l’azione che la protrae cessasse, cesserebbe il reato.

Cioè per segnalare che è reato permanente quello la cui offesa, anziché irreversibile (come nell’omicidio nello stupro nella la rapina nel furto) è reversibile.

E lo è grazie ad una azione uguale e contraria alla precedente (realizzo una discarica indi la rimuovo). Dove l’offesa cessa con la azione che la sostiene, cessa per azione inversa a quella che la sostiene, e cessando, i beni offesi sono ( e purchè siano) reintegrati, tornano come erano prima dell'azione esecutiva.

5.2 D’altro canto, nel reato permanente, tanto chi esegua l’azione quanto chi la protragga (se non si identificassero) ne è responsabile. Allo stesso modo lo è chi intervenga durante l’esecuzione o durante la protrazione.

Ebbene

6. Questa era la posizione di Arcelor Mittal all’avvento alla gestione degli impianti. Essa si situava in una congerie di reati non in fase di esecuzione ma di protrazione di essa.

E poiché, per l’istintivo detto (in paragrafo) per il quale chi metta un dito nella seconda fase (al pari di chi lo metta nella prima fase), ci lascia il braccio, si escogitò impulsivamente di contrattare e legiferare la Protezione Legale per chi, assumendosi l’onere (retribuito) della gestione delle aziende, se ne accollasse il risanamento (d’altronde inattuabile senza esercizio aziendale).

7. Disinvolti assertori della insussistenza o della irrilevanza contrattuale dello “scudo penale”, oltre che della pretestuosità della decisione di recesso e di risoluzione di Arcelor Mittal, hanno sostenuto che la sua abolizione per volontà del governo gialloverde (lo ha fatto da Gruber –a “Otto e Mezzo”- anche Carofiglio, lo “scrittore” già pubblico ministero), , era giuridicamente doverosa, perche' le leggi sarebbero “generali ed astratte”, non già particolari e concrete.

Evidentemente trascurando, costoro, che le fonti giuridiche conoscono leggi non solo “temporanee” (lo è, d’altronde, quella di cui si parla, scadente, nella edizione originaria, nell’anno 2023, quindi a settembre 2019: vd sopra in espositiva …), ma anche leggi “eccezionali”, tutte di origine casistica (particolare e concreta). E conoscono inoltre (ahinoi!) la decretazione governativa dei “casi straordinari di necessità e di urgenza” (art 77.2 cost.), perfino testualmente originante da casi.

7.1 Altrettanto disinvolti congetturatori del diritto hanno concepito:

Il Gip a Taranto, che la Protezione Legale sarebbe una “scriminante speciale”. Con ciò ovviamente implicando che sia commesso reato e che il commettente non sia punibile. Ma che Arcelor Mittal commetta reato è discutibile (vd. dopo)

Il Cinquestelle Lezzi, che, la Protezione Legale, sarebbe una “scriminante comune”, quella in art 51 cp, dell’adempimento del dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità.

Ma a parte l’obiezione appena fatta, poiché la scriminante preesiste al 2015, anno di esordio della Protezione Legale, perché questa sarebbe stata prevista?

Oltre al rilievo che non si vede adempimento di (quel) dovere in chi contratti la gestione di una azienda e ne assuma gli obblighi relativi, perché adempirebbe questi, contrattuali, non doveri derivanti da norma giuridica od ordine della autorità.

7.2 Mentre ad alcuno è venuto in mente, nemmeno al tempo della concertazione della Protezione Legale (vd sub 3.1), che in base a quanto sopra premesso sul reato permanente, essa (Protezione) avrebbe potuto avere differenti cadenze organizzative. Che avrebbero portato alla superfluità della sua legiferazione, quando si fosse rilevato intepretativamente , riprendendo l'esempio della discarica, che, se è reato agire per la sua protrazione, non è reato i controagire, se si agisca all’inverso, rimuovendo la discarica a risanando il contesto…. .

Esattamente il tipo di azione descritto nel Piano Ambientale come legittima e doverosa, un piano di reazione alla permanente offesa (dei beni suddetti), in vista della sua riduzione ed elisione.

Il tipo di azione non concorrente alla protrazione del reato, di azione che “non commette il reato”.

8. Dove, in conclusione, il Piano Ambientale, eventualmente, avrebbe potuto assumere la funzione di chiarificazione della previsione contrattuale delle attività e delle attese della parti, la funzione di concerto d’esse, senza escludere, ove opportuna, la partecipazione consultiva della Avvocatura dello Stato, se non direttamente quella, sempre consultiva, della Procura della repubblica competente.

Pubblicato in Abusivi, Prima Pagina | Lascia un commento

CAPRISTO PROCURATORE A TARANTO, ARCELOR MITTAL, “ ILVA”…


Nel corso delle indagini per l'incendio del celebre teatro Petruzzelli in Bari, la sorte di un accusato sta nel verbo di un testimone.
Che tuttavia è morente.
Lo interroga un magistrato, che non riesce ad avere risposta ne' orale ne' scritta.

1.Oralità o scrittura e lingua (alfabetica) italiana, della risposta, sono forme intuitivamente immancabili della “dichiarazione” del testimone.
Esse comunque si traggono dalla procedura, per la quale. gli atti del processo hanno lingua italiana (art 109).
E per la quale (argomentativamente), ove il teste sia sordo la domanda gli e' rivolta per scritto e la risposta e' data oralmente . Ove il teste sia muto, la domanda gli e' rivolta oralmente e la risposta e' data per scritto (art 119).

1.1 Perciò, la dichiarazione del testimone espressa in altre forme e' proceduralmente inefficiente.

1.2 Peraltro, sempre secondo la procedura, ove il testimone (quello del caso è morente) sia incapace (fisiopsichicamente) di emettere una dichiarazione, e' vietato avviarne l’audizione (art 196).

MA IN DISPREGIO DI CIO’

2. Quel magistrato ne avvia l’audizione, e constatata l’inacquisibilità di una dichiarazione orale o scritta in lingua alfabetica, anziché desistere, si intrattiene col testimone, ed affermando di avere percepito, mentre incidentalmente nomina l’accusato, un'assenziente “occhiata” del moribondo, la mette a verbale ….

2.1 Poi aggrava il dispregio, giacchè, se egli solo avrebbe percepito l’”occhiata” ed egli solo ne sarebbe stato testimone, egli indossa la doppia veste di procuratore-testimone, contro il (drastico) divieto di cui all’ art. 197 cpp..

E DOPO CIO’

3. Con un’accusa siffatta e siccomposta, porterà a giudizio l’accusato, e, da un giudice verosimilmente consono, ne otterrà condanna. Va comunque aggiunto che, il malcapitato, sarà assolto in appello!

IL NOME DI QUEL MAGISTRATO?

Capristo.

4. Il quale nondimeno, per quanto se ne sa, potrebbe essere omonimo del procuratore a Taranto che ( a come riferiscono le prime cronache), su Arcelor Mittal, ha concepito (oltre altro):

che nell’uso dei “mezzi produzione” industriali (forni, materie prime) la società avrebbe compiuto ( o sarebbe per compiere, con l’annunciato spegnimento dei forni) "distruzione” di essi. La condotta vietata dall’art 499 del codice penale, con la quale il suo artefice politico, B.Mussolini, si propose di tenere a bada, niente di meno, i sabotaggi (ostili al regime) propriamente clastici, devastatori, demolitori!

Neppure immaginabili in specie.

Anche perché “distruzione” ha nozione penale specifica, non ravvisabile in condotte prossime (di menomazione deterioramento trasformazione mutamento di destinazione, semplice danneggiamento etc).

E per ciò invariabilmente contiene sabotaggio.

QUINDI

5. Per quanto visto, è verosimile che Arcelor Mitta speri vivamente che il Capristo che la persegue, sia solo omonimo di quello del “caso Petruzzelli”.

5.1 E che l’addebito di “distruzione” rivoltole non sia preavviso simbolico della sorte che la attende.

Ma anche “Ilva”, a ben vedere socioeconomicamente, è verosimile che speri altrettanto ….

Pubblicato in Abutenti, Prima Pagina | Lascia un commento

GOLDEN POWER (potere speciale) A CONTE? MA SALVINI DIVERGE. Semiologia di una fattura per 15000 euro.., del 14 di maggio 2018.

1.Athena Global Opportunities, un fondo di investimento gestito da R. Mincione, finanziato, egli ha riferito, dalla Segreteria di Stato Vaticana (con 200 milioni di dollari), tramite il fondo FIBER 4.0, che controlla, mira alla governance di Retelit SPA, una società italiana di telecomunicazioni ( uno dei principali operatori italiani di servizi digitali e infrastrutture, che dall’anno 2000 è quotata alla Borsa di Milano, e la cui fibra ottica si sviluppa per oltre 12.500 chilometri, e si estende oltre i confini nazionali).

Ma alla assemblea dei soci del 27 aprile 2018, la maggioranza azionaria di Retelit, costituita dalla (tedesca) Shareholder Vale Management e da Libyan Post Telecommunications information TechnologCompany, conferma la precedente governance ed il suo management.

2. A quanto pare, Fiber interessa della questione, subito, il Governo (allora ancora “Gentiloni”) per l'eventuale esercizio del Golden Power ( il potere di intervento governativo su vicende di società con “attivi” aventi importanza strategica, in specie nel settore delle Comunicazioni). Sempre a quanto pare, senza dare seguito.

Frattanto.

3. Dopo l’esito elettorale del 4 marzo, fervono trattative per la formazione del Governo fra M5S e Lega, che intendono affidare il ruolo di “primo ministro” ad “un terzo”, subito identificato nel prof avv Giuseppe Conte. Certamente identificato in lui , perché “portato” dal M5S A. Bonafede, che ne è stato collaboratore presso la cattedra fiorentina di diritto privato (collaborazione durante la quale, costui, ha conseguito il dottorato di ricerca - in altra Universita- e superato il concorso di avvocato...).

3.1 La formazione del governo ha il suo tempo, che finirà il 31 maggio 2018.

Ma già il 14 di maggio i capi dei due partiti possono diffondere che essa è a buon punto..

Il 17 di maggio riferiscono al Presidente della Repubblica che al "contratto di Governo" mancano i ritocchi.

Il 22 di maggio gli “propongono” Conte quale Presidente del Consiglio dei ministri.

IL 23 di maggio costui ha, dal PdR, l’incarico, e in pubblico discorso, dice (fra l’altro) “ Il contratto su cui si fonda questa esperienza di governo, a cui anche io ho dato il mio contributo…” (cioè attesta la propria partecipazione all’intera trattativa).

Il 24 di maggio egli intensifica le consultazioni.

Il 27 di maggio la procedura si intoppa (perché il PdR non vuol saperne di Savona ministro economico. E M5S e altri, di rimando, gli minacceranno impeachement…);

Dopo altro incarico, di formazione del Governo, a Cottarelli che non riesce, è reincaricato Conte, che il 31 di maggio riesce, e, con i ministri, giurerà, il 1 di giugno.

3.2 Dunque Conte, nel corso dell’intero procedimento, è il formatore del Governo ed il suo (probabile) presidente.

4. Appena sette giorni dopo il giuramento, il Governo, posta all’ordine del giorno la questione Retelit, emetterà un decreto (vd dopo), che Retelit, dal suo canto, impugnerà.

5. Ma da talune inchieste giornalistiche (La Repubblica già quel Maggio, poi L’Espresso, poi Financial Times), spunta che il giorno 14 di maggio 2018 (quello surriferito, allorchè i capi dei due partiti annunciarono d’essere prossimi al “contratto di governo”), l’avvocato G Conte ha indirizzato una fattura professionale a Fiber 4.0 , per un valore “a saldo” di euro 15000 (oltre spese generali….), dicente:

«Saldo dei compensi per la redazione del parere sulla valutazione dell’assunzione, da parte di Libyan Post Telecommunications information Technology Company, del controllo su Retelit Spa all’esito dell’assemblea del 27 aprile 2018 e sulla eventuale violazione degli obblighi stabiliti in materia di golden power».

5.1 Mentre il parere ha asserito che il voto degli azionisti «poteva essere annullato se Retelit fosse stata collocata sotto le regole del golden power, che permettono al governo italiano di stoppare (sic) il controllo straniero di compagnie considerati (sic) strategiche a livello nazionale».

Orbene:

5.2 il parere fu usato col Governo Gentiloni, allora munito del golden power?

No ?

Quindi perché fu chiesto?

E perché fu emesso?

E, dato lo schema dell'esercizio del potere suddetto (L. n. 56 2012, L. n. 172 2017) , per cui la società comunica quanto faccia al Governo, che ha un termine per fare a sua volta. Schema che, quindi, ha per parti (formali) esclusivamente gli anzidetti:

perché Fiber, estranea ad esso, ha chiesto un parere inutilizzabile (e inutilizzato), per di più' , dal contenuto ovvio, giacchè ripetitivo del dato legislativo (la collocazione di un agire della società in area economicamente strategica, apre all’intervento del Governo…)?

E perché Conte ha accettato di emetterlo?

Forse, Fiber, ha inteso raggiungere il (probabilmente) venturo capo del Governo (non quello allora in carica!) che, e affinché, deliberasse su Retelit?

Forse Conte per ciò si è fatto trovare?

Per una intesa (strettamente congetturando, ovviamente) che portasse ad assecondare le mire grandimprenditoriali del Vaticano?

D'altronde, Conte dirà (vd dopo) che neppure conobbe Mincione, e questi dirà altrettanto, di Conte.

Quindi, chi li ha fatti incontrare, per una prestazione inutilizzata?

5.2.1 Gli interrogativi, per di più, li accredita ed acuisce il fatto che “il parere” sia stato saldato il 14 maggio, quando la formazione del Governo fu detta probabile, e otto giorni prima che Conte fosse presidente incaricato e diciassette giorni prima che fosse presidente del Consiglio dei Ministri.

Cioe', che fosse pubblico ufficiale, che chiedendo e ottenendo quanto in fattura, avrebbe potuto disciogliere un rapporto professionale in “intelligenza” a rischio di reita' (anche per Mincione…), oggi rinomata.

Tanto più che, il rischio, pare essere stato da lui colto, se, per scongiurarlo, richiamerà (vd dopo) esattamente l'antecedenza del rapporto all' incarico governativo.

6. Il sette di giugno Conte è in Canada. Non è in Roma- Palazzo Chigi, dove il Consiglio dei ministri esercita il “potere speciale” sulla faccenda Retelit. E' altrove, in latino “alibi” (“nec hic nec ibi sed alibi..”: “nè qui né lì ma altrove…”), parola che consona a quanto pocanzi ipotizzato.

Di fatti egli accampa:

6.1 “Nei primi giorni del maggio 2018 (appunto! ndr) l’allora avvocato Conte ha ricevuto dalla società Fiber 4.0 l’incarico di scrivere un parere pro veritate circa il possibile esercizio, da parte del governo, dei poteri di golden power nei confronti della società Retelit. In quel momento, ovviamente (sic) , nessuno poteva immaginare (sic) che, poche settimane dopo, un governo presieduto dallo stesso Conte sarebbe stato chiamato a pronunciarsi proprio sulla specifica questione oggetto del parere" (sic).

Aggiunge che, egli, non ha partecipato al Cdm del 7 giugno 2018, “astenendosi formalmente e sostanzialmente da qualunque valutazione (ma non aveva emesso un parere in tema? ndr) . " Si fa presente che in quell’occasione il presidente Conte era impegnato in Canada per il G7. Pertanto non esiste (sic) nessun conflitto di interesse, rischio questo (sic: il conflitto è un rischio? ndr ) che peraltro era già stato paventato all’epoca da alcuni quotidiani” .

Ma se Conte era altrove, cioè' assente dal CdM, come avrebbe potuto “astenersi” (ciò che implica presenza)?!

E comunque, se si fosse astenuto, non lo avrebbe fatto proprio perché in (potenziale o attuale) conflitto di interessi ( che la astensione ha quale causa tipica)?!

Prosegue il suddetto ( si noti, parla di sé in terza persona...):

“Conte ha reso solo un parere legale e non era a conoscenza e non era tenuto a conoscere il fatto che alcuni investitori facessero riferimento ad un fondo di investimento sostenuto dal Vaticano e oggi al centro di un’indagine” .

Quindi, nella sua condizione di probabile presidente del nuovo Cdm, avrebbe dato un parere “pro veritate”, riguardante quel CdM, ad uno sconosciuto?!

«Confido che questi chiarimenti forniti all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato dal premier Giuseppe Conte su fondo cui avrebbe lavorato in qualità di avvocato, e finito nelle ultime ore al centro di un’inchiesta del Financial Times, consentano di dissipare qualsiasi dubbio sulla mia persona quanto a presunti conflitti di interesse o a legami con il fondo di investimento indagato in Vaticano» (si noti, ora parla di sé, contestualmente, anche in prima persona... ).

E aggiunge «è stata affrontata anche dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, istituzionalmente deputata, nel nostro ordinamento, a vigilare anche sulle ipotesi di conflitto di interesse» (che quindi vi sarebbe stato?!). Alla quale egli avrebbe fornito le informazioni richieste, «unitamente ai necessari riscontri documentali, dimostrando in particolar modo la mia astensione (formale e sostanziale) a qualsiasi decisione relativa a Retelit, e ribadendo di non aver mai conosciuto o avuto contatti con i vertici societari di Fiber 4.0 (e specificamente con il sig. Mincione)» (sic).

E richiama la lettera del 24 gennaio scorso del Segretario Generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato dicente: M «alla luce dei riscontri da me offerti (dice lui o la lettera?) l’Autorità, nella sua adunanza del 23 gennaio 2019, ha ritenuto di non avviare alcun procedimento ai sensi della legge 20 luglio 2004, n. 215, non ritenendo sussistenti i presupposti per l’applicazione della legge".

Sic!

Comunque sia

7. Quel 7 di giugno, il Cdm non "stoppera' (vd sopra il parere di Conte) l’attività di controllo della governance e del management su Retelit.Deliberato di esercitare la golden power, la confermerà: “con riferimento alla modifica della governance di Retelit derivante dall’assemblea dei soci del 27 aprile 2018…, mediante l’imposizione di prescrizioni e condizioni volte a salvaguardare le attività strategiche della società nel settore delle comunicazioni”.

8. Salvini in tema ha scagliato:

“Domani il primo giornale che leggerà il presidente del Consiglio sarà il Corriere dell’Umbria, ma il secondo sarà il Financial Times… Qualcuno a Palazzo Chigi, dovessero essere confermati questi dati, dovrebbe sentirsi abusivo”.

E : «Se il Financial Times l’ha tirato fuori, ci saranno degli elementi e qualcuno indagherà». «Conte dovrebbe riferire in Parlamento, anche senza che la Lega glielo chieda. Se un giornale autorevole come il Financial Time ipotizza dubbi, ombre o conflitti di interesse, mi aspetto che il presidente del Consiglio corra a riferire in Parlamento. Se non ritenesse di farlo lui, da oggi stesso glielo chiederemo noi»,?

Lo ha fatto anche perché, egli presidente il 7 di giugno, il CdM non ha “stoppato” la governance di Retelit?

Pubblicato in Abusivi, Prima Pagina | Lascia un commento

IN UMBRIA: UNA DESTRA HA VINTO, UN’ALTRA HA PERSO?

Se fosse teorizzabile in premessa (tutta da verificare e discutere, ovviamente) che:

1.Sia Destra la forza sociopolitica collettiva che fondi o incrementi potestà, sociali e istituzionali, di sottomissione o di subordinazione economica etica etnica religiosa politica, culturale…. delle genti.

O che mantenga potestà di gestione e di conservazione degli stati di sottomissione o di subordinazione, individuali e collettivi, derivanti.

O che riduca o rimuova potestà di emancipazione dalla sottomissione e dalla subordinazione.

1.1 Sia Sinistra la forza sociopolitica collettiva che riduca o rimuova, che comunque combatta, quelle potestà.

O che fondi o incrementi le potestà di emancipazione dalla sottomissione e dalla subordinazione.

2. Se d’altronde si assumesse che le attuali Forze di governo, in coalizione dapprima gialloverde quindi giallorossa, abbiano fondato o incrementato nuove potestà di sottomissione o di subordinazione o di gestione di queste.

Che l’abbiano fatto per esempio

(la prima coalizione):

con la lotta statale alla “immigrazione clandestina”, giuridicamente illecita, artificialmente liceizzata da fraudolente “decretazioni d’urgenza”.

Con la lotta sociale ai “topi di appartamento”, mediante attribuzione ai privati di facoltà d’uso, pressochè incondizionato, di armi letali, dette di “legittima difesa”.

( la seconda coalizione):

Con la menomazione del potere politico (generale e particolare) del Parlamento, ad incremento (squilibrato) di ogni altro potere costituzionale.

2.1 O si assumesse che, la seconda coalizione, abbia mantenuto, non rimuovendole, le potesta di gestione e di conservazione della lotta statale alla “immigrazione clandestina”, giuridicamente illecita. Ad esempio:

i “decreti Salvini”.

Il memorandum antimmigrazione con La Libia, col suo seguito di imprigionamenti di torture di stragi (anche solo conseguenziali) di annientamenti di innocenti.

2.2 E quindi si assumesse che, quelle Forze, hanno esclusivamente gestito e conservato la sottomissione e la subordinazione economica etica etnica religiosa politica, culturale….delle genti.

Non altro, non di più.

Se non simulazioni di moto evolutivo (“ammuine”) , che quelle coalizioni, autoconservativamente, con abile demagogia hanno inscenato.

Allora:

3. quelle Forze sarebbero Destra. Non potrebbero essere Sinistra.

3.1 D’altronde sono state in piena correlazione:

Lega ha governato con Cinquestelle e viceversa.

Cinquestelle ha governato con PD, Leu, Art 21 e viceversa.

Tali correlatività ( e corrispettività) al governo, che assimilano politicamente le componenti dei singoli governi, assimilano anche quelle che insieme non hanno governato ( “verdi” e “rossi”).

Quali Destra ovviamente.

pietro diaz

Pubblicato in Abutenti, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

CASO BOSCHI- BANCA ETRURIA IL PROCURATORE ROSSI ED I SUOI INCARICHI GOVERNATIVI

1.Il Csm (consiglio superiore della magistratura) non ha confermato l’incarico di  procuratore di Arezzo al dr.  Roberto Rossi, a giudizio  per essersi assegnato ed avere trattato il fascicolo penale sul fallimento di  Banca Etruria,  pur essendo consulente al Dipartimento affari giuridici e legislativi presso la presidenza del Consiglio dei Ministri (allora Renzi),  ministro delle Riforme M. E.  Boschi, indagato  (in quel processo o in altro limitrofo) il suo genitore Pier Luigi,  vicepresidente della Banca.

Secondo la Commissione (relatore Davigo), Rossi avrebbe compromesso «il requisito dell'indipendenza da impropri condizionamenti», almeno «sotto il profilo dell'immagine».
E ciò  per aver proseguito l'incarico extragiudiziario di consulenza  che gli era stato conferito con il governo Letta e confermato dal successivo esecutivo, anche dopo l'apertura dell'indagine suddetta (cronaca di GM Jacobazzi su IL Dubbio 23 10 19).

2. La Consiliatura precedente aveva  escluso ogni irregolarità nella trattazione del fascicolo e nei rapporti con i Boschi.
«Allo stato non ci sono gli estremi per l'apertura di una pratica per incompatibilità ambientale o funzionale: abbiamo ascoltato un magistrato sereno che dà prova di imparzialità», disse verso la fine del 2015 l’allora presidente della Prima commissione del Csm, il laico montiano Renato Balduzzi.
Secondo costui, Rossi aveva risposto ' in modo convincente ed esauriente' a tutte le domande, «manifestando la disponibilità a chiarire tutti gli aspetti sia sull'incarico di consulenza sia sulle indagini in essere. Ed anche manifestando serenità, imparzialità ed indipendenza rispetto ai procedimenti di cui si occupa» (ancora cronaca Jacobazzi).

3. Rossi in una memoria del procedimento (sub 1) aveva eccepito  «clamoroso e sconcertante travisamento dei fatti», perché avrebbe lasciato il Dipartimento  42 giorni (!) prima del  fallimento della Banca; non vi sarebbe stata “contemporaneita” (verosimilmente non intesa, da lui,   come contestualità…ndr ).

4. E comunque egli avrebbe riscosso  la solidarietà dei colleghi dell’ufficio e dell’avvocatura aretina. Per la quale Piero Melani Graverini (oggi consigliere del Cnf), ha fatto notare come «sia difficile trovare uno con le sue qualità: con lui la porta è sempre aperta, il confronto costante. Cosa può sperare di meglio un avvocato?» (ancora cronaca Jacobazzi).

ORBENE

5. La Commissione  ha addebitato al Procuratore di avere “proseguito” nell’incarico governativo anche durante il processo.

Non  di avere assunto l’incarico governativo, da Procuratore...

5.1   La precedente Commissione aveva financo rilevato “serenità imparzialità indipendenza”,   nell’esercizio del doppio incarico, governativo e magistratuale….

Tanto meno aveva avuto da ridire sulla assunzione del doppio incarico….

5.2 Il personale magistratuale e amministrativo del Tribunale di Arezzo ha plaudito al  doppio incarico ed al modo del suo  esercizio….

E quindi,  come quella Commissione,  non ha avuto da ridire sulla assunzione del doppio incarico…

5.3 Il portavoce del Foro aretino ha  fatto altrettanto, e anzi, servilmente, ha esultato  chè  “la porta (del procuratore ndr ) sia sempre aperta”,  all’avvocato  (dopo avervi bussato, in ansiosa attesa del “passi”? ndr ). E financo (pago se non tronfio della sottomissione), che “l’avvocato  non potrebbe sperare di meglio….”

E quindi, nemmeno il Foro ha avuto da ridire sul doppio incarico….

5.4 E ovviamente non ha  avuto da ridire “la politica”,  che l’incarico ha deliberatamente conferito, in specie quella del  Governo Letta (segretario del PD Renzi,  “sottosegretario” ME Boschi), poi confermata dal Governo Renzi (come detto)…

6. Ma se è comprensibile che la commistione di potere giudiziario e potere politico non  disturbi la magistratura, che  con essa estende il proprio a quello  altrui, particolarmente al potere  legislativo - oggi  pressochè tutta la legislazione penale, gran parte di quella civile, anche per la qualità  degli interessi che tutela (quasi mai dell'utenza, quasi sempre della Istituzione inquirente e giudicante), ha esclusiva origine nelle volontà della  magistratura.). 

6.1 E se è comprensibile  che non disturbi la politica la quale,  incapace di autonomia (e autocoscienza)  per insufficienza culturale, cerca  referenza ( e riferimento)  nella magistratura (oltre che  “competenza”, rifiutata quella della avvocatura e della accademia, oviamente perché prive, queste, del potere  di -illimitata- normatività  sociale).

Comprensibile tutto ciò, si diceva

6.2 E’ incomprensibile, anzi inammissibile,  che, la  commistione,  non disturbi l’avvocatura.
La quale, istituzionalmente  e  socialmente (tanto che è  “elettiva”) preposta alla tutela dell’interesse sociale generale o diffuso, quindi più che mai interessata a combatterla (perché  anticamera della confusione dei poteri costituzionali, che solo la separazione  relativizza in estensione, ne  previene la assolutizzazione), tuttavia non lo fa.  

6.3 E' inaccettabile cioè che la avvocatura non punti, dritta,  alla esclusione  della magistratura da qualunque ambio funzionale non sia il suo (iniziando col  rimuovere  norme -di vario rango- e prassi che eventualmente giustifichino  l’intrusione).

Che essa non abbia,  a primo obbiettivo sociopolitico, che la  “indipendenza da ogni altro potere”, della magistratura,  non implichi  dipendenza di ogni altro potere da essa.

Pietro Diaz

Pubblicato in Abusivi, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

QUANDO D’ALEMA DRIBBLO’ OCALAN, PASSANDO LA PALLA AI PRECURSORI DI ERDOGAN

1.Il 12 novembre 1998, Abdullah Ocalan, leader del PKK, il partito dei lavoratori Curdi militante in Turchia, ricercato dagli organismi (giudiziari e politici) del Paese quale “terrorista”, giunge in Italia provenendo dalla Russia.
E’ accompagnato dal deputato al Parlamento italiano Ramon Mantovani, e chiede asilo politico, ricorrendone le condizioni di cui all’art. 10 della Costituzione, che lo assegna (obbligatoriamente) a colui al quale, nel suo Paese, sia impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche previste da quella Carta (Ocalan, primo difensore politico del popolo curdo oppresso secolarmente dalla Turchia, è per ciò ricercato, con accuse da pena di morte).

A capo del Governo italiano è “la sinistra”, diretta da Massimo D’Alema ( e altri del genere).
E’ un periodo (breve) nel quale la vita civile e democratica pare riossigenarsi, riprendersi dalla ipossia poltica.
Lo segnala il gesto di Ramon Mantovani, deputato di Rifondazione Comunista fino a poco prima partito governativo critico del Comunismo passato, nella intenzione dialettico e liberatorio.

2. Poiché Ocalan è inseguito da un mandato di cattura della autorità giudiziaria, è trattenuto al Celio (una prigione militare), in Roma, per il disbrigo giudiziario della richiesta di estradizione espressa da quella autorità.
E poiché ha richiesto asilo, è in attesa del suo disbrigo amministrativo.

Peraltro, l’estradizione verso un Paese che, per l’accusa di reati politici che la sospinga preveda la pena di morte, non potrebbe essere concessa dall’organo giudiziario italiano, poiché assolutamente vietato dagli artt. 10.4, 26.2 della Costituzione.
Se mai, l’accusato, potrebbe essere processato in Italia.
E inoltre, l’asilo dovrebbe essere concesso, in adempimento dell’obbligo costituzionale suindicato.

Quindi la riossigenazione della vita democratica pare assumere forma e forza giuridica.
E politica, parendo che il Governo, ed il suo Capo (d’altronde “leader maximo”) voglia sbandierarle simbolicamente e pedagogicamente sopra il precedente periodo politico. Parendo quasi che le abbiano concertate.
Tanto più che Ocalan, nelle sue prime interviste, ha annunciato di prefiggersi la soluzione politica (storica) al conflitto Curdo Turco.

3. S’alzano in volo interessati approcci di Stati esteri, alla faccenda.
Oltre la Turchia, Stati Uniti e Israele, ed i loro Servizi.
Ma il diritto italiano è assai chiaro: divieto di estradizione, obbligo di asilo, assoluti.
Tanto che, preoccupato delle more della decisione sul secondo, Luigi Saraceni (fondatore di magistratura democratica e, allora, avvocato) difensore di Ocalan , assumendo l’asilo come “diritto perfetto”, cioè decidibile dalla giurisdizione ordinaria (in specie il Tribunale di Roma) anzichè da organo politico-amministrativo (la apposita Commissione ministeriale), la adisce, e ne ottiene il riconoscimento.

Così Ocalan ha acquisito il diritto di stare nel territorio italiano.
Nessuno potrebbe allontanarlo, per alcuna ragione.
E largo movimento di opinione lo sostiene e assiste.

4. Senonchè, inopinatamente, il 16 gennaio 1999, Ocalan sparisce. Altrettanto inopinatamente D’Alema, interpellato (cronaca di Corriere delle Sera) sul fatto qualche giorno dopo, avrebbe risposto, indispettito “Non so dove sia ora Ocalan, nè mi interessa”.

5. Ci si è potuti interrogare, in seguito, se effettivamente egli non avrebbe saputo, e comunque non sarebbe stato interessato a sapere, nientedimeno che:
Il 16 gennaio 1999 Ocalan si era diretto “spontaneamente” a Nairobi in Kenia,
Li sarebbe stato ospite della ambasciata greca, senza che tuttavia la Grecia concedesse asilo.
Il 15 febbraio 1999, sarebbe stato catturato (rapito), mentre si dirigeva all’aeroporto di Nairobi scortato da alcuni agenti greci, “da un commando del Mossad”.
Il Servizio israeliano lo avrebbe ceduto ai Servizi turchi.
Condotto in Turchia, sarebbe stato rinchiuso nel carcere di massima sicurezza dell’isola di Imrali.
Li sarebbe stato condannato alla pena di morte per atti di terrorismo (pena che, tuttavia, il Presidente turco Ecevit sospese, ad evitare inimmaginabili livelli di detonazione politica dell’affare. Tanto che è probabile che abbia fatto di tutto perché, di lì a poco, nel 2002, la Turchia abolisse la pena di morte, convertendola in quella dell’ ergastolo).

6. Quindi, D’Alema non avrebbe saputo come e perché Ocalan fosse scomparso, né sarebbe stato interessato a saper che fine avesse fatto?
Non lo avrebbe saputo, né sarebbe stato interessato, egli, sebbene sovrastato, politicamente e giuridicamente, dal divieto di estradizione ( ed eventualmente l’obbligo di avviare il processo in Italia) e dal dovere di asilo?

Anzi dal dovere di tenere chi lo avesse avuto (vd sopra)?

6.1 Saraceni racconta che, in un incontro col suddetto Ocalan in Italia, egli, a lui calabrese avrebbe detto : se n’adda ij, se ne deve andare.
Altri raccontano che l’ esodo di Ocalan dall’Italia sarebbe stato voluto e organizzato da membri del Governo.

7. E così, finita l’ossigenazione politica, tornò l’ipossia….

pietro diaz

Pubblicato in Antropofaghi, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

“IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI”

Chi avrebbe immaginato che nell'Italia dalla cultura giuridica e costituzionale fra le piu' feconde e ricche del Globo, che ha materiato la attuale forma dello Stato e del Governo, repubblicana e parlamentare, la molteplicità dei poteri ( parlamento, corte costituzionale, presidente della repubblica, governo. giurisdizione), la loro separazione in vista della distinta ponderazione del comando finale; chi avrebbe immaginato che, li', sarebbe andato al potere giuridico governativo e legislativo uno, Di Maio, ( per quanto si sappia) totalmente ignaro d'essa, alieno ad essa, inaccostabile ad essa, sebbene promosso dal (suo) popolo?

Nessuno.

Perché se lo avesse fatto, avrebbe anche immaginato la caterva di sfracelli legislativi esecutivi (giudiziari riflessi) socioeconomici etici, che da oltre un anno, ad opera del suddetto (se’ movente in "arte" manifestamente non sua) funestano ammorbano affliggono il Paese.

Ma comunque non avrebbe immaginato che costui , rappresentante del popolo in Parlamento, (ha detto) “per risparmio di spesa” nazionale (50milioni anno! Stima Cottarelli..) , si sarebbe dato alla mutilazione di ciò che egli stesso esercita da rappresentante, la sovranità del popolo.

Cioe', meno popolo al potere legislativo, quindi al potere esecutivo, da quello espresso, quindi al controllo legislativo del potere giurisdizionale, da quello espresso, quindi al potere di rappresentazione della unità del Paese (il presidente della Repubblica), da quello espresso, quindi al potere di giudizio costituzionale sulle leggi, da quello (in parte) espresso.

Cioè meno potere al popolo, da uno che rappresenterebbe la sovranità del popolo!

. Perche' non avrebbe immaginato che costui, con la sua presenza non altro che materiale, in quella cornucopia di frutti immateriali della civilta' giuridica grecoromanoitalica (invero, ad espulsione automatica degli importuni, stavolta tuttavia inerte), sarebbe andato a sfiancare giuridicamente, con lo strumento dell'art. 138 cost, quella sovranita'.

Una sovranità non rappresentabile che nella misura quantitativa e (quindi) qualitativa stabilita dalla Costituzione (rivoluzionaria della sua precedente assenza), in 630 deputati e 315 senatori.
Cioe', in un rapporto d'essi alla popolazione (nella media degli Stati UE all’incirca), che fosse il minimo per la intercomunicabilità del mandato elettivo.
Una misura ovviamente sorretta da una legge elettorale esclusivamente proporzionale, che raccogliesse in Parlamento ogni parte (ogni!) del popolo, così che ‘ questo, tutto, vi presenziasse.

Tanto che la Costituzione, alla messa a regime dei suoi poteri (tutti i suddetti tranne il giudiziario perché non elettivo), quella legge materialmente adotto'.
D’altronde avendola implicitamente enunciata nell'art. 48 in rapporto all'art 1.
Talmente, che a seguito dei tradimenti d'essa dai mattarelli porcelli e via crescendo in infedelta' alla Costituzione, la Corte costituzionale (in anni recenti) ne ha reso esplicito l’implicito, attestandone la presenza, e la sua primazia quasi assoluta.

Ebbene costui, nella sua consistenza antropica, di quella misura ha avuto che dire; quella misura, la minima congruente al fine (cennavasi), si è posto a rideterminare.
Per di più profittando di una rappresentanza che all’esito della sua opera si appresta ad irridere.

In forza quindi di una rappresentanza, della sovranità popolare (che portandosi al di sotto dei valori di effettivo esercizio) si sopprimerebbe da sé.
Con l'inimmaginabile esito, storico, per il quale, la rappresentanza parlamentare della sovranità popolare, piuttosto che essere soppressa, secondo il modello tipologicamente fascista, si sopprimerebbe da sé.
E sempre da sé riporterebbe fascismo, dei rapporti fra sovranità dello stato e sovranità del popolo, anzi neofascismo, per la importanza della innovazione nella soggettività agente.

Innovazione peraltro del tutto originaria ed originale. Tanto quanto fu originale il fascismo italiano, allorchè precedette l’hitlerismo il franchismo il salazarismo (e gli altri contemporanei e successivi Ismi del mondo, della risma dei politicanti mattatori dei popoli).

D’altronde è la prima volta che, al seguito (già impensabile) del suddetto, tutti (tutti) gli schieramenti politici del parlamento si accingerebbero a confluire in unico schieramento, per il voto al “taglio dei parlamentari”.

Ma se così sarebbe:

Tutti i partiti già “partito unico”?

E "il partito unico", in rappresentanza del popolo si appresterebbe a destituirlo dalla sua sovranità?

In altre parole, il popolo per via dei suoi rappresentanti starebbe per abdicare al titolo di sovrano?

Al titolo inabdicabile, per art 1 della Costituzione, sebbene davanti ad esso l’art 138 cost. brandito per l’occasione, dovrebbe arretrare, come farebbe per la “forma repubblicana” (art 139), della quale la sovranità del popolo (art 1) è nucleo fondante?

Essendo stato possibile l’avvento del suddetto al potere politico generale, tutto è possibile…

Pietro Diaz

Pubblicato in Abusivi, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

CASALEGGIO A NEW YORK


Casaleggio in scenario ONU, al quale è arrivato offrendo i benefici delle società private (Casaleggio e Associati e Rousseau, delle quali è titolare a vita) che hanno ispirato e che basano il Movimento pubblico Cinquestelle, al suo “capo politico” Di Maio, che ha offerto in cambio i benefici della carica di ministro degli Esteri ( e del Commercio con l’ Estero) italiano, che ha accreditato quella presenza.

Scenario al quale, quindi, è arrivato furbescamente mescolando, d’ intesa col ministro. potere privato e potere pubblico, sebbene siano immescolabili materialmente eticamente giuridicamente ...

Costui dicevasi, quale multiforme e multivalente:

Fan dei Cinquestelle

Procacciatore mediatico del loro elettorato

Mentore regista ed organizzatore dei “portavoce” d’esso in parlamento e al governo

Produttore e profittatore dei loro successi politici, essendo le sue società immedesimate funzionalmente propagandisticamente simbolicamente in essi

Detentore esclusivo del potere di interrogazione dell’elettorato fuori dell’urna ufficlale, nell’urna Rousseau, ove oracolari e misteriosi (geneticamente e contenutisticamente ) responsi hanno l’ultima parola (extraparlamentare extragovernativa extraufficiale extraistituzionale) su cruciali questioni e ragioni di Stato (si pensi al responso Rousseau sulla fattibilità del Governo 5 St PD, lo scorso agosto …)

Sommo affidatario, quindi, delle sorti del Paese, quante volte il “Movimento” ereditato dal padre (“gianroberto”) possa, per primazia politica "democratica)mente" acquisita, condizionarle

Titolare per ciò di potestà eccedente quella di ogni altro sistema politico costituito nel Paese

Potere supremo, per ciò, nel Paese, (per tanta eccedenza) non lontano dal conseguire attributi di maestà

Con ciò e per ciò costui, a New York in aura ONU, ha potuto proferire:

«Come ho detto in passato, l'auspicio è che la forza politica con la quale il Movimento collabora attualmente si riveli più affidabile della precedente».

Dove:

il Movimento sarebbe posto allo snodo dinamico di tutti i movimenti degli schieramenti politici nazionali.

In tale sobria posizione, di volta in volta opterebbe, fra questi, i “collabora(tori)” alla propria attività di governo.

Emetterebbe giudizi sulla loro affidabilità e li sostituirebbe se negativi.

Immune (completamente) dalla loro inaffidabilità, sarebbe lì per giudicarla e mondarla.

Pernio, quindi, della attività politica collettiva e complessiva nazionale, mai contaminato da essa, maestatico la gestirebbe.

D’altronde il Movimento, che non sarebbe “né di destra né di sinistra” – e che quindi, per fatalità geometrica, non potrebbe che stare al centro-, tuttavia non starebbe nemmeno qui.

In virtù della sua trascendenza, starebbe in un altrove mai coercibile, abitato da superiori creature.

Ebbene, ciò ha diramato Casaleggio da New York.

Dove, nella rappresentazione della sovraordinazione del Movimento alle parti politiche terrenamente contendenti, è evidente il furbesco tentativo di ripulirlo dalle impurità delle durature tresche con la Lega, l’aggregato di popolo più genuinamente razzista e fascista, più effettivamente nemico alla società italiana come costituzionalmente delineata.

Ed è quindi evidente la volontà di mentire l’ identità intrinseca del Movimento del quale, dopo quattordici mesi di attività di governo nazionale convintamente razzista e fascista, Casaleggio dà a bere che avrebbe cessato di esserlo...

pietro diaz

Pubblicato in Abusivi, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

IL CAPITANO (della riserva) BOLSONARO: L’AMAZZONIA E’ MIA, NON DELL’UMANITA’

1. Alle elezioni 2018 per la presidenza della repubblica federale del Brasile, cui partecipa, candidato dalla estrema destra, il capitano dell’esercito brasiliano di origine italiana, Jair Messias Bolsonaro, partecipa anche Luiz Inàcio Lula da Silva, candidato dalla sinistra popolare e lavoratrice (partido dos Trabalhadores, già al governo dal 2003 al 20011), che è ritenuto in vantaggio da quasi tutti i sondaggi.
Senonchè, a malgrado d’essi, la presidenza è conseguita da Bolsonaro. Come mai?
È accaduto che, poco prima del confronto elettorale, Lula è estromesso, arrestato con accusa di corruzione (la sua candidatura sarà assegnata ad un altro del medesimo partito, invano).
Chi lo ha arrestato?
Tale Sergio Moro, giudice di prima istanza a Curitiba ( che vanta di ispirare la sua opera, di bonifica del ceto politico dalla corruzione, all’italiano Antonio Di Pietro…).
Di che sarebbe consistita la corruzione?
Lula avrebbe avuto in dono un appartamento al mare ( primo processo) e in dono la ristrutturazione di un appartamento in campagna per 30 mila euro ( secondo processo).
Egli si dichiara innocente e non solo obbietta la mancanza di prove, ma adduce prove della infondatezza della accusa. Mostranti che l'appartamento al mare mai fu suo, ma della società “corruttrice”. Al pari dell'appartamento in campagna, in proprietà di un amico.
D’altronde, a siffatte prove, l’accusa oppone non altro che, Lula, sarebbe stato visto una (!) volta entrare nell'appartamento al mare, e varie volte entrare in quello in campagna ( non in visita all’ amico?!).
Lula nondimeno sarà, in seguito, condannato a dodici anni di reclusione in ciascuno dei processi. E sarà tenuto in stato di arresto.

2. Formatosi il governo brasiliano, improvvisamente vi compare il giudice S. Moro quale ministro della Giustizia.
Bolsonaro e Moro non han voluto (nemmeno) prevenire l’inevitabile sospetto che si fossero scambiati i favori della elezione alla presidenza e della nomina a ministro della giustizia, apprestando l’arresto di Lula? Evidentemente.
Ma allora, per tanto audace indifferenza a quell’elementare cautela ed alla credibilità dello scambio, è assai probabile che siano stati capaci di questo, e di un retrostante complotto in danno di Lula.
D’altronde non erano in gioco soltanto vanità e privilegi personali. In gioco erano anche, e anzitutto, il confronto, e la vittoria, politici, fra la sinistra popolare e lavoratrice e la destra della specie più determinata, militare, violenta.
Dal nazionalsovranismo talmente morboso da eccitare Bolsonaro ad avanzare, in Consesso ONU:
l’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità, l' Amazzonia è del Brasile (che sta per: è mia, con ogni sua specie vegetale animale umana, indigena, prossima all’incenerimento fra i roghi che divorano la Foresta).
Egli (!), capitano dell’esercito brasiliano istruttore e cultore di “educazione fisica” , nemmeno Generale né colonnello, a differenza dei suoi – immediati e mediati- predecessori al vertice del più sanguinario mattatoio dell’ umanità soggetta, che nel secolo passato sia stato in America Latina.

3. Senonchè, ciò che era apparso assai probabile (scambio di favori fra i due e complotto contro Lula) oggi pare certo.
Per quanto riferito in cronaca (da A. Nocioni: giu. 2019), il sito americano The Intercept (diretto dal giornalista statunitense Gleen Greenwald), è entrato in possesso di alcune intercettazioni di conversazioni fra i magistrati dei processi a Lula, le quali segnalano che questi, sovraintesi da S. Moro, lanciando l’operazione Lava Jato (Autolavaggio) avrebbero cospirato e agito per impedire la vittoria della sinistra sulla destra, alle elezioni suddette.
Le conversazioni espongono collusione e concerto fra accusatori e giudice (S. Moro), ammissioni in privato, da quelli, della mancanza di prove delle accuse; l' "abuso politicizzato dei poteri della magistratura" e " una motivazione politica e ideologica a lungo negata" (commentano i giornalisti inquirenti).
Nelle conversazioni tra S. Moro ed il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol, oltre innumerevoli scambi di informazioni su quanto essi facessero, appaiono direttive del primo al secondo, su cosa dovesse fare e non fare; su come colmare le lacune probatorie, correggere strategie ed errori. E risuonano esultanze per il successo mediatico e le ricadute politiche dell’inchiesta: “complimenti a tutti noi” (per la decapitazione del partito di Lula nella competizione elettorale etc.)

4. La legge brasiliana vietava al giudice siffatte intromissioni nella formazione accusatoria dell’oggetto del suo futuro giudizio.
Tanto che l’art 254 del codice processuale brasiliano consente ai condannati per esse, di qualificare il giudice “sospetto di non essere imparziale».
E di chiedere l’annullamento della condanna.

5. Ciò che la difesa di Lula ha iniziato a fare, contro il giudice che si ispirava ad Antonio Di Pietro….

Pubblicato in Antropofaghi, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

IN ATTESA DELLA IMMINENTE SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE ” SUL FINE VITA”

Così annunciata tematicamente dai media nazionali, e dalle loro fonti (politiche parlamentari governative, opinionali): “sentenza sul fine vita” :

lo è stata palesemente “fuori tema”.

Perché:

1.La sentenza concernerà il reato di aiuto al suicidio, uno dei reati, con la istigazione e la determinazione (al suicidio), in art 580 cp,

Aiuto che, inerendo il suicidio, cioè il fatto di chi si dia la morte (da sé), nulla ha che vedere col fatto di chi, moribondo o (certamente) morituro, da altri riceva la morte:

o per arresto della somministrazione dei mezzi (chimici, meccanici…) del suo differimento;

o per somministrazione di mezzi della sua anticipazione (entrambi i casi sono concepibili come “eutanasia”: non ritardare o dare “dolce morte” al moribondo o morituro).


1.1 Nulla ha che vedere, dicevasi, col suicidio, che può concernere, certo, il moribondo o il morituro, ma anche il vivente nolente vivere; o perfino bellicosamente volente uccidere (il kamikaze, l’omicida-suicida dei “femminicidii”, etc).


E ciò per un fatto essenziale, ripetesi, perchè nessuno a costui dà la morte (per omissione o per azione); egli se la da’.

Attua egli, causalmente, il passaggio dalla vita alla morte.

Egli, sufficientemente dal lato materiale, pur se vi fosse istigato, o determinato, o aiutato.

Pur se fosse scortato, cioè, dalle condotte (tutte dolose: volontarie e finalizzate) punite dall’art 580. Le quali quindi sarebbero certamente concausali, ma insufficienti a dare morte.


1.2 Ed è, dicevasi, la condotta di aiuto al suicidio, non altra o altro, a giudizio della Corte Costituzionale. Un fatto che nemmeno essa può cambiare o modificare, sulla quale quindi soltanto potrà e dovrà decidere. Perché esso è il tema propostogli dalla Corte di Assise di Milano, tema quindi vincolato e vincolante, anche per il principio, sulla decisione giudiziaria, della immancabile correlazione “fra chiesto e pronunciato”).


2.D’altronde quel tema è del tutto coerente al caso che lo ha suscitato.

Il caso di (tale) “DGFabo” il quale, a causa di un sinistro stradale gravemente infermo e irreversibilmente e insopportabilmente sofferente, deciso a porre fine al suo stato, consulta i Radicali Marco Cappato, Lina Welby e altri. .

Questi (del giro politico del "suicidio ed eutanasia liberi!")" prospettano la pratica della “sedazione profonda”, consistente della sospensione dei supplementi respiratori e alimentatori e della attesa della morte dolce ( gli prospettano eutanasia, dove la propria morte, voluta , è da altri indotta: come cennavasi) .

Egli tuttavia opta per il suicidio (dove la propria morte, voluta, è da sé indotta: come cennavasi), con modalità (anch’essa) dolce, eu, da eseguirsi in un Centro svizzero opportunamente attrezzato.

Intercorsi contatti e intese fra questo ed i familiari del “DJ”, Cappato ve lo conduce in automobile.

Ivi condotto, accuratamente accertata, dagli esperti del Centro, in lui, la persistenza della volontà del suicidio, gli è consegnato un farmaco letale, perché, da sè esclusivamente, eventualmente, lo assuma. Ed egli lo assume,


2.1 Cappato, che aveva pubblicamente vantato di agire per “disobbedienza civile”, (con L. Welby) è accusato di “rafforzamento dell’altrui proposito di suicidio” e di “aiuto al suicidio”.

Prosciolto dalla prima accusa, è rinviato a giudizio sulla seconda, davanti la Corte di Assise di Milano. Per rispondere, appunto, del reato di cui all’art 580 del codice penale.


3. Che cosa avrebbe potuto (e giuridicamente dovuto) fare la Corte?

Se avesse voluto (in tesi) tutelare fan delle libertà (fra cui quella) di suicidio ( i suddetti Cappato e Welby), con adeguata perizia distinguendo:

fra aiuto che non arriva, alla fase della esecuzione del suicidio ( Cappato, ha condotto “DJFabo” al Centro svizzero, non vi è entrato, non è andato oltre..);

e aiuto che vi arriva (quello di chi ha consegnato a “DJFabo” il farmaco letale per la assunzione):

la Corte avrebbe potuto escludere che l’”aiuto” di Cappato fosse causa del suicidio. E quindi che fosse punibile.

Di fatti, per una teoria causale bastantemente meditata, se è causa (immediata) della morte l’assunzione del farmaco letale (e ovviamente questo), è causa (mediata) anche la consegna d’esso.

E qui si colloca l'aiuto al suicidio,

Che non risalirebbe quindi all’antecedente della conduzione al Centro del “DJ” (o ad altro prima). Il quale per ciò sarebbe “condizione”, non causa, del suicidio.

E ciò alla stregua di una lettura plausibile degli artt 40,41 del codice penale.


3.1 D’altronde, se così non fosse, ogni condizione, delle innumerevoli precedenti (o accompagnanti) ogni causa, sarebbe causa, con indebita sottrazione di questa al principio di continenza tipologica (cioè già in astratto e a priori) dell’evento (la consegna del farmaco letale è parte della sua assunzione e della morte conseguente).

Laddove l’accompagnamento al Centro non contiene (ancorra tipologicamente) la consegna del farmaco e tanto meno il seguito.

Ebbene con ciò, dicevasi, la Corte di Assise avrebbe chiuso giuridicamente il caso, prosciogliendo Cappato “perché il fatto non è preveduto dalla legge come reato”.

Invece no.

Invece essa si è inoltrata e persa nei meandri eticogiuridici del “fine vita”, schizzandone il ricavo tematico sugli interessati ad esso, più o meno incapaci di discernere il tema effettivo.

Difatti, sebbene:


4. L’art 580 cit. punisca ”istigazione e aiuto al suicidio” (cosi la rubrica della disposizione, che non espone l’intero suo contenuto), ma non punisca il suicidio (pur potendo farlo: tempo addietro, la punizione del corpo del suicida, mediante sfregio o simile, era sancita).

Per ciò, se il suicidio non è vietato (penalmente e civilmente e negli altri rami del diritto nazionale), esso è libero.

E’ cioè nel potere di fatto, di chi lo volesse.

E ciò è altro che essere nel suo diritto, altro dall’essere un suo diritto, come la elementare teoria del diritto da tempo insegna.

Per di più, se lo fosse, le posizioni degli altri rispetto ad esso non sarebbero libere (simmetricamente a quel potere di fatto) ma vincolate.

Se lo fosse, gli altri sarebbero obbligati a rispettarlo, nessuno potrebbe, né dovrebbe (art 40.2 cp), impedirne l’esercizio.

E ove ciò fosse, (forse anche ) l’istigatore al suicidio, (certo) il rafforzatore del relativo proposito, e comunque l’agevolatore o ausiliatore del suicidio, cooperando all’esercizio di un diritto, sarebbero punibili tanto quanto il suo titolare (come si è visto non punito)!

Per cui, la presupposizione, alla eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dalla Corte (vd dopo) , del “diritto al suicidio”, condurrebbe logicamente alla illegittimità costituzionale dell’intero art 580 cit….!

Certo contro la volontà dell’eccepiente.

Tuttavia la Corte:


4.1 Ritenuta (sostanzialmente) la configurabilità del “diritto al suicidio”, a conclusione di un lungo discorso (qui sintetizzato al massimo) dalle implicazioni logiche non sempre controllate, nel quale:

- la inviolabilità della libertà personale posta in art. 13 Costituzione darebbe anche libertà di suicidio (cioè darebbe libertà di violare l’inviolabile, sia pure dal suo titolare?!);

- il “diritto alla vita” (art.2) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, darebbe anche diritto di ucciderla (cioè darebbe “diritto di morte”, sia pure per il suo titolare?!);

- il “diritto a morire” rifiutando i trattamenti sanitari (recentemente introdotto da L. n. 219/2017) sarebbe “diritto al suicidio” (laddove, regolando la morte da altri indotta, l'eutanasia, nulla ha che vedere con la morte da sé indotta, il suicidio!).

Ritenuto quindi, si diceva, il “diritto al suicidio” quale parte del “diritto vivente” (adduce la Corte, anche in forza della inversione storica della base culturale della disposizione “fascista” che apertamente lo disconosceva) .

Ritenuto inoltre che, vietato a chiunque di “istigare” al suicidio o di “rafforzarne il proposito”, ne è vietato l’”aiuto" che fosse anche istigazione o rafforzamento, ma non quello che non lo fosse!

In altre parole, la Corte ha reso l’aiuto istigazione (o rafforzamento), malgrado, essi, nell’art. 580 cit., siano alternativi.

Siano posti cioè a dilatare l’area del divieto, non a contrarla (laddove la Corte la contrae fino ad espellerne ogni forma di aiuto che non fosse istigazione o rafforzamento….).

Ritenuto infine che, la contrazione della nozione di aiuto, non sia conseguibile in via di interpretazione dell’art 580 cit. (ma sub 3 si è mostrata la possibilità del contrario) ed esiga l’intervento della Corte Costituzionale (che la permei di “diritto al suicidio”, “diritto alla vita”, “diritto a morire” e via dicendo…”(la Corte, peraltro, nemmeno avverte che il “diritto” di cui farcisce il discorso ha incidenza puramente oratoria, non sulla realtà del suicidio, la quale, per quanto sub 4 visto, è interamente composta di stati fattuali di libertà, non giuridici di “diritto”). La Corte, d’altronde, non distingue minimamente tra volenti suicidio necessitato, quello di "DJ Fabo" – che potrebbero ricevere eutanasia per legge 219 cit.- e volenti suicidio “discrezionale” – che egoisticamente potrebbero disperdere un bene sociale, contro il dovere di solidarietà sociale in art 2 Cost.-..

Ebbene, tutto ciò premesso:

4.2 essa ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale, indebitamente spogliandosene, perché avrebbe potuto e dovuto risolverla interpretando la legge penale, senza neppure sfiorare quella costituzionale (la Corte ha aggiunto anche un altro profilo di incostituzionalità, la parità delle pene della istigazione e dell’aiuto, senza avvedersi della inconciliabilità dei due profili, giacchè il primo punta ad escludere, il secondo ad includere, l’aiuto “non istigatorio né rafforzativo”!).


5. A questo punto, non resta che attendere la decisione del giudice delle leggi.

pietrodiaz

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

EFFETTI VARII, SULLE REGOLE DEI PARTITI E DELLE ISTITUZIONI, DELLE RECENTI MOSSE DI UN ATTORE POLITICO

1.Renzi M., da senatore eletto (2018) nel pd dall’elettorato del pd quale candidato dal pd, perché fosse operatore politico e istituzionale del pd, raccolta una quarantina di parlamentari eletti nel pd dall’elettorato del pd quali candidati dal pd perché fossero operatori politici e istituzionali del pd, è uscito dal pd ( è partito dal partito con un suo partito..!).
2. E se il partito è una associazione privata a destinazione pubblica (politica) costituzionalmente riconosciuta (art 49), quella uscita, certamente, marca una rottura del patto associativo privato e pubblico (politico).
Essa, peraltro, è sanzionabile privatisticamente e pubblicisticamente (alla stregua della lesione delle funzioni politiche del partito, statutariamente in ipotesi articolate). Ma non è questo che qui interessa.
3. Il pd fu chiamato alla opposizione, a seguito della formazione parlamentare della maggioranza governativa (“gialloverde”), a giugno dell’anno passato.
E lo fu anche Renzi, con i parlamentari della accolta.
E fu chiamato, il pd, alla formazione parlamentare della maggioranza governativa (“giallorossa”), ad agosto di quest’anno.
E lo fu anche Renzi, con quei parlamentari.
Fu chiamato alla opposizione e alla maggioranza, il pd, oltre che dal parlamento e dal governo, inoltre, dal suo elettorato, per ogni altra eventuale opposizione e maggioranza della legislatura decorsa e corrente, alla stregua delle vicende parlamentari.
E lo fu anche Renzi, con quei parlamentari.

L’ uscita dei quali dal partito, quindi, porta elusione delle eventuali altre opposizioni e maggioranze, del pd, nella legislatura ventura.
E porta evasione dalla attuale maggioranza governativa. E dalla contesa politica con la sua opposizione.
Porta quindi, oltre che evasione dalle determinazioni del partito e della associazione sottesa, evasione dal mandato elettorale generale e particolare,

L’uscita di Renzi con quei parlamentari, stavolta, quindi, oltre che il patto associativo privato e pubblico, ha rotto il patto elettorale.

Inoltre.

4. Quale senatore del pd e leader di quei parlamentari, Renzi, come ha integrato l’opposizione in parlamento, l’anno passato, cosi’ ha integrato quest’anno la maggioranza parlamentare e governativa.
Ha integrato questa, fino al punto di conferire alla formazione del governo da essa espresso. E fino al punto di collocarvi alcuni ministri ed alcuni sottosegretari, tutti (salvo errore) fra quei parlamentari.
Perciò, quale membro del pd, con quei parlamentari membri del pd, ha partecipato alle “consultazioni” ( dei gruppi parlamentari e di altri) richieste dal presidente della repubblica al presidente del consiglio da lui (re)incaricato.
Perciò ha (co)determinato l’esito delle “consultazioni” sulla formabilità del governo, poi trasmesso dal pdc al pdr.
Ha quindi interagito direttamente col pdc, indirettamente col pdr, (co)inducendoli a ritenere la formabilità del governo e della maggioranza parlamentare relativa.
Ha quindi (co)formato il governo e la sua maggioranza, “giallorossi”, quale membro del PD. Inducendo ad un tempo il pdc a proporre ministri, fra quei parlamentari, al pdr, e questo a nominarli, inducendoli inoltre a nominare sottosegretari fra i medesimi.

Ha cioè assunto istituzionale impegno di fedeltà all’opera di formazione del governo, del pdr col pdc. All’opera di esercizio del governo, col pdc. Ed all’opera del pd di mantenimento della maggioranza e di sostegno del governo.
Perciò, questa volta, la sua uscita dal partito, con quei parlamentari, (si noti) dopo la conclusione di tali opere (e la assicurazione di quelle future), ha rotto le intese istituzionali, oltre che col segretario del pd, col pdr e col pdc.
E ha rotto inoltre le aspettative di fedeltà ad esse, nutrite dal partito 5 st., coformativo della maggioranza parlamentare, del consiglio dei ministri, del suo sottosegretariato,
con Renzi dentro.
Ed ora nondimeno fuori con un suo partito.
Fuori da terzo estraneo e tuttavia intraneo.
Ad intaccare il colore “giallorosso” del Governo, con altro (finora oscuro).
Oltre che l’identità associativa e politica dei partiti della maggioranza parlamentare, e di quelli (gli stessi) del governo.

Ebbene

Almeno una domanda a Renzi andrebbe posta:
ha avuto consapevolezza della (assoluta) irregolarità politica e istituzionale delle sue mosse, e dei suoi effetti?

pietrodiaz

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

LA “INDENNITA” DEI PARLAMENTARI

1. L'indennità non è retribuzione corrispettivo stipendio salario compenso introito reddito guadagno. Essa e', giuridicamente ed economicamente, ciò che rende indenne (letteralmente: senza danno diminuzione perdita patrimoniali) dai costi di una prestazione chi la fornisse. E che lo fa rimborsandoli.
L'"indennità" e ciò che prevede testualmente l'art. 69 della Costituzione. Per quanto detto, a rimborso del costo della prestazione parlamentare a chi la svolga. E inoltre a liberare la prestazione stessa, in chi il suo costo non potesse accollarselo.
D'altronde la sua origine e' illustrativa.
Esclusa con l'art 50 dallo Statuto Albertino (1848- 1946) per i deputati e per i senatori, nel 1912, a seguito della elezione (democratica) di un portuale di Sanpierdarena, che per risiedere a Roma avrebbe dovuto dormire sui treni (lo avevano fatto altri), e "mendicare" per cibarsi, essa fu introdotta.
E mantenuta nei sopra visti limiti funzionali (fino alla soppressione fascista del Parlamento..).
Alla redazione della Costituzione repubblicana (ripristinante il Parlamento), il tema se essa stessa dovesse prevederla' (anche per imporla ad altre norme, inferiori, che la escludessero o che la snaturassero) fu assai dibattuto da politici e giuristi (di rango).
Ed essi giunsero alla sua previsione (in art 69), pur senza esplicitazione dei limiti funzionali:
perché ritenuti impliciti alla storia dell'istituto (quella di Pietro Chiesa, il portuale suddetto); perche' conformi all'etica politica; e comunque perche' giuridicamente intrinseci alla nozione.
Dunque, indennita' per liberare la prestazione parlamentare, veicolo della rappresentanza popolare, coprendone i costi.
Ma anche perche', si noti, la prestazione, non liberasse lucro (arricchimento personale).
Sia perché questo avrebbe escluso la rappresentanza dell'"avere" medio dei rappresentati, e perche' avrebbe indotto esso stesso diseguaglianza.
E sia perche, liberato che fosse (per di più in dimensione massiva di ceto), avrebbe sottomesso la prestazione parlamentare.
Cio' che sciaguratamente e' avvenuto.
Se ne ha prova, ed esempio, nella recente crisi governativo - parlamentare, ove, le addotte ragioni della permanenza degli eletti in parlamento, variamente nobilitate (con richiami agli interessi del Paese e via declamando), non sono riuscite a nascondere la ragione reale, seppure eventualmente non esclusiva, della conservazione e dell'incremento del lucro (dei prestigi e dei privilegii e degli onori e delle innumerevoli altre grazie del ruolo).
Cioe', astraendo, quando la ragione politica o partitica spingerebbe allo scioglimento (anticipato) del parlamento, essa e' rimossa, in vista del lucro piu' duraturo (quinquennale).
Cio' d'altronde sale da remoti attriti fra interesse privato e interesse pubblico, al seguito dei quali il primo ha sottomesso il secondo, fin nella sua piu' alta funzione, quella del parlamento autonomamente legiferante.
Difatti quella funzione, il parlamento, la ha da tempo consegnata al Governo. Alla sua (costituzionalmente usurpatrice) decretazione "straordinaria ed urgente" ( art 77), che esso si limita a convertire in legge senza discutere, "sulla fiducia".
Dunque la prestazione ha liberato il lucro, in dispregio dell'art 69 cit. (e degli altri dispositivi omotetici della democrazia costituzionale).
Il lucro ha sottomesso la prestazione.
Cio' ha sabotato i fondamenti costituzionali dell'"Ordinamento della Repubblica" (artt. 55 ss, cost.)
2. Ma che cosa e' accaduto giuridicamente?
E' accaduto quel che non e' infrequente nella confezione delle leggi "attuative" (in effetti traditive: che tradiscono) della Costituzione.
Nel 1965 fu redatta la legge ("ordinaria", quindi impotente astrattamente a modificare la volonta' costituzionale) n.1261, sulla infedelta' della quale all'art 69 basti notare che il "rimborso spese" (peraltro in seguito esteso alle spese, non del parlamentare ma, degli immediatI tramiti fra lui ed i suoi "sodalizii": i "portaborse"), e' una delle numerose "voci" ( astuzia del lessico del lucro...) "indennizzatrici" della prestazione.
E che nondimeno e' altra da quella (propriamente) "retributiva".
E tutte insieme insieme fanno, del parlamentare, la personificazione dell'arricchimento piu' inaccertatamente corrispettivo meritato guadagnato faticato sudato, debito, che il regime giuridico generale delle controprestazioni abbia conosciuto.
E non e' adducibile autonomia normativa delle Camere che possa rimuovere o mascherare cio'.
Tanto meno e' prospettabile esigenza di " risparmio" (Di Maio..) che possa eliderlo o giustificarlo.
Ancora meno e' attuabile risparmio mediante "taglio" (di piu' di un terzo) dei parlamentari (Di Maio).
Perche' l'indebito sarebbe raddoppiato. Consolidandosi, da un lato, il lucro dei restanti, da altro "risparmiandosi" (antisocialmente) in democrazia rappresentativa, in rappresentanza della totalita' del popolo e delle su istanze!
3. Quindi, o si ritorna alla indennita, o è possibile cleptocrazia (prevalenza del latrocinio) e plutofilia (foia per la ricchezza materiale), antidemocrazia della specie della oligocrazia affaristica.
In misura talmente estesa, si noti, da realizzare storicamente un cambio di paradigma.
Dall'elettorato attivo su base censitaria (con lo Statuto suddetto, almeno in origine, solo i dotati di censo erano elettori: in seguito ne fu richiesta anche la alfabetizzazione...! ), all"elettorato passivo ad effetto censitario, cioe' apportatore di lucro.
In altre parole, non e' escludibile che la condizione statutaria dell'elettore sia sia convertita (in)costituzionalmente in quella dell'eletto.
E che travaglio storico della democrazia rappresentativa attraverso il modellamento dell'elettore, si sia disperso nella "democrazia" lucrativa dell'eletto.
D'altronde, oggi, "eletto" (che vorrebbe dire " scelto"..) solo su proposta cooptativa di sospettabili centri di accumulazione e di distribuzione del nuovo censo: le organizzazioni politiche prevalenti.
Pertanto, non resta che aizzargli contro contro l'art 69...

Pietro Diaz

Pubblicato in Abusivi, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

CONTE E LA NOZIONE DI DEMOCRAZIA


1.Conte presidente del Consiglio dei Ministri, nel discorso di perorazione della fiducia parlamentare al suo Governo, alla Camera dei deputati, ha invocato una “democrazia dal volto umano”.

Come se la democrazia, proprio essa, non avesse dato avvio alla umanizzazione del volto politico delle masse (palesemente nella antica Grecia, latentemente, e forse prima, altrove).

Come se, essa, non fosse succeduta alla Oclocrazia, la caotica condizione politica delle predette.

2. Tuttavia la invocazione aveva il suo fondamento razionale.

Lo aveva nella constatazione della “disumanità” - intesa come incostituzionalità- del “volto” della democrazia, nel luogo e nella occasione stessa in cui essa risuonava.

Allorchè gruppi parlamentari sedenti per votare la fiducia o la sfiducia al Governo già formato (art. 94 Cost), Cioè sedenti esclusivamente per dire si o no ad esso:

sono insorti (brutalmente invero) pretendendo elezioni elezioni….

Elezioni che, come è noto, sono attività di formazione delle rappresentanze (delle istituzioni politiche e ) del parlamento in specie, che suppongono che questo sia sciolto.

Ma questo era tutt’altro che sciolto (dal presidente della repubblica).

Anzi, come risultante della “consultazioni” poco prima svolte dal presidente del Consiglio (re)incaricato, era tanto coeso da essere in grado di produrre una maggioranza atta a fiduciare il Governo.

2.1 Dunque, (del tutto) fuori luogo e assetto funzionale, la pretesa suddetta.

Infatti e per ciò, manifestazione di oclocrazia, il caotico e istintuale antenato della democrazia.

Per di più:

3. Se la ademocraticità sopra assegnata all’accadimento fosse scorretta, lo sarebbe per difetto.

Di fatti, mentre i gruppi parlamentari suddetti insorgevano dentro la Camera, fuori di essa, in piazza Montecitorio, appartenenti ad essi, sotto la direzione “carismatica” dei capi politici (dei partiti di riferimento), e folle di adepti, tumultuavano avanzando la stessa pretesa (elezioni elezioni…).

Cioè la pretesa dei gruppi dentro la Camera concomitava, sinergica, quella della piazza.

Era quindi pretesa (anche formalmente) “di piazza”.

Così univocamente da essere, oltre che fuori luogo e assetto funzionale (come detto), insurrezionale.

O comunque attentatrice di organi costituzionali (la Camera in specie) nell’esercizio della loro funzioni, al fine di impedirlo (solo per esempio esplicativo: art 289.1 n.2 cod pen).

Dunque non aveva torto, Conte, a invocare “democrazia”.

In una condizione politica forse più insidiosa di quella della oclocrazia.

Perché assimilabile a quella (storica e ben nota d’altronde) delle organizzazioni intra ed extra parlamentari ( ad un tempo, per strategia) della destra neofascista.

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

SALVINI SULLA “MOTO D’ACQUA” DELLA POLIZIA

Subodorato animalescamente il rischio di essere accusato di "peculato d’uso" (art 314.2 c. p.), per avere fatto proprio (momentaneamente) un veicolo appartenente alla pubblica amministrazione (ma il peculato minore potrebbe divenire maggiore, ben più gravemente punito, se l’uso non fosse stato momentaneo o il veicolo non fosse stato restituito subito dopo esso).

Accusato di quel reato sia che avesse permesso, sia che non avesse impedito (art. 40.2 cp), al proprio figlio, quale conducente o condotto da un poliziotto, di montare una moto d’acqua della polizia di Stato.

E accusato in concorso (artt. 110, 314.2 c.p.) col poliziotto (e col superiore in grado che lo avesse permesso o non lo avesse impedito), che, sebbene affidatario esclusivo della “moto", vi avesse condotto o accompagnato suo figlio.

E accusato (ovviamente) in concorso col “bambino” (così detto dal “ papà", capziosamente invocante domestica benevolenza per entrambi): invero, un sedicenne dotato di "capacità penale” (se non esclusa in concreto) per art. 98 c. p. , e quindi anch’egli accusabile di peculato.

Subodorato quel rischio, si diceva, tanto prontamente da avere ordinato, o avere permesso, o non aver impedito, ai poliziotti astanti, di distogliere, seppur mediante violenza corporale e minaccia morale (vagamente "di tipo mafioso” -art 416 bis cp-: "sappiamo dove lei abita…"), un giornalista “ videomaker” presente alla trasgressiva scena, dal farne “ripresa”.

E ancor meno, ripresa, della esibizione (simbolica ) della trasmissione da padre a figlio del potere istituzionale. E della arrogante insensibilità degli operanti, alla intangibilità dei beni gelosamente custoditi dal diritto pubblico.

E subodorato il rischio così lucidamente da ammettere lì per lì (certo in un fugace cedimento) : "mi scuso, errore di papà” (sempre capziosamente invocando domestica benevolenza.. ).

Ebbene costui, riavvicinato dal giornalista mentre esercita, discinto, su un arenile assordato da musica “dance”, il suo ufficio ubiquitario di ministro dell’Interno (stavolta contornato da fan oltre che da polizia ), e interpellato sull’accaduto, risponde:

"non intendo parlare della faccenda".

Mentre la faccenda straparlava di lui! E per il tramite del giornalista lo invitava (dialetticamente) a dire la sua. Se mai la avesse avuta, la sua, diversa da quel che era parso. .

“Attacchi me non il bambino".

Ma è ciò che faceva il giornalista! Domandandogli perché non avesse preservato o distolto "il bambino" da quell’indebito non solo giuridico, ma anche civico etico ed estetico.

“Offenda me non il bambino”.

Così, non altro, non di più, giaculatoriamente! Per togliere spazio ad altre domande, e a differenti risposte. Sulla faccenda che, quindi, allontanava da sé, impotente e sleale, col mezzo automatico della arroganza istituzionale.

Tanto che, dopo un po’, appesantito e frustrato dalla propria monotonia, brutalmente è sbottato:

"vada a fotografare i bambini visto che le piace tanto”.

E qui l’impotenza dialettica e la slealtà intellettuale sono corse alla compensazione del fascistoide, di colui che rimuove l’incomodo con l' insulto verbale (ovviamente disposto anche, all’occorrenza, a rimuovere l’avversario con l' insulto fisico), fra i più alla moda e cocenti del lessico poliziesco: quello di “ pedofilo" voyeur. Nel senso di fruitore , se non di “produttore” (art 600 ter cp) di "pornografia minorile”, di colui che goda (se non attui "producendole") riprese di atteggiamenti o simulazioni di minori di anni diciotto a ciò preparati.

Materia che il ministro ben conosceva.

Dato che il suo partito, con altri dell’auge legislativa berlusconiana in coalizione fra le più ineducate e diseducative della “seconda repubblica”, a preservazione dei minori da sessualità "diseducative" , ha previsto reati di "pornografia minorile” (in artt. 600 ter ss. c.p., sebbene già repressi, ma, si disse, clementemente e insufficientemente, dalla legge sull’Osceno in artt 527 ss. c.p.).

E lo ha fatto con tale ossessione della inibizione della sessualità del minori, non solo da punire (non essi ma) i realizzatori e produttori e distributori e diffusori e mercatori e detentori e contemplatori etc., delle relative immagini, del “materiale pornografico” (art. 600 ter cit.-). Ma da fare a meno d’essi, da prescinderne totalmente, cioè da non preservarli nemmeno indirettamente (punendo quelli).

Poiché è giunto a colpire (in art. 600 quater c.p.) la "pornografia virtuale”.

Per la quale non occorre che il minorenne disegni pornografie in carne ed ossa, basta che lo faccia nella fantasia esclusiva del disegnatore.

Facendolo In ossessione talmente accecante, da nemmeno avvertire, laicamente, di colpire il “peccato”, quell’evento tutto interiore trasgressivo di un divieto, quella entità (solo) moraleggiante che l’evoluzione storica del diritto penale ha inteso separare dal reato quale evento tutto esteriore.

E di colpirlo con reclusione fino a dodici anni. Pena pari a quella del reato di “violenza sessuale”, estrinseca e carnale. Pari a quella di taluni omicidii.

A sanzione di una sessualità puramente mentale, Da fondamentalismo penale .di tipo religioso.

Tutto ciò, peraltro, senza considerare l'indotto. Del rischio della proliferazione del voyeurismo pedofilo dalla legge indirizzata al suo annientamento!

Perché la predisposizione legislativa degli strumenti per la ricerca della prova dei reati di pornografia minorile, mediante ispezione e visione d’essi, e la pubblicazione intra ed extra processuale dei loro risultati, certo sono rimaste indifferenti al rischuio della collettivizzazione del voyeurismo “pedofilo”.

Dunque Salvini era posseduto da quella ossessione, e da quella improntitudine giuridica, allorchè rivolgeva il sulfureo invito al giornalista.

Tuttavia impressiona che abbia supposto minorenni in atteggiamenti sessuali “da ripresa”, nel luogo frequentato da lui e dal “bambino”…

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

CONTE E MORO, SECONDO SCALFARI ANALOGICO E METAFORICO, MA NON SILLOGISTICO…

Poichè:

Conte è pugliese e professore di diritto, Moro fu pugliese e professore di diritto:

Conte vale Moro!

Lo ha raccontato a sé stesso Scalfari. Ma lo ha anche diffuso, a propaganda manutentiva del governo più bruto e brutale, più volgo e volgare, più analfabeta e analfabetico della storia della repubblica.

E certo non ignorando che le coppie (aggettivali) “pugliese” e “professore di diritto”, pur congiungendo analogicamente i due, se dicevano delle appartenenze regionali e accademiche, nulla dicevano, potevano dire. del valore e ruolo, individuale etico sociale politico, di ciascuno. Tanto meno storicamente.

E che quindi non permettevano (anzi vietavano) di desumerlo.

Di fatti, per assimilare i due nel valore, Scalfari si è esibito in un temerario salto acrobatico ( da quelle coppie, alla conclusione Conte è -come- Moro) , aggiungendo, alla analogia, la metafora (la figura retorica che, a differenza della precedente, non teme di assimilare termini - Conte – Moro- indipendentemente dal rapporto di interiore uguaglianza fra essi).

E lo ha fatto certo di poterne rifilare il risultato ad un uditorio supposto retoricamente suggestionabile, ingannabile. E poco è stato smentito, invero, a stare alle reazioni dei suoi lettori.

D’altro canto, si è ben guardato dal dare forma sillogistica ai suoi fantasiosi ( e faziosi) esercizi di logica e di retorica.

Perché avrebbero dovuto, essi, spudoratamente:

formulare il “termine maggiore”: tutti i pugliesi professori di diritto sono (come) Moro!

Innestargli il “termine medio”: Conte è pugliese e professore di diritto.

Farne conseguire il “termine minore”: Conte è (come) Moro!

E sebbene la conclusione sarebbe stata perfettamente logica, tuttavia il “termine maggiore” sarebbe parso falso (oltre che risibile) immediatamente. Assai prima delle figure argomentative precedenti.

Manifestamente falso, cioè senza necessità di andare a vedere, necroscopicamente, se il cadavere dell’immenso Moro, udendo il paragone a Conte, si rivoltasse nella tomba. Sarebbe bastato leggerlo, per constatarlo.

E fin da Aristotele, il sillogismo conduce al vero se è vero il “termine maggiore” ( e ad esso coeriscano il medio e il minore).

Se non, conduce al falso.

Da tale scandalosa mostra, Scalfari, ulteriormente mistificando e ingannando, si è ritratto.

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

Salvini e le leggi sulla integrità personale dell’accusato

1. Per art 13 Costituzione “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” ( disposizione programmatica generale, concernente ogni persona in potere di polizia giudiziaria, pubblico ministero, giudice: la persona in ogni stato e grado del processo a carico).
D’altronde per art 608 cod pen “il pubblico ufficiale che sottopone a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata o detenuta di cui egli abbia la custodia anche temporanea” è punito con reclusione. D’altronde per art 610 cod pen, chi costringa “con violenza altri a…tollerare…” (anche una postura o un attrezzo, le manette, la benda agli occhi) è punito con reclusione.
D’altronde per art 572 cod pen, chi “maltratta un persona …sottoposta alla sua autorità….o custodia…’ è punito con reclusione.
D’altronde per art 605 cod pen, chi compia restrizione (aggiuntiva: ammanettando, bendando gli occhi) della libertà della persona non libera di evadere da uno spazio circoscritto ma libera entro esso, è punito con reclusione.
D’altronde per art 613 bis cod pen, “tortura” chi agendo “con crudeltà…” infligga trauma psichico…” o chi comunque infligga “un trattamento degradante per la dignità” a “persona privata della libertà personale”. Ed è punito con reclusione. Va ricordato che il divieto di tortura e di trattamento degradante (o “inumano”) della persona fu prima (1948) affermato da art 5 Dichiarazione universale diritti umani. Poi (in Italia 1955) da art 3 Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

2. D’altronde per artt 2043-2059 cod civ è obbligato al risarcimento di ogni danno alla persona ( o sue cose) chi lo abbia cagionato commettendo un fatto ingiusto.

3. D’altronde per art 188 cod proc pen “non possono essere utilizzati neppure con il consenso della persona interessata metodi e tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare” (accecamento con bendatura, costrizione a sedere ammanettato dietro spalliera e schiena, inibizione a percepire il circostante l’incombente l’imminente, le intenzioni di chi abbia imposto la condizione, oltre che atterrire, sopprimono coscienza e autodeterminazione). D’altronde per art 64 cod proc pen, riaffermato (testualmente) il divieto in art 188 cit., è aggiunto che all’interrogatorio ( di PG, di PM, di Giud. ), pur se irrituale (o che facevano o tentavano di fare le Divise del noto fotogramma: esercizi di puro sadismo?) l’accusato si presenta “libero nella persona”. Vuole altrettanto l’art 474 cod proc pen, sullo condizione dall’accusato a dibattimento (interpretativamente: è “libero nella persona” chi non abbia addosso strumenti limitativi: manette, benda …).

4. D’altronde per art 386 cod proc pen, la polizia giudiziaria che abbia taluno in stato di arresto o di fermo (oltre che dargli la più estesa informazione sui diritti difensivi), lo pone “a disposizione del pubblico ministero” (del luogo ove l’arresto o il fermo siano stati eseguiti) “mediante conduzione nella casa circondariale o mandamentale” (di quel luogo), salvo che il magistrato disponga che egli sia custodito altrove (a domicilio ….). Dunque l’americano non era detenibile nella caserma, comunque non lo era nella condizione di cui al fotogramma spettacolarizzato dal suo detentore (che avrebbe potuto lecitamente scattare una sola foto, quella segnaletica…).

5. Ora Salvini che lo riproduce nei suoi media rispettacolarizzando la mortificazione dell’americano in palese ritorsione (per ora iconica) del suo malfatto (il presunto concorso nell’accoltellamento del carabiniere).
Che quindi mima il comportamento delle Divise e lo accredita culturalmente.
Mentre, ministro dell’ordine e della sicurezza pubblici, ignora che questi interessi (oggetto funzione e scopo del suo ministero) si nutrono, concettualmente e operativamente, (anche) della mole di materia normativa sopra esposta.
E quindi ignora che ogni discostamento dai precetti d’essa (espliciti ed impliciti) è illecito, illecito penalmente (oltre che civilmente).
E quindi ignora di stare da nomoclasta (devastatore di norme) nell’’ordinamento giuridico e nelle istituzioni relative.
Ebbene costui, riproponendo, spalleggiato dai suoi fan (Bel Pietro di La verità fra i più protervi) la sfida di maggiore successo mediatico - “è peggio essere ucciso o essere bendato”? -, (più radicalmente) ignora che, posti a confronto i due fatti, postili in competizione sul (dis)valore, li omologa culturalmente.
E con ciò ne sopprime l’eterologia, l’alterità, la discontinuità.
Giacchè il primo è individuale e privato, il secondo è collettivo e pubblico, giudiziario.
E in quanto tali rinviano a sistemi di produzione differenti: l’uno naturalmente sociale, l’altro artificialmente statale, giuridico.
E a sistemi di funzione differenti: l’altro per processare giudiziariamente l’uno, non per imitarlo (se non voglia disidentificarsi anche storicamente).

Eppure Salvini si è posto alla guida “populistica” della imitazione dell’uno dall’altro.

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

SREBRENICA

SONO PASSATI VENTIQUATTRANNI DACCHE’ UNA TIFOSERIA ULTRAS MILITARIZZATA IRRUPPE NELLA CITTA' PER MASSACRARVI I “BOSGNACCHI” (bosniaci musulmani sunniti).

MENTRE DALL’ITALIA TIFAVA BOSSI, SOTTOBRACCIO A G.L. SAVOINI

Antefatto

L’anno 1991, Stella Rossa Belgrado sprizza gloria calcistica mondiale. Anche Partizan Belgrado, in minor misura.
Le due squadre hanno base in tifoserie oltranziste. 
Anche Slobodan Milosevic sprizza gloria, politica, sedendo arrogantemente a Belgrado.
Stella Rossa ha un “Consiglio”. Milosevic ha una “Sicurezza di Stato”. 
Un membro del primo è a capo della seconda. 
Dunque l’Intelligence, potenza transcontinentale legibus soluta (extralegale) ovunque infilata per il massimo profitto, congiunge i due organismi. 
Di Stella Rossa, particolarmente, la tifoseria.
Di fatti il suddetto Consigliere e capo di Sicurezza, ha qui arruolato Arkan, al secolo Zejko Raznatovic, il leader degli ultras della squadra, destinato a divenire un criminale politico tra i più esiziali.

Prodromo

Nel 1991 la Croazia dichiara unilateralmente la indipendenza dalla Jugoslavia. Lo fa anche la Slovenia.
Milosevic, presidente di Serbia, non se ne dà per inteso. 
Invade la Slovenia, la contunde per dieci giorni, quindi desiste, anche per “intermediazione" di alcuni Stati CE. 
Invade la Croazia stavolta con la bava alla bocca e, raggiunta Vukovar, per ottantasette giorni la bombarda finchè divenga un cumulo di macerie, stermina o mette in fuga la popolazione militare e civile, la occupa. 
Lo ha fatto con un esercito regolare. Ma anche con un esercito irregolare, Costituito, appunto, dalla tifoseria oltranzista di Stella Rossa, organizzata paramilitarmente da Arkan, a capo della propria milizia, la “Guardia volontaria serba” (la più devastatrice, saccheggiatrice, micidiale).

Movente

Milosevic e Arkan, a capo di forze di stato e di stadio dirette al medesimo scopo, sovraintesi da Intelligence, sono serbi che non gradiscono i “non serbi”. 
Per essi, serbi - non serbi, più che una differenza etnica, è una incompatibilità esistenziale. 
Di qui la vocazione alla pulizia etnica, sulla penisola balcanica.Vocazione che, peraltro, è allora spuntata anche sulla (parallela) penisola italica. 
Dentro un partito politico sorto a settentrione, etnista perché credente “fideisticamente” nella etnia “padana” della sua gente. La cui “purezza”, oltre che con violenze sporadiche. persegue cercando separazione, “secessione” , da ogni altra “etnia”, centrale e meridionale (“purezza”, ben inteso, non altro che astruso mito ferinamente rabbioso, che si nutre e si avvera, esclusivamente, nella supposizione e l’offesa dell’ altrui “impurità”).
Vocazione, dunque, corrispondente alla serba. 
Tanto che il capo di quel partito, U. Bossi, sosterrà anche in parlamento i motivi di Milosevic e soci, eruttando (dalla propria intrinseca sgangherata scurrilità), in risposta a M. Pannella che glie lo rimprovera: “Meglio Milosevic che Culosevic..”. 
E perchè accomuna l’etnonazionalismo “padano” al serbo (come ad ogni altro simile). Ovviamente accomunando politicamente i loro agenti. .

Fatto

3. Così, sulla spinta del serbismo pulitore etnico di una parte della penisola balcanica (e ovviamente promotore del dominio politico su essa), erompe la guerra in Bosnia (1992-1995), accesa dalla neorepubblica serba di Bosnia Erzegovina presieduta da Radovan Karadzic (uno psichiatra).
Addì 11 luglio 1995, Srebrenica è una città enclave dei “bosgnacchi” ed è custodita dalla Forza di protezione delle Nazioni Unite: UNPROFOR. 
Ratko Mladic è il comandante in capo dell’esercito regolare di quella repubblica. Con lui c’è il comandante in capo dell’esercito irregolare Arkan. E altri. 
Ivi giunto, concupitane la distruzione materiale e personale, enumeratane la popolazione, preceduto dalla forza paramilitare di Arkan, vi irrompe. 
Indi, tremendo, ordina che i maschi da dodici a settantasette anni siano separati dagli altri e dalle femmine. 
Che siano allontanati dalla città e trucidati. Oltre ottomila. 
Frattanto farà seviziare e stuprare le femmine.
Va nondimeno notato che i caschi blu olandesi lì presenti, pur potendo, non impedirono l’eccidio .

Espiazione

4. Slobodan Milosevic è morto a marzo 2006 mentre è detenuto a L’Aia da quattro anni in attesa di giudizio della Corte penale internazionale, poiché accusato di genocidio (pulizia etnica) crimini di guerra e crimini contro l’umanità (commessi nella guerra in Croazia, in Bosnia Erzegovina, in Kosovo ( 1998-1999). E’ opportuno segnalare (con chi lo ha già fatto), che la notizia di stampa italiana (data da PMieli ad esempio), per la quale Milosevic sarebbe stato assolto dalle accuse, non è corretta. Fu prosciolto per morte del reo (tutt’altra cosa). 
Ratko Mladic è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, poiché colpevole di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità nella guerra di Bosnia Erzegovina. 
Radovan Karadzic è stato condannato a quarant’anni di carcere (ma in appello all’ergastolo), dal suddetto Tribunale, poichè colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nella suddetta guerra. 
Arkan, che ancor prima a Visegrad (1992) aveva trucidato centinaia di musulmani, gettati dal ponte Drina o arsi vivi , ha scontato pena di morte impartitagli in contesto exstragiudiziario. 
I caschi blu olandesi, che avevano avuto la medaglia d'onore per eroismo a Srebrenica, recentemente, da una Corte olandese sono stati ritenuti corresponsabili dell’eccidio e condannati ai risarcimenti delle famiglie delle vittime.
La Corte penale internazionale de l’Aia, e il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, hanno stabilito, concordi, che, a Srebrenica, fu pulizia etnica mediante “genocidio".

Resipiscenza

In quattro anni di guerra etnonazionalista, di pulizia etnica, i Bosniaci perseguitati furono orbati di tutti i diritti. 
Pertanto: 
A dicembre 2004, il presidente serbo Boris Tadic si é scusato in nome del popolo serbo.
Ad aprile 2010 il presidente della Croazia Ivo Iosipovic si è scusato di fronte al Parlamento bosniaco.
A marzo 2010, il parlamento serbo ha deliberato di "condannare nel modo più assoluto il crimine commesso nel luglio del 1995 contro la popolazione bosniaca di Srebrenica".

Ritorni (lugubri)

A proposito di Visegrad martoriata da Arkan, oggi echeggiante per i facinorosi assembramenti antieuropeisti dei “sovranisti” (che paiono averla scelta per celebrarsi spavaldamente insieme al massacro etnico dei musulmani), particolarmente dei salvinisti, vogliosi di “etnonazionalismo” ( che Salvini, un “derivato” di Bossi, ha oggi esteso all’intera penisola), un tempo e altrove detto “nazionalsocialismo” (breve: nazismo): 
secondo un report di C. Gatti, al fianco di Bossi schierato sulle "ragioni" di Milosevic (vd sopra) vi sarebbe stato Savoini G.L.. 
Si, proprio lui, il “nazista come pochi”, per definizione degli stessi “padani”. Colui che, oggi, pare avere cospirato con Salvini e con l’etnonazionalismo russo, per la promozione di questo in Europa, passando per l'Italia.

Virologia degli elementi (sopra) apparsi

Posto che Salvini non ha trascurato (nemmeno) l’apporto delle tifoserie ultras, se, vestito delle loro divise, si è esibito, tempo addietro, in deferenti ( e complici) omaggi col capo della tifoseria milanista L. Lucci:
etnismo, fanatismo ultras, intelligence, sovranismo, militarismo, pulizismo etnico, (e ovviamente) armamentismo, potrebbero essere elementi tipici ( e costanti) dell’etnonazionalismo, alias nazionalsocialismo alias nazismo? 
Come tali bastanti alla fabbricazione e ubicazione di materia esplodente umana, cui manca solo l’innesco per imperversare?
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

SALVINI, Di PIETRO ED IL GIP DI SEA WATCH

La manutengoleria ( ciò che e chi da una mano al facinoroso) mediatica a prò del ministro dell'interno trova da tempo, in taluna specie di conduttori televisivi, turgida espressione.
Un esempio. l’otto luglio scorso su Rete Quattro, lo si e' avuto con l'azzimato e (apparentemente) signorile Porro, che a prima vista non diresti tendenzioso oltre misura.
Lo spettacolo parte con le cacofonie (suoni sgradevoli) e cacologie (logiche malvage e insensate) - ovviamente in composizione rigorosamente fasciorazzista- del tracotante Salvini. 
Vabbeh.., si pazienta, ci si impone di ascoltare per dovere etico e politico di eventuale critica, si spera che al più presto finisca. 
D'altronde il giro di pensiero dell'oggetto precipuo (Salvini) della viscida propaganda del servile e complice conduttore e' infinitamente più breve di quello dei suoni che lo esprimono; ad aspettare che finisca non ci si lede troppo. 
Ma uscito Salvini, si intravvede, nello spettacolo, una trama fieristica del suddetto più meditata e articolata. 
Dopo lui (apparentemente neutro) appare A. Di Pietro. 
Al quale, dopo preliminari moine, vaniloqui, astrazioni, il conduttore pone la questione (programmata) della ordinanza del gip di Agrigento- che non ha convalidato l'arresto del comandante di Sea Watch - e domanda se la condivida. 
Egli legge l'ordinanza - la quale, nitidamente, raffrontato l'ordine del ministro ( non la legge del ministro: il “decreto sicurezza bis”!)” di fermo in mare extraterritoriale di Sea Watch con le norme nazionali internazionali sovrannazionali, lo dice illegittimo e lo disapplica-. 
E pronto, sancito che essa ha violato la legge, che la legge o si cambia o si rispetta, che la legge che non piaccia può essere spedita alla Corte Costituzionale perché la cambi, emette, ispirato: 
io avrei convalidato l’arresto. 
Musica (attesa) per la propaganda ministeriale del conduttore che, simulatamente dubitativo, reitera: 
Lei lo avrebbe convalidato? 
E l’interrogato, che manifestamente non ha distinto tra una legge, non disapplicabile dal giudice, ed un atto amministrativo, invece disapplicabile. E che così confondendo è giunto a raffigurare che l’atto amministrativo, anziché la legge, possa essere portato alla Corte costituzionale per rispondere della sua eventuale illegittimità, lo rassicura condiscendente:
certo. 
Quindi i due si congratulano reciprocamene riconoscenti del successo della rappresentazione. Convinti di avere ben servito Salvini, anche perché ignari del fallimento (giuridico) della tragicommedia propagandistica.
E ovviamente ignari anche di ben altro: 
che “la prima repubblica” (nella quale l’indecenza politica di un Salvini non sarebbe stata neppure ipotizzabile), con il suo complesso e spesso sistema politico, niente meno, fu abbattuta da un attrezzo giudiziario quale il suesposto...
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

SEA WATCH3 E IL POTERE O DOVERE DI RESISTENZA ANCHE VIOLENTA ALL’ATTO PUBBLICO INGIUSTO

1. Al collasso del potere fascista, fu introdotta una norma puntualmente antagonista del segno precipuo d’esso, l’autoritarismo del rapporto "Stato-Cittadino”. 
Col D. Lgs. Lgt n 288/1944 art. 4, fu data al secondo la facoltà di resistere (anche mediante violenza se necessaria: artt. 336, 337 cod pen) all’atto arbitrario del pubblico ufficiale (dell’incaricato di pubblico servizio o del pubblico impiegato) che avesse dato causa al fatto (delittuoso) eccedendo i limiti delle proprie attribuzioni. 
Cioè fu data la facoltà di “us(are) violenza (o minaccia) per opporsi ad un pubblico ufficiale mentre compie un atto di ufficio…”, restando impuni”(vd in combinazione gli articoli indicati) 
Con norma manifestamente antifascista, univocamente implicante che la sua precedente assenza dal codice fu manifestamente fascista. Per assunto indiscutibile anche storiograficamente, giacchè il codice fascista (1930) appositamente aveva espunto dal codice “liberale” (1889) la norma corrispondente alla suddetta (allora in articoli 192, 199). E lo aveva fatto per marcare la svolta politica, su quel rapporto, in senso autoritario, verso la incondizionata sottomissione del Cittadino a (gli agenti de)llo Stato.
Quindi la norma del 1944 riconduceva il rapporto Stato-Cittadino al periodo “ liberale”, fecondato dall’antifascismo. Il quale inoltre volle introdurre altra norma coetanea, parimenti significativa: il D.L.L. n. 224/1944, che abolìsse la pena di morte (per le “i civili”, esclusi militari, e inoltre nazisti e fascisti: in seguito anch’ essi per varie vie immunizzati da essa). Anche questa pena era stata introdotta dal codice fascista a spregio- ancora una volta- del codice “ liberale” che l’aveva esclusa per tutto il Regno d'Italia.
1.1 In seguito tuttavia, una giurisprudenza ideologicamente ostile alla nuova norma sul rapporto Stato-cittadino, ha fatto acrobazie (che non si sta ad esporre, anche perché tecnicamente impresentabili) per contenerne al minimo la portata, riconducendo il rapporto allo stampo fascista, culturalmente irremovibile. 
E forse per ciò si è pensato di “richiamarla in servizio” recentemente (L. n. 94/2009), codificandola (cioè solennemente immettendola nel codice), all’art. 393 bis cp, col titolo ”Reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale”; a tenore della quale, come in passato ma stavolta per legge repubblicana, quando il pubblico ufficiale o altro agente pubblico abbia "dato causa al fatto (di resistenza oltraggio altro ndr) eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni…" non è punibile chi a lui reagisca anche mediante violenza se necessaria. 
1.1.1.Ma se ciò la ha rinverdita politicamente, anche per il contributo interpretativo datole da Corte Costituzionale nel 1998 (sent. n. 140), essa, tuttavia, è rimasta ben lungi dall’incidere effettivamente la cultura generale del Paese, mantenutasi autoritaristica sia nella sfera popolare che in quella elitaria, reciprocamente colludenti all’insudditamento del Cittadino allo Stato. Alla rifascistizzazione del rapporto. 
Manifestazioni e propagande della ideologia e della pratica relative, e dei loro primi attori, infestano e infettano la comunicazione pubblica.
1.2 Dunque la facoltà giuridica di resistere anche con la forza all’ingiustizia della istituzione politica è pienamente sancita nell’ordinamento giuridico. Lo attesta addirittura il codice più d’ogni altro autoritario e assoggettativo, quello penale, che incrimina la resistenza violenta (o minacciosa), ma la scrimina quando essa abbia reagito a quell’ingiustizia (vd sempre gli articoli sopra evocati).
2. Si è parlato di resistenza ad “atti” del potere pubblico che eccedano i limiti delle sue attribuzioni, non di resistenza a “leggi” d’esso.
Lo si è fatto perché nella vicenda Sea Watch 3 è in ballo la prima resistenza, non la seconda, contrariamente a quanto riportato nella comunicazione pubblica (pressoché totale) in tema. 
Giacchè, se è vero che una legge (scandalosamente privatizzata dall'uomo “politico” tra i meno civilizzati della storia della repubblica) ha fatto da sfondo alla drammatica interazione Ministro dell’Interno-Sea Watch per “motivi di ordine e di sicurezza pubblica”; o (non è ancora chiaro) per impedire “passaggio pregiudizievole” o "non inoffensivo" di una nave che trasporti persone per ragioni riconducibili a Convenzione UNCLOS-Montego Bay (la legge ha dato al ministro poteri esclusivi di regolazione del traffico navale - non militare o da guerra né in servizio governativo non commerciale- nel mare territoriale). 
Se è vero ciò, è stato tuttavia un “atto" del ministro dell’Interno, pubblico ufficiale nella circostanza, a determinarne i contenuti.
L’atto (amministrativo non legislativo!) col quale costui ha impedito alla nave civile (non militare) recante naufraghi soccorsi, di accedere al mare territoriale, e, lì acceduto, di attraccare alla banchina del porto (di Lampedusa).
2.1 Si sfiora soltanto la questione se, l’atto del Ministro dell’Interno, sostanzialmente inibitivo o punitivo del soccorso di naufraghi e della loro conduzione in porto sicuro, sia stato illegittimo per violazione di leggi nazionali internazionali soprannazionali, vigenti sul “territorio liquido” dello Stato (norme che il Ministro ha costretto, addirittura, ad una “inversione a U”: obbligo di soccorso-divieto di soccorso! soccorso- abbandono in mare! e cosi via..). Essa è subito risolvibile affermativamente, giacchè: 
Per art 98 Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (Unclos)-Montego Bay (1982): «Obbligo di prestare soccorso»: “1. Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera…: a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto…. 2. Ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea….” 
Per Convenzione Internazionale di Amburgo sulla Sar (ricerca e soccorso) (Punti 3.1 ss ): 
Il diritto internazionale impone agli stati di obbligare i comandanti delle navi che battono la propria bandiera nazionale a prestare assistenza a chiunque venga trovato in mare in pericolo di vita, di informare le autorità competenti, di fornire ai soggetti recuperati le prime cure e di trasferirli nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro. Inoltre: 
gli Stati membri dell’Imo (Organizzazione marittima internazionale)… fanno sì che i comandanti delle navi siano sollevati dagli obblighi di assistenza delle persone tratte in salvo, con una minima ulteriore deviazione, rispetto alla rotta prevista. e senza tener conto della nazionalità o della condizione giuridica di dette persone.
Per la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita in mare (Solas): 
Le autorità di uno Stato costiero competente sulla zona di intervento… le quali abbiano avuto notizia ….della presenza di persone in pericolo di vita nella zona di mare Sar di propria competenza, dovranno intervenire immediatamente. 
Per la individuazione del luogo di sbarco (Pos: porto sicuro) elaborata dal’Unhcr (Alto Commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati) con le Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare: 
il Governo responsabile per la regione Sar in cui sono stati recuperati i sopravvissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro di sbarco o di assicurare che tale luogo venga fornito. 
Per art. 1158 cod. nav. “Il comandante di nave…che ometta di prestare assistenza ovvero di tentare il salvataggio nei casi in cui ne ha l’obbligo a norma del presente codice, è punito con la reclusione…”
2.2 E si soppesa la questione se l’atto del ministro dell'Interno sia stato illegittimo per violazione della “legge” da lui stesso datasi (D.L. 14 giu 2019 n. 53: ”decreto sicurezza bis”), a causa di eccesso dai limiti giuridici delle attribuzioni conferitegli. 
Attribuzioni certo non comprendenti la modificazione o la inversione dei precetti delle Carte internazionali. 
Ancor meno l’imposizione a Sea Watch dell’inadempimento dei suoi doveri funzionali di soccorso e sbarco dei naufraghi.
E ancor meno il (verosimile) cagionamento, con esso, di eventi delittuosi di “sequestro” degli occupanti di Sea Watch (art 605 cp), e di “tortura” d’essi (sottoposti, nel pieno potere materiale del ministro dell’Interno, a “trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”): art 613 bis c.p. (si nota incidentalmente che i due eventi- così detti di “ durata della condotta lesiva"- cagionati dall’arresto coatto del natante nel mare davanti Lampedusa, lo sarebbero stati anche dal viaggio, coatto, che il natante da quel punto avesse intrapreso "verso l’Olanda" o in altro luogo altrettanto remoto- secondo la sprezzante esortazione, e la bruciante irrisione, dell’autore di quell’atto-). 
2.2.1 Di fatti fosse, l’atto del ministro, sorto da “motivi di ordine e di sicurezza pubblica” o per impedire "passaggio pregiudizievole” o “ non inoffensivo” (questa finalità è stata ripetutamente sostenuta, su Tgcom24, da “un esperto” della materia, cui tuttavia sfuggiva che Sea Watch non “passava”, in transito ovviamente, per il mare territoriale, ma (proprio) lì andava, per starvi ed attraccare ad un suo porto!), ebbene: 
né quel motivo, né quel fine, davano, all’atto, il potere (scriminante) di cagionare i suddetti eventi. Incontrando, esso, il limite della proporzione del mezzo al fine (non si regola “il transito e la sosta” navali sequestrando o torturando il navigante). 
E comunque incontrando il limite della intangibilità della libertà dell’integrità della incolumità della dignità della umanità, del navigante. 
Atto del ministro, quindi, secondo la sua stessa legge promotore di ”ordine e di sicurezza pubblica”, che schizofrenicamente ha innescato disordine e insicurezza fra i soggetti che coinvolgeva, anzi ferita profonda della loro umanità. 
2.3 E’ opportuno rilevare che, essendo (verosimilmente) divenuto l’atto delittuoso, come suggerisce il precedente giudiziario della nave Diciotti, il quale, per fatto del tutto identico, ha addebitato sequestro di persona al ministro in parola (poi sottratto al processo dalla complicità degli associati al Governo della Repubblica): 
sia colui che lo ha formato, sia coloro che (in ogni modo) lo hanno eseguito, potrebbero avere messo quei delitti in concorso. Gli esecutori anche perché, essendo l’ordine del ministro manifestamente illegittimo, avrebbero dovuto disattenderlo per non risponderne (art 51 cp).
2.4 Orbene, in siffatta situazione, ove l’atto il suo autore i suoi esecutori agivano (illecitamente) per inibire l’adempimento del dovere di soccorso e di sbarco gravante Sea Watch ed il suo Comandante, questi era titolare del potere dovere, giuridici, di resistere ad esso opponendosi, ove necessario anche mediante violenza (vd sub 1.s prima parte dello scritto).
3. Violenza che peraltro - consistendo della produzione e trasmissione di energia materiale sulle persone (o sulle cose) sì da modificarne lo stato- mancò in ogni fase della vicenda (e certo non fu violenza nel senso visto, che è lo stesso dei delitti di resistenza a pubblico ufficiale o di violenza ad esso ex artt 337. 336 cp, l’inosservanza giuridica -non materiale- dell’ordine del ministro). 
Ora
3.1 A stare alle cronache, è certo che Sea Watch ha disatteso il comando ministeriale di arresto nel mare extraterritoriale, il divieto ministeriale di accesso e sosta nel mare territoriale, il divieto di attracco alla banchina del porto di Lampedusa. 
Indubbiamente disattendendo, inoltre, la loro riproduzione ad opera della motovedetta della Guardia di Finanza, che la avrebbe compiuta solcando simbolicamente - in incessante andirivieni -lo specchio d’acqua via via approssimato dalla prua di Sea Watch. 
Disattendendola, ma senza violenza (potrebbe dirsi in “resistenza passiva”, che non è reato).
3.2 Ebbene, deliberato da Sea Watch, dopo lunga (penosa) sosta nel mare territoriale, l’approccio alla banchina del porto, in “lent(issim)o moto”e “in abbrivio” (solo imperfettamente governabile da chiunque, riferiscono gli esperti) di una massa galleggiante di seicento tonnellate…, indirizzata la prua verso la banchina con opportuna inclinazione, riservato il richiamo della poppa ad essa con ricorso ai motori, la motovedetta GdF, sfruttando la grande mobilità della sua ben inferiore stazza, si sarebbe interposta fra la banchina e la Sea Watch, assumendo il rischio (autoprodotto) dell’incastro tra le due (che comunque, intuitivamente, sarebbe stato inoffensivo per tutti gli occupanti le navi). Indi si è allontanata, e Sea Watch ha potuto attraccare. 
Vale anche per questa fase quanto detto per la precedente sulla assenza della violenza, nella opposizione all’atto del ministro (atto tuttavia, ripetesi, per quanto sopra, illegittimo, anzi illecito ove tentasse di protrarre gli eventi delittuosi sopra ipotizzati). 
Più di un commentatore ha obbiettato:
la motovedetta rappresentava lo Stato! 
Certo, ma non quello fascista del rapporto autoritario col cittadino, bensì quello democratico del rapporto legalitario e critico e paritetico con esso. Critico fino alla resistibilità dell’atto illegittimo, nei modi e nei limiti in art 393 bis cp!. 
Più di un commentatore ha obbiettato: 
la motovedetta era “nave da guerra”. 
Anzitutto non lo era (come per primo rilevato dall’alto Ufficiale di Marina De Falco, pur variamente criticato). 
Lo attesta incontrovertibilmente l’art. 29 Uncloss-Montego Bay: “Definizione di nave da guerra. Ai fini della presente Convenzione, per "nave da guerra" si intende una nave che appartenga alle Forze Armate di uno Stato, che porti i segni distintivi esteriori delle navi militari della sua nazionalità e sia posta sotto il comando di un Ufficiale di Marina al servizio dello stato e iscritto nell'apposito ruolo degli Ufficiali o in documento equipollente, il cui equipaggio sia sottoposto alle regole della disciplina militare”. 
Ora, a parte altro: la motovedetta GdF era al “comando di un Ufficiale di Marina al servizio dello stato e iscritto nell'apposito ruolo degli Ufficiali…”? 
Ma se fosse stata “nave da guerra”: 
o si implica che, in tempo di pace, potesse applicare leggi di guerra!
O che potesse eccedere le leggi italiane del tempo di pace! 
O l’essere “nave da guerra” era del tutto inconferente. La sua condotta soggiaceva alle norme giuridiche vigenti nello Stato, quelle amministrative civili penali sul divieto di atti illegittimi in danno delle prerogative civili, e sulla resistibilità mediante opposizione anche violenta ad essi. 
3.2 Ovviamente, sia l’assenza di “nave da guerra”, che, comunque, l’assenza di violenza delle resistenza, escludevano la violazione in art 1100 cod. nav.. 
La quale peraltro, più pertinentemente, avrebbe potuto essere appuntata su art. 1099 cod. nav. - Rifiuto di obbedienza a nave da guerra-: reato punito con la pena massima di due, non di dieci, anni di reclusione.
P.S
Questo scritto è stato concepito e composto (e in parte diffuso altrove) prima della ordinanza gip tribunale di Agrigento del 2 Luglio 2019.
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

SALVINI E IL “DECRETO SICUREZZA BIS”: PERSONALIZZAZIONE DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA FINO ALLA ACQUISIZIONE DELLA IMPUNITA PER REITA’ PASSATE E FUTURE

"DISPOSIZIONI URGENTI IN MATERIA DI CONTRASTO ALL’IMMIGRAZIONE ILLEGALE E DI ORDINE E SICUREZZA PUBBLICA.
Art. 2: (Modifiche al codice della navigazione) 1. All’articolo 83 del codice della navigazione, approvato con regio decreto 30 marzo 1942, n. 327, sono apportate le seguenti modifiche: a) ……………...b) dopo il primo comma è inserito il seguente: “Il Ministro dell’interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica ovvero quando si concretizzano le condizioni, limitatamente alle violazioni delle leggi di immigrazione vigenti, di cui all’articolo 19, comma 2, lettera g), della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare, con allegati e atto finale, fatta a Montego Bay il 10 dicembre 1982, ratificata dalla legge 2 dicembre 1994, n. 689. Dei provvedimenti adottati sono informati il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti ed il Ministro della difesa.”.
Che cosa significa?
1. che con “decreto legge”, di un Consiglio dei Ministri costituzionalmente dissestato (art 95 ss):
-poiché dotato di tre presidenti (Di Maio, Salvini, Conte: detti, i primi due, ingannevolmente, “vicepresidenti” ).
- poiché quindi non deliberante in Collegio presieduto dal terzo. ma deliberante per triumviri, da triumvirato;
- per di più, soggiacendo alla prepotenza di uno dei tre, Salvini, deliberante per unumviro, da dittatura;
1.1 con siffatto decreto, dicevasi, Salvini:
-ha tolto brutalmente al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ed al Ministro della Difesa, attribuzioni e competenze in materia di transito e sosta di navi nel mare territoriale;
- le ha assegnate a sé stesso Ministro dell’Interno, lasciando a quelli non altro che la prerogativa di essere “informati” delle deliberazioni del subentrante (per ciò la notizia, diffusa da Salvini ieri sera, dopo il fermo, da lui attuato, della nave Sea Watch, che quei Ministri lo avrebbero “controfirmato”, è falsa e fraudolenta: hanno firmato di avere ricevuto da lui informazione del fermo, tuttavia intoccabile da loro..);
- assegnate al ministro dell’Interno quale ministro di Polizia, resa quindi, la materia, "di Polizia" per “ordine e sicurezza pubblica” e per “contrasto all’immigrazione illegale" (vd di fatti il titolo, sopra, del decreto);
- trasformatala quindi, da materia civile, del ministero infrastrutture e trasporti; da materia militare, del ministero della difesa (difesa da eventuale offesa militare...), in materia di Polizia. La sua, ove si è dato la facoltà di sguazzare a piacimento, poiché nessun limite ha posto all’esercizio del potere, avendolo subordinato a “motivi di ordine e di sicurezza pubblica”:
ciancia per gonzi inafferrabile impalpabile manipolabile quanto aggradi ingiudicabile, trappola dello Stato di Polizia avverso lo Stato di Diritto;
1.2 con siffatto decreto, dicevasi, Salvini si è dato potere esclusivo in materia di transito e sosta (nel mare territoriale) dei natanti con a bordo migranti, ovviamente "clandestini" (come da suo razzismo, biologico ma anche sociale economico religioso politico, interno ed estero). Cioè i poveri i derelitti i perseguitati i pericolanti i dannati della terra (che il dio dei suoi rosarii e “crocesegni" avrebbe incredibilmente posto nella sue mani ...).
1.2.1 e con esso perpetrando illecitamente una duplice personalizzazione, attiva e passiva, della funzione legislativa:
la attribuzione a sé di una materia naturalmente altrui ( o anche altrui), la sottoposizione ad essa di una sola classe di persone, l’immigrante clandestino. Nel quadro manifesto della reificazione giuridica, attiva e passiva, del suo discriminazionismo (sebbene incondiviso dal divieto di legiferare ad personam et ad personas, fieramente e sdegnosamente espresso nella disposizione costituzionale in art 3.1).
Ma solo di ciò, seppure troppo, si sarebbe impossessato quel predatore insaziabile di poteri fattuali e giuridici che e’ costui?
2. E’ noto che la materia gli ha inflitto vari patemi giudiziari, lo ha sottoposto a processi per sequestro plurimo di persona, non ancora definiti (malgrado contrarie apparenze). E che nella materia ha una voglia e un bisogno matti di tornare a delinquere, ad orgia di un ego reclamante crudeltà e sevizie ed eccidii (particolarmente) sull’umanità inerme.
Ebbene, assegnatosi col decreto il potere, che non aveva, di impartire ordini in materia di transito e di sosta delle navi con immigranti:
i reati passati, ipotizzati anche per mancanza, nel reo, del potere giuridico di fermo (senza approdo e sbarco) dei natanti con immigranti, potrebbero essere divenuti non punibili perché “ scriminati”. Scriminati da una norma scriminante (quella che ha dato il potere suddetto, esercitabile impunibilmente anche se sfociante, appunto, nel sequestro degli occupanti o in altro reato : art 51 cod.pen.). Norma certo posteriore al reato, ma retroagente fino ad esso perché favorevole al reo (art 2.4 cod.pen.).
Mentre i delitti futuri potyrebbero essere scriminati a priori, in forza di quella norma, perché anteriore ad essi.
2.1 E così, la ferina libidine di costui, e dei suoi consiglieri giuridici e fan e lacchè elettorali, di acquisire potere di vita e di morte sugli indifesi ed ultimi della terra, ha finalmente avuto sfogo.
Tuttavia, non è inipotizzabile che, i consiglieri, se avessero visto giusto, non abbiano visto tutto.
Ma di ciò ora non si può neanche accennare....
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

NON C’E’ DI CHE RIDERE: BORGHI E SALVINI NON SONO SOLO TOT0’ E PEPPINO

Gli esilaranti personaggi della commedia cinematografica dei falsificatori di banconote da lire diecimila (che avrebbero speso per scacciare la fame), i quali agivano nottetempo dal “Tipografo LoTurco” (che impartiva ordini da chirurgo: alcool..! alcool..), appendevano le banconote ad un filo stenditoio finché asciugassero, e poi tentavano goffamente di spacciarle, guardinghi diffidenti.
1. Borghi e Salvini gli somigliano nel (progettare di) fare altrettanto, ed in modo altrettanto comico, per la completa inadeguatezza al compito di un Borghi le cui smodate sonorità vocali, del parlare normale, suppongono provenienze da cavità craniche assolute. O di un Salvini la cui brutalità mentale è finemente istoriata nel ghigno invariabilmente plastificato, oltre che nell’eloquio stabilmente surreale.
Anzi in modo più comico, perché mentre i comici della finzione paiono consapevoli della delittuosità dell’opera, e di fatti agiscono segretamente, quelli della realtà ne paiono inconsapevoli.
1.1 Se si appresterebbero a contraffare apertamente (la funzione di moneta di) banconote che hanno denominato "minibot", giacche’ di piccolo taglio non produttive di interessi non scadenti, denaro ad ogni effetto che emetterebbe (si suppone) il ministero dell’economia quale mezzo di pagamento di debiti dello Stato verso fornitori; ma anche di debiti verso lo Stato; e, insomma, quale denaro via via astratto dal rapporto genetico, e polifungente nella interazione economica.
Se cioè batterebbero moneta per sdebitare lo Stato della somma di circa 75miliardi di euro verso imprese, con la prospettiva di estenderne il compito ad altri sdebitamenti dello Stato (verso impiegati pubblici pensionati e via estendendo); o verso lo Stato.
Se lo farebbero privi del potere giuridico relativo, poiché nella Unione Europea cui il loro Stato appartiene, solo la sua Banca, “Centrale", potrebbe.
Se lo farebbero, quindi, in violazione patente (oltre che degli apparati normativi di quella Unione) della legge in art 453 del codice penale (che punisce la contraffazione di monete con la reclusione fino a dodici anni).
Se lo farebbero obbligando (o istigando) a commettere delitto, di acquisto detenzione spendita o messa in circolazione d’esse, puniti dalla legge in art 455 del codice (con reclusione ridotta rispetto alla precedente), coloro che fossero destinatari dei pagamenti o a loro volta autori d’essi.
In una ostinazione circolare di delinquenza nummaria, che soltanto alla completa inadeguatezza al reale dei due potrebbe sfuggire.
1.2 Quindi, decisamente più comici, questi attori, di quelli (sebbene il celebre duo De Curtis-De Filippo, abbia fatto sbellicare il Paese dalle risa).
Ma qui finiscono le differenze nelle somiglianze, e qui inizia la abissale differenza sociopolitica delle gesta di questi dal gesto di quelli, ove si valuti se abbiano senso strategico e quale. E, prima, si valuti se covino fin dall’origine intenti di cospirazione politica.
2. Indipendentemente dalla loro delittuosità, esse muovono più incisivamente di altre macchinazioni, del gialloverdismo di oggi e di ieri, a recidere dagli Stati della UE l’italiano.
Vulnerano la prerogativa esclusiva del conio della moneta e contaminano questa pesantemente.
Dichiarando di farlo per pagare debiti dello Stato ammettono insolvibilità e insolvenza.
Ammettendole suscitano allarme fra i finanziatori dello Stato, il loro recesso dall’ulteriore finanziamento e la esazione coattiva del pregresso.
Suscitano quindi illiquidità monetaria dello Stato e bisogno di conio di moneta propria.
In conseguenza, esodo dello Stato dalla moneta e dal sistema giuspolitico europei.
In conseguenza, acquisizione di ogni sovranità dopo quella monetaria, concentrazione oligocratica e autocratica d’essa (sebbene per Costituzione appartenga esclusivamente al Popolo).
Quindi fascistizzazione e nazionalizzazione della sovranità quale sua preparazione al controllo e alla repressione di tutto quanto ne dissentisse le si opponesse le si ribellasse la combattesse materialmente politicamente ideologicamente culturalmente.
2.1 Sequenze e conseguenze, quelle esposte, tanto più immaginabili, quanto più probabile il disastro socioeconomico del Paese e la reazione popolare ad esso.
3. Congetturale?
Certo.
Ma che il fasciorazzista incontrovertibile (già per il ghigno subumano) Salvini sia il ministro di polizia, detenga il potere di Forza e di Dictatura d’ordine pubblico e lo eserciti legalmente e illegalmente (indifferentemente), come il suo recente passato di nomoclasta (distruttore di norme), antinomo (oppositore a norme), anarchico (senza norme e principii), autocrate (trae solo da sé i contenuti del potere che esercita), eversore solipsistico (che maniacalmente non conosce altro da sé) di qualunque regola ostacoli o intralci il suo cammino:
conferma la congettura.
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

DUE GIUGNO GIORNI DOPO…

La repubblica italiana, sorta dalla parte di popolo che era prevalsa al Referendum sull’ altra che aveva votato per la monarchia fascionazista, nel quarto decennio del 'novecento.
Votato per la monarchia che, nello stesso decennio, durante la "seconda" guerra, aveva perpetrato:
il massacro di quella parte poi prevalsa, e delle popolazioni militari e civili (più o meno prossime geograficamente) appositamente dichiarate nemiche;
con massacro dei massacratori medesimi: "la meglio" gioventu' comandata ad uccidere “le meglio gioventù” uccidendosi;
e il massacro, nel decennio prima d'esso, di popolazioni militari e civili balcaniche ed africane, che non le si erano sottomesse;
e il massacro, nel ventennio prima d'esso ( marchiatasi di fascismo e di nazismo) della parte del popolo che non le si era sottomessa;
e il massacro, nel trentennio prima d'esso, della "grande guerra", di popolazioni militari e civili ( più o meno prossime geograficamente) dette nemiche;
con massacro dei massacratori medesimi: "la meglio" gioventù comandata ad uccidere “le meglio” gioventù uccidendosi;
e la repressione militare, nel ventennio prima d'esso, delle forze proletarie d’ogni ambito operativo, che avevano impreso a reclamare diritti economici e sociali;
e la repressione militare, nel ventennio prima d'esso, di popolazioni centro-meridionali ribellatesi alla azione brutalmente unificatrice d'esse ad altre, premeditata ed eseguita dalla monarchia non ancora fascista né nazista, tuttavia imperialista (ribellione la cui profetica lungimiranza e' attestata, oggi, dalla successiva storia del Paese, sopra intravvista).
Eccidi della monarchia postunitaria, perpetrati, tutti, con operazioni ed azioni guidate dagli Stati Maggiori delle “Forze Armate dello Stato”.
Ebbene:
La repubblica italiana sorta dalla lotta di popolo che la aveva tratta da quegli eccidi, anche questo due giugno. giorno della sua Festa, è stata spadroneggiata dai discendenti di quei medesimi Stati Militari, ammutolita assordata stordita eclissata dalle loro bellicose tonitruanti parate, e clamorosamente espropriata al suo popolo fondativo.
In così flagrante assurdità, che il suo presidente si è affrettato a sopire: "…. non e' la festa della forze armate ma quella della Repubblica…”.
Ciò sebbene la presenza, alla testa del corteo, di "trecento sindaci" comunali velleitariamente addobbati della fascia tricolore "in rappresentanza del popolo", mentre destava compassione, ironizzasse mestamente sulla realtà del rapporto, in Italia, fra civismo e militarismo (e paramilitarismo di varia specie).

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Mattarella: “L’avvocatura ha un ruolo insostituibile”

Il messaggio del presidente della Repubblica in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Cnf.
È un «ruolo insostituibile» quello dell’avvocatura nella «elaborazione della cultura giuridica» delPaese, e ciò «impone che l’attività forense sia esercitata conautonomia e professionalità». Lo scrive il presidente dellaRepubblica Sergio Mattarella nel messaggio inviato al Consiglionazionale forense, letto dal presidente del Cnf Andrea Mascherinin apertura della cerimonia per l’anno giudiziario forense. «Atal fine si rivela centrale la cura della formazionecontinuativa – si legge ancora nel messaggio – e l’impegno peril rigoroso rispetto delle regole deontologiche». Il Capo delloStato ricorda quindi come nel 2018 e ancora nei primi mesi diquest’anno siano stati approvati «importanti provvedimentilegislativi» per l’attuazione dei quali «si rivela fondamentaleil contributo della classe forense».

Il messaggio integrale del presidente della Repubblica

«In occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario 2019, mi è gradito far giungere a lei, illustre Presidente, ai componenti appena eletti del Consiglio Nazionale Forense e a tutti gli intervenuti il mio cordiale saluto. Il 2018, così come i primi mesi dell’anno in corso, sono stati segnati dall’approvazione di importanti provvedimenti legislativi, per l’attuazione dei quali si rivela fondamentale il contributo della classe forense. Il ruolo insostituibile, che essa svolge nella elaborazione della cultura giuridica del Paese, impone che l’attività forense sia esercitata con autonomia e professionalità. A tal fine si rivela centrale la cura per la formazione continuativa e l’impegno per il rigoroso rispetto delle regole deontologiche, che il Consiglio ha da sempre assicurato. Il tema scelto per l’odierna tavola rotonda dimostra la rinnovata consapevolezza in ordine alla funzione, anche sociale dell’avvocatura, chiamata a promuovere la tutela dei diritti fondamentali della persona in una società in dinamico mutamento. Con questo spirito, rinnovo il mio fervido augurio di buon lavoro».

Commento:

Per il Presidente della Repubblica, quello della avvocatura sarebbe un “ruolo insostituibile, che essa svolge nella elaborazione della cultura giuridica del Paese”.
Soltanto?
Possibile che ignori:
che se spetta alla Procura della Repubblica l’azione penale generale,
spetta alla avvocatura l’azione civile generale.
E che ad essa spetta inoltre:
-l’azione amministrativa generale contro l’illegittimita dell’esercizio del potere amministrativo;
-l’azione tributaria generale contro l’illegittimità dell’esercizio del potere tributario;
la “giurisprudenza” (l’impiego del sapere giuridico a prevenzione e soluzione della controversie sociali) stragiudiziaria.
E spetta infine la resistenza alla sostituzione del potere legislativo, del potere esecutivo, o alla disapplicazione sistematica dei prodotti normativi di quei poteri; spetta insomma la resistenza alla più penetrante offesa allo Stato di diritto:
dalla magistratura (in prevalenza) penale?
Per di più irresponsabilizzabile giuridicamente?
Possibile che ignori tutto ciò, il PdR?
E quindi che abbia minima idea della dimensione del “ruolo” sociopolitico della avvocatura; e quindi, di riflesso e correlativamente, di quello della magistratura?

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

DALLA DISPERSIONE DI TORTORA A QUELLA DEL SUO PROTETTORE

Oggi sono trentunanni dalla morte di E Tortora, lenta dolente umiliante, indottagli, sebbene innocente, dall'apparato di giustizia penale italiano, nell’ esercizio della funzione istituzionale.
Posdomani morira' (finora è certo) Radioradicale - la radio, civile, fra le più informative istruttive ammaestrative formative, del Globo- che, col Partito politico del quale è organo, leni' l'agonia di quel martire eleggendolo ad un Parlamento che lo immunizzasse. Sebbene egli se ne sia presto dimesso, per risottomettersi socraticamente al suo incube giudiziario.
Il partito, 5stelle, che da qualche tempo ha dedicato sé stesso all’imbestialimento giuridico di quella funzione, che è divenuto il braccio legislativo del suo apparato, oggi e' anche il repressore di quella Radio.
C’e’ qualche rapporto fra le due attività, quella di Partito per conto dell’apparato persecutore di Tortora e quella di persecutore della Radio del Partito che eroicamente gli si oppose?

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

I RAGIONAMENTI DEL LADRO

1. Il ragazzo respira a fatica, un proiettile gli attraversa l’addome che insanguina il sedile della vettura ove giace, mentre il conducente corre verso l’ospedale sull’uscio del quale lo deporrà senza mostrarsi, né lui né gli altri viaggiatori. Perché ladri in fuga dal luogo del furto ove il derubando ha aperto il fuoco. Perché “delinquenti” in cerca di impunità, oltre che di salvezza della vita del complice. 
All’ospedale è rinvenuto dagli addetti, è d’urgenza introdotto nella sala operatoria, gli è estratto il proiettile, tamponata l’emorragia, suturata la ferita. Vi è ricoverato. 
Tutti han capito che è un ragazzo di “malavita”, perché ferito e lì deposto in quei modi. Ma lì la vita non è né mala né buona, è vita da sottrarre comunque, il più possibile, alla morte. Per privilegio perfettamente egualitario di ogni essere umano in sé, In quel posto del male del corpo che non differenzia quello del “malvivente”. 
1.1 Sono, tutti, di mala e di buona vita, gesti spontanei salienti dal Popolo, i predetti, ben congegnati in esso. Atti di solidarietà verso i sofferenti e i pericolanti, verso chi senz’essi non se la caverebbe. Marcano fermamente questa parte dell’organismo sociale.

2. Il ragazzo è stato colpito da colui che stava per derubare, mentre andava in cerca di roba che non aveva presso chi l’aveva. Non roba particolare o voluttuaria, roba da poco, di “primaria necessità”, che gli levasse la fame, a lui e ai suoi. Roba che il derubando s’era comprato e che egli non aveva potuto comprare, benchè necessitasse ad entrambi allo stesso modo. Roba che quindi evidenziava disparità di condizioni e di modi per averla, e che perciò era ad alta significatività sociopolitica. 
Poiché questionava se la politica non dovesse parificare le condizioni e i modi, per averla. 
O se la politica che fosse inadempiente a quel compito, non dovesse evitare, assolutamente e almeno, di accrescere le disparità castigando l’ineguale in esse. Castigandolo per di più non moralmente ma penalmente, con pene totalmente invalidanti quando non letali. 
O non dovesse comunque, la politica, evitare di nascondere l’inadempimento da incapacità o da malvagia volontà (che su esso ha edificato spaventosi e lucrosi poteri di assoggettamento delle popolazioni, fino ai calvarii e alle segregazioni di massa), incolpando quelle condizioni e quei modi, spacciandoli come delinquenti, criminali. Risolvendoli politicamente con lo “scioglimento nell’acido” della più truce illiceità.
2.1 Visibilmente, qui i gesti di spontaneo solidarismo sopra esposti sono scomparsi e compaiono gesti diametralmente opposti. Di odio in lotta al diseguale, alla diseguaglianza sociale sulle “primarie necessita”, di repressione e punizione di quelle condizioni e quei modi. 
Compaiono blocchi delle loro destinazioni costituzionali a comparire, in adempimento dei “doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale, a riconoscimento e garanzia dei diritti inviolabili delle persone” (art 2). E in adempimento del compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e la uguaglianza impediscono il pieno sviluppo della persona umana…(art 3). 
Compaiono gesti, dei poteri istituzionali inadempienti a quei doveri e a quei compiti, eversivi della Costituzione. 
2.2 l Dunque, questa parte dell’organismo sociale, e quella, sono in conflitto intestino. Ma è ovvio che domini la più potente, quella che possiede la “forza della legge” , e che può impartire ordini al suo esecutore giudiziario.

3. Se non fosse falso quanto apparso sui “social” delle parole, sul lettino dell’ospedale, del ragazzo convalescente (ma se lo fosse, essendo circolato nella voce collettiva, sarebbe comunque vero in quest’ ambito, e considerabile ugualmente), egli ha piena “coscienza di classe” della suesposta questione politica. 
- Io lavoro, rubando, ha detto. 
Il furto quindi, per lui, è atto economico, lavorativo, procacciativo del necessario nelle condizioni e nei modi sociopoliticamente impostigli. L’ imposizione, d’altronde, è effetto della istituzione di condizioni e modi alternativi, che la politica non ha avuto la capacità ( pur avendone la possibilità) o la volontà (vd sopra) di generalizzare, universalizzare. E che con ciò ha portato al grado del privilegio, non solo perché diseguali e diseguaglianti, ma anche perché esaltati e protetti dalla criminalizzazione degli altri. 
- Io rubo bene attento a non far male ad alcuno, ha proseguito il ragazzo. 
Il furto, quindi, come atto economico puro, intento alla acquisizione della sola roba cercata, nel rispetto di ogni altra e nella inflizione del minimo sacrificio al derubato. Il furto, quindi, oltre che necessario, atto morale, “legale” di una legalità fattuale e fatale: se la norma nasce dal fatto, se il fatto genera la norma quando la sua forza tragga (ogni potere giuridico, d’altronde, storicamente è sorto dai fatti. Se ne ha un esempio sopra: il potere di punire il (quel) furto si è insediato sul fatto dell’inadempimento, cosciente o no, volontario o no, ad una politica sociale che rispettasse gli obblighi costituzionali sopra visti…). 
- Ma se mi si risponde sparando allora la prossima volta andrò armato a rubare, aggiunge il ragazzo.
Il furto, dunque, quale atto “legale”, suscitante in lui anche il sentimento della liceità, e della illiceità della opposizione letale ad esso (peraltro, è discutibile, non qui ovviamente, se la difesa da una “difesa” illegittima benchè “legale”, non sia legittima..). 
3.1 Come si vede, parole del ragazzo ( o della voce collettiva) da ascoltare immancabilmente, per conoscere la ragione del ladro - comunque operante socialmente- ed il torto del suo castigatore. E per conoscere la ragione di questo ed il torto di quello. Per conoscere l’insieme, oltre che dinanzi alla morale, soggettiva, dinanzi al diritto, oggettivo , posto dalla Costituzione, sopra visto. 
E per concludere politicamente sul fatto e il da farsi, nella repubblica democratica fondata su quel diritto.

4. E comunque nessun potere politico ha stigmatizzato il ladro più di quanto abbia fatto il “gialloverde” (a cominciare dal ghigno sprezzante del capoleghista al suo vertice, quando –quasi sempre- ne pronunci la parola), confezionando la recente legge sulla legittima difesa e su altro. Questo, aggravativo delle pene del furto e di altri delitti che lo contengono (la rapina), o che lo precorrano (la violazione del domicilio), è tuttavia rimasto nel solco della tradizione politica fascista (1930), della incolpazione delle condizioni e dei modi sociali del furto (sebbene, dal 1948, spettacolarmente contraria alle direttive politiche della Costituzione, sopra viste). 
Mentre quella, la legge sulla legittima difesa, ha sovvertito la tradizione stessa, che mai aveva minacciato al ladro e a lui comminato la pena di morte abilitando il derubato alla esecuzione sul posto (quella avviata sul ragazzo, sebbene prima del giorno quindicesimo nel quale la legge, promulgata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale, sarebbe entrata in vigore). 
Pena di morte, per giunta, drasticamente bandita dalla Costituzione (art 27) se pure questa ammettesse, ma è dubitabile (per quanto detto sub 2), le pene di quella tradizione. 
E così incommensurabile al ladro e al furto (nei Paesi non di Sharjah!), da evocare vera discriminazione di classe o etnica o razziale, della condizione e del modo della acquisizione patrimoniale dell’indigente, rispetto a quelli di ogni altra acquisizione patrimoniale. E tanto più della acquisizione a scopo (esclusivo o concorrente) di lucro, mirata alla roba privata o pubblica, indebita economicamente o socialmente o moralmente o giuridicamente: 
si pensi alla progettazione di un partito politico che punti ( solo o anche) alla miriade di vantaggi derivanti dalla conquista elettorale di seggi istituzionali, e la consegua. Acquisizione non solo del tutto impune ma anche socialmente esaltata.

Dunque vera discriminazione classista o etnista o razzista, del ladro e del furto, quella attinta dalla legge gialloverde.
E della quale alcuni dei suoi autori sembra abbiano avuto consapevolezza, e voluto darne anticipazione simbolica, il giorno della umiliazione pubblica, “di Stato”, di C. Battisti che scendeva dall’aereo che lo estradava dalla Bolivia per esecuzione in Italia di una condanna per omicidii. 
Chi aveva ucciso? 
Il 16 febbraio 1979, P. Torregiani e L Sabbadin, i commercianti che in precedenza, senza necessità, ciascuno in distinte occasioni, avevano colpito a morte (e il primo ferito altri) un rapinatore. 
Chi vendicava (politicamente, a suo dire, quale membro dei PAC, “proletari armati per il comunismo”)? 
I due rapinatori. 
Cosa oppugnava? 
La (il)legittima difesa …
Ciò non ingerivano, gli umiliatori, quel giorno, di C. Battisti…

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

“Modelli criminali…” secondo il titolo del libro dei due magistrati antimafia Pignatone e Prestipino, in tema di “Mafia Capitale”.

Grammaticalmente sostantivo e aggettivo, il primo ed il secondo termine, letteralmente denotano che i modelli sono criminali.
E' possibile che sia stata un svista.
Ma comunque, se i modelli, cioè le prefigurazioni delle realtà cui pensano, sono criminali, ciò invera la teoria per cui non c'è crimine nè criminalità senza il previo modello, essi stanno anzitutto nel modello.
E' poi ovvio che abbiano un qualche rapporto con la realtà. Di fatti i modelli sono concepiti per regolarla.
Ma quando la regolazione sia il mezzo ed il modo dell'attacco ad essa, della "lotta" ad essa (è sempre tale la regolazione penale, per definizione repressiva e menomativa o annientativa di essa), allora i modelli la hanno in odio.
E quando ciò sia, è altamente probabile che, essi, siano modelli di etnizzazione, di etoizzazione, di razzizzazione, del sociale (la criminazione, col suo modello, è del tutto equivalente e corrispondente ad esse).
E' quindi probabile che essi contengano ed esprimano il risentimento etnico, etoico, razziale (o criminoico), del modellatore.
Che essi quindi siano etnisti o razzisti. e possano quindi preludere a regolazioni da pulizia etnica o razziale.
Probabile tanto più, quando siano intenti a colpire etnie o razze, o stili di vita, non altro. Come fanno i "modelli criminali" che attaccano esclusivamente formazioni, gruppi sociali, aggregati umani, associazioni.
Ciò anche perchè quell'indole è storicamente provata.
La ebbero i "modelli criminali" della cultura penale nazionalsocialista, paradigmaticamente etnista e razzista, clamorosamente realizzativa d'essi. Il "modello criminale" in art 416 bis cp non se ne discosta.

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

MATTARELLA E LA LEGITTIMA DIFESA OMICIDIARIA .…

1.Per art 74 della Costituzione, il PdR (presidente della repubblica) che ravvisi la illegittimità di una legge parlamentare al momento della sua promulgazione, la rinvia alle Camere – con messaggio motivato- per una nuova deliberazione.
La disposizione è chiara sul da farsi, sebbene non lo sia sui presupposti.
Presupposti che Mattarella (in alcuni precedenti obiter dicta: rilievi incidentali, di passaggio) ha indicato nella “manifesta incostituzionalità” della legge. Che altri PdR hanno dilatato (o non ne hanno parlato) . E che Cossiga PdR ha esteso fino alla tutela di “altri interessi e valori costituzionali quali.. coerenza e correttezza istituzionale…con particolare riguardo all’attuazione della Costituzione”.
E difatti rinviò leggi in fase di promulgazione 22 volte, a differenza degli altri PdR, il più attivo dei quali, sei volte.
1.1 Il rinvio d’altronde è obbligatorio se la illegittimità della legge potrebbe attentare alla Costituzione (il delitto in art 90 cost. ); ciò che il PdR non potrebbe permettere senza andare sotto processo (messo in stato di accusa dal Parlamento e giudicato dalla Corte Costituzionale integrata da non togati: artt. 90, 135 cost..).
Ed è tanto obbligatorio da escludere che possa avvenire una sola volta -art 74 cit.2-, come pure la disposizione sembra dire. Giacchè il rinvio è dovuto quante volte la legge attenti alla Costituzione. E se al limite dell’attentato le posizioni della parti (PdR e Camere) si irrigidissero, una delle due potrebbe sollevare “conflitto di attribuzione” davanti la Corte Costituzionale (art 134 cost.).
1.2 Orbene, è andata a promulgazione dal PdR la legge gialloverde sulla “legittima difesa”, la quale al ladruncolo domiciliare nega il diritto alla vita o alla incolumità personale, beni (naturalistici e giuridici) tra i più protetti dalla Costituzione, che solo una legge costituzionale (art 138 cost), non ordinaria (art 73 cost.) come la suddetta, potrebbe intaccare (anzi nemmeno essa, essendo beni protetti anche da Carte internazionali e sovranazionali cui la Costituzione non potrebbe derogare).
Glieli nega opponendo il diritto alla integrità del patrimonio privato (pur se bene assolutamente sottovalente in Costituzione: art 42), e anzi, addirittura, opponendo la immunità del domicilio da intrusioni solo tentate.
Inoltre, glie li nega senza processo pubblico, ma solo individuale, privato, che lì per lì celebri il titolare del domicilio.
Cioè, glie li nega non in "riserva di giurisdizione" (costituzionalmente imposta): funzione dello Stato che in pubblico processo e nel contraddittorio delle parti interessate dà o toglie un diritto (si noti peraltro che nemmeno questo processo potrebbe togliere il diritto la vita perché vietato dalla Costituzione: art 27; e nemmeno l’incolumità personale perché vietato dal diritto penale generale).
E glie li nega non in "riserva di legge", perché manca nella legge sulla legittima difesa ogni indicazione casistica dell’esercizio del diritto d’uccidere o menomare l’altrui incolumità. Per per cui esso è rimesso al titolare del domicilio, alla sua legge…!
Insomma nega quei diritti opponendogli quello di "ritorsione" o "rappresaglia" o "vendetta"- avverso l’offesa anche minima solo minacciata o rientrata o consumata (in un furto del ladro in fuga, ad esempio) -, arcaici istituti giuridici (variamente sparsi nel continente europeo), i quali peraltro, al tempo loro, sebbene istituti di offesa corrispettiva (come è, dopotutto, quello della legge in questione) non di difesa, seguivano assai più i principii di proporzione e di necessità.
1.3 Ma non si ferma qui la illegittimità della legge.
Perché essa nega non soltanto quei diritti, ma anche il diritto alla risarcibilità della loro perdita, a chi li avesse persi o ai loro eredi (coniuge figli fratelli nipoti…).
Ciò per "intentio legis" (la intenzione non scritta ma esternata dal legislatore mentre approva la legge, e apparsa chiaramente a chi avesse seguito il dibattito parlamentare), sebbene discutibile in sede di interpretazione applicativa (ma per argomenti e ragioni che qui è impossibile anche solo cennare).
Diritto al risarcimento del danno -patrimoniale morale etc- purtuttavia protetto tanto quanto i correlativi, in Costituzione (artt 24 113 cost.). E la cui negazione, quindi, attenta parimenti ad essa.
In altre parole, la legge andante a promulgazione non avrebbe potuto attentare di più alla Costituzione della Repubblica, essere più conforme ad istituti arcaici, più premoderna, atavica, regressiva.
2.E tuttavia il PdR non la ha rinviata a chi glie l’aveva trasmessa. Non le ha impedito la elisione, per mano privata, del diritto alla vita o alla incolumità personali (diritti naturali, umani prima che costituzionali, della persona).
E, mimeticamente, ha disciolto un pò di inezie pseudogiuridiche, per di più in gran parte non attinenti alla legittima difesa ma ad altro della legge in questione (la parte relativa agli aumenti di pena per alcuni reati) . Ad esempio:
- la sospensione condizionale della pena (a seguito di comportamento risarcitorio) concedibile al ladro dovrebbe esserlo anche al rapinatore (al Pdr è sfuggito che il livello sanzionatorio minimo della rapina aggravata mai potrebbe scendere, e assai imperviamente lo farebbe quello della rapina semplice, a quello sospendibile!);
-il “grave turbamento” (psichico) inducente alla uccisione o al ferimento dell’intruso sia “oggettivo”, ha raccomandato il PdR (intendeva  dire oggettivabile, nel senso di provabile, non potendo essere che soggettiva, in sé, una turba psichica…?);
- “Va preliminarmente sottolineato che la nuova normativa non indebolisce né attenua la primaria ed esclusiva responsabilità dello Stato nella tutela della incolumità e della sicurezza dei cittadini, esercitata e assicurata attraverso l’azione generosa ed efficace delle Forze di Polizia”. Certo, ma  l’autodifesa privata sopravvisse storicamente alla assunzione, dagli Stati, della difesa del privato, proprio per la sua urgenza, indifferibilità, cui lo Stato non potrebbe accudire…!
E discioltele in un “messaggio” indirizzato al presidente del consiglio dei ministri e ai presidenti delle Camere:
sebbene inconferenti, non solo perché inezie, ma perchè prive di valore o di forza di legge, di normatività;
e sebbene il “messaggio”, per art 74 cit., accompagni il rinvio della legge, non la sua promulgazione (peraltro, è discusso fra i costituzionalisti se altri messaggi, a parte quelli in art. 87.2 cost. - i “messaggi alle Camere” del Pdr quale rappresentante dell’unità nazionale-, a malgrado delle loro prassi, siano legittimi).
Discioltele, dicevasi, ha promulgato siffatta legge…
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Primomaggio -Ventimaggio

Mancano venti giorni di navigazione alla "Piattaforma rousseau" per giungere al contatto, per lo speronamento e l'affondamento (o forse l'arrembaggio per la conquista), con la "Piattaforma radioradicale". 
Venti giorni quindi all'urto, da una massa culturale, di un'altra totalmente difforme discontinua distante, antilogica antitetica antinomica.
La assalitrice ha dovuto avviare la navigazione dissolutrice (o conquistatrice) perché del tutto impotente al confronto dialettico con la assalenda. 
E lo ha fatto dopo essersi munita di potere politico capace di Forza, di eliminazione dell'avversario o del diverso. 
Ovviamente, in condizioni sociopolitiche e di metodo propizie e tipiche, quelle alla base dello "Stile Erdogan".

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

25 APRILE

1.Addì 25 aprile 1945 Berlusconi S. è nato da qualche anno, figlio, forse già ambizioso, di un militare che, con la famiglia, quel giorno, si è tenuto lontano da Milano, occupata dai nazisti del Terzo Reich e dai fascisti (non Savoia ma) repubblichini di Salò e attaccata dai partigiani del CLNAI (comitato liberazione nazionale Alta Italia).
E certo è colpito dalla ignominiosa fuga dalla città, verso Como, del duce B. Mussolini, travestito meschinamente da soldato tedesco, per scampare ai partigiani che lo cercano.
Quel giorno, per di più, questi espelleranno dalla città, dopo averlo fatto in altre del Norditalia, gli occupanti nazifascisti. E dopo due giorni, il 27 aprile (anniversario dell’assassinio mussoliniano di A. Gramsci!) cattureranno e (il giorno 28 di pomeriggio) fucileranno sul posto il fuggiasco.
Impressionato dall’insieme, quindi, quel 25 aprile Berlusconi lo terrà a mente, forse già presentendo che le sue future peripezie di profilico faccendiere gli daranno il potere di redarguirlo pubblicamente.
Accadrà dopo nemmeno un cinquantennio (un istante secondo il tempo storico!) quando, acquisita un’immane potenza mediatica dopo essere stato pronto a tutto per averla – anche il lecchino dei partiti governativi di qualunque sigla - la scaglierà travestito da “liberale” (dopo risalenti travestimenti hollywoodiani da tracotante boss della mala…) sul campo elettorale, per condurre fin dentro le istituzioni dello Stato formalmente antifascista, oltre sé stesso, il suo seguito. Composto dalla destra spontanea, quella neofascista finiana, quella razzista (e neofascista dichiaratamente armata) bossiana, e un pò di destra già travestita da democrazia cristiana.
Cioè per condurre, si diceva, dentro le istituzioni, le entità politiche specificamente o genericamente discendenti da quelle che ne erano state espulse dalla Liberazione simboleggiata il 25 aprile. Cioè anche a dispetto ed a smacco, a lungo meditati, di quel giorno.
Della celebrazione del quale difatti, dal 1994, esse iniziarono la contestazione o la diserzione (o la irrisione). Perchè non accomunava tutti, antifascisti e fascisti: così istigandone subdolamente la revisione storica. O perché celebrazione non di antifascisti ma di “comunisti” totalitaristi (in Italia?!): così astutamente escludendone i non comunisti. O perché -edizione Salvini 2019- “derby tra comunisti e fascisti”: così escludendone gli antifascisti e soprattutto, spina nel fianco, gli antirazzisti. O per altre disparate ragioni.
Ognuna comunque rimuovente puntualmente, dalla celebrazione, la deplorazione del fascismo, la raccomandazione all’antifascismo e all’antirazzismo; (rimuovente) la sua istituzione quale discrimine operativo tra l’uno e gli altri, tra sfregio e annientamento dell’umanità difforme e l’opposizione militante ad essi (un decreto legislativo del governo italiano provvisorio, datato 22 aprile 1946, aveva dichiarato “festa nazionale” il 25 aprile per l’anno 1946. Poi si divisò di simbolizzare la Liberazione del Paese col 25 aprile che aveva liberato Milano e Torino. E con L. n.260/1949, proposta da Alcide De Gasperi in Senato l’anno prima, fu sancito quel giorno Festa Nazionale “anniversario della liberazione”).
Discrimine quindi altamente detettivo (non l’unico ovviamente), indispensabile da chi si fosse proposto di identificare, per debellarlo, il neofascismo. A riprova di ciò, ancora Berlusconi, suo ristatalizzatore, come visto, e disertore dichiarato, costante, annuale dal 1994 ad oggi, della celebrazione (egli d’altronde, ad ogni esordio in pubblico, a ben osservarlo, ha proteso romanamente il braccio destro fino ad ingessare le dita della mano. Talora perfino, evocativamente, da un predellino….). O anche, da ultimo, il trucemente miliziesco per tenute e per armi e ridondanze d’ogni genere neorazzinazifascista, Salvini, disertore esplicito della celebrazione trascorsa. Per di più, in spedizione pulitiva “della mafia” a Corleone, certo non dimentico dello “stile Mori”, il “prefetto di ferro” inviato in Sicilia da B. Mussolini con espresso mandato di pulizia etnica della mafia: all’ultimo sangue.
2. Il 25 aprile celebratamente antifascista, dunque, ha tutta la capacità semiologica di identificare il neofascismo. In specie berlusconiano. Difforme, certo, da quello mussoliniano, ma solo nei “fenomeni” non nelle essenze.
Qui è impossibile osservarle tutte, ovviamente, anche solo per cenni. Ma se ne consideri un paio, bastante a denotare la qualità culturale di ogni altra.
All’avvento di Berlusconi e del suo seguito, crescerà a dismisura la legislazione razzista - emulativa concettualmente, e in parte materialmente, di quella del “ventennio” -, drasticamente abolitiva dei diritti costituzionali dello straniero, ma anche del cittadino (vd alla fine). Crescerà nella stessa misura, ad un tempo, la legislazione penale e procedurale, abolitiva di (quasi) tutti i diritti costituzionali individuali e collettivi del cittadino (e dello straniero). Perchè?
Perché diritti, tutti gli ordetti, resistenziali, portati e consegnati alla Carta dalla Resistenza antifascista. E a maggiore smacco e sopruso, aboliti con legge ordinaria (per di più decretazione governativa convertita dal parlamento sulla fiducia), anziché con legge di revisione della Costituzione (come dovuto per art 138 Cost!).
Con siffatta legislazione, ad un tempo, saranno sabotati i principii del diritto e della scienza penali illuministici e torneranno a fondersi reato e peccato, reato e reo, reità individuale e collettiva; e a convivere reità del fare e del modo d’essere e del solo pensare o del mero stile di vita. Quest’ultima reità, d’altronde, in piena rievocazione del diritto penale nazionalsocialista del Terzo Reich, sebbene (paradossalmente) allora incondiviso dal coevo diritto mussoliniano; ora tuttavia rimosso dal berlusconiano!
E, nella sterilizzazione dialettica e la mortificazione operativa della Opposizione politica, sarà, con ciò, fascisticamente accresciuta la potenza, sociale e militare, degli organi della inquisizione e della punizione, della “prevenzione” e della repressione, “della legge e ordine”. Cioè dei poteri sociali quanto più possibile umiliativi assoggettativi annientativi, dell’umanità sottostante (conformemente alla teoria della organizzazione sociale fascista)..
La spettacolare crescita la porterà, com’è ovvio, al predominio culturale: con “prime notizie” delle sue imprese su tutti i Media, spacciate per referenti unici dell’esistente.
3. Come si vede nel poco che si è narrato e richiamato, celebrazione o diserzione e contestazione e irrisione del 25 aprile molto possono dire e implicare.
Visibilmente, la mortificazione della Liberazione resistenziale dal fascismo e dal razzismo, della vittoria dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Da un neofascismo ancora tragicamente "africano" (Iraq, Libia) e squadristicamente italiano (G 8 di Genova: “Scuola Diaz” e innumerevoli altri assalti), non molto diversamente dal fascismo.
Così che oggi le sue prime istituzioni sono nelle mani della organizzazione di chi, penetrandole, chiese riconoscenza per avere inibito l’avvento di Alba Dorata (Grillo, che, quindi, avrebbe avuto il controllo della formazione internazionale neonazifascista! Grillo che, d’altronde – 2013-, proclamò che il 25 aprile “era morto”….). E nelle mani della organizzazione di chi, di formazione politica su base etnica (etnia “padana”, indigena, dialettale, prescolare, civicamente sottosviluppata, e –ovviamente- esclusivistica), perversamente portato ad etnizzare ogni altro aggregato umano, cittadino o straniero, che ravvisi o che tema competitivo, ha maturato un razzismo ferale, da pulizia etnica dentro e fuori “i confini della patria”. E spregiudicatamente statalizzatolo, lo esercita.

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Le girls di Salvini: Bongiorno, Mussolini, (ri)castrerebbero Turing….

1.Lo scolaro Alan Turing è malvisto dagli insegnanti, non supera gli esami di “religione” e di altre materie “umanistiche”, è disinteressato, si diplomerà a stento. 
Ma giunto al King’s College di Cambridge ha un incontro, fatale, con Ludwig Wittgenstein (lì dopo avere abbandonato l’Austria, perché ebreo in pericolo, nei passati anni trenta), teorico (col Tractatus….,,) del linguaggio vigente quale limite del reale riferibile, comunicabile verificabilmente (e da tacersi in sua mancanza). 
Turing si dedicherà, quindi, alla “meccanica quantistica” e alla “teoria della probabilità”, e si immergerà talmente in quello scibile da sortirne intriso. 
In tanta fertilità intellettuale, a ventottanni è notato dall’all’alto Comando militare della Gran Bretagna appena insidiata dalla Germania Nazista. 
Ed è segretamente assoldato perché tenti, adeguatamente accompagnato, la decrittazione di Enigma. Il codice dell’alto Comando militare tedesco, che variato ogni giorno si dotava di indecifrabilità assoluta, dal nemico, e quindi della capacità di diramare imprevedibilmente ordini di guerra alle proprie forze, per azioni di invasione di occupazione di caccia di rappresaglia, imprevenibili. 
Nel corso del tentativo, Turing giungerà alla decrittazione di Enigma e alla possibilità di previsione e (quindi) di prevenzione delle mosse dei Comandi militari tedeschi. 
Per ciò si è ritenuto che abbia notevolmente contribuito alla sconfitta della Germania Nazista ed alla elusione delle distruzioni e degli eccidi che senz’essa sarebbero proseguiti. Ciò dopo avere costruito la “macchina di Turing”, il precursore (si dice) del moderno computer.
2. Ma Turing è un omosessuale. E non riesce a celarlo sebbene viva in una Gran Bretagna “vittoriana” ferocemente persecutrice della sodomia ancora nei passati anni ’50. D’altronde, non molto tempo prima, Essa ha clamorosamente imprigionato, per quel crimine, Oscar Wilde (che morirà “di meningite” cinque anni dopo). Pur se non è giunta a intercettare Wittgenstein, la fucina intellettuale di Turing (domanda incidentale: potrebbero bastare cotanti nomi per meditare sul valore della anomalia – solo statistica!- sessuale nella fornitura del genio, e di innumerevoli altre virtù artistiche e civili? Per meditare sulla fecondità sociale di ogni “orientamento sessuale”, e sulla opportunità della sua liberazione?). 
Scoperto, Turing, è processato e condannato (1954) alla pena della incarcerazione, che tuttavia potrebbe evitare accettando di “sedare” la sessualità chimicamente, assumendo estrogeni, ormoni femminili (che provocano anche ginecomastia). 
Atterrito dall’idea del carcere si sottopone al trattamento. Presto tuttavia corpo e intelletto infiacchiranno e inbruttiranno, per lui inaccettabilmente. 
E di fatti non lo accetterà. 
Poco dopo si darà morte (nella più probabile ipotesi, addentando una mela iniettata di curaro, mentre si adagia compostamente nel letto ora funebre).
3. Il racconto, per mostrare la dispotica irresponsabilità sociale di una punizione giudiziaria, che per redarguire una porzione infinitesima dell’essere umano (l’omosessualità di Turing, di Wilde.. ), la parte minima di un tutto illimitato (e specificamente grandioso), dissolve questo senza residui. 
3.1 Ma anche per tentare di ricostruire retrospettivamente, secondo il metodo analogico, volti e voci culturali degli autori del misfatto attraverso quelli de “la Bongiorno”, “la Mussolini”, di altri simili “eletti”, e di Salvini loro guida politica. 
I quali, oggi, invocano la “castrazione chimica” dei condannati per reati sessuali (che, “ovviamente…”, “volessero” conseguire il “beneficio” della “sospensione condizionale della pena carceraria”; cioè: non sarai carcerato se ti castrerai…).
Volti e voci culturali, dei predetti, perfettamente ricostruttivi, a ben vedere…

Pietro Diaz

Pubblicato in Dalla rete, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

ED ORA: SENATO GIALLOVERDAZZURRONERO “PER SALVINI…” DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE?

1. Non è improbabile che accada se, quando due (o più) poteri dello Stato entrino in conflitto sulle rispettive attribuzioni, è la Corte costituzionale a dirimere. 
E se si ha “conflitto di attribuzione” (art. 134.2 cost.) anche quando un potere prevarichi su un altro, è verosimile che la vicenda senatoriale Diciotti vada alla Corte. 
Di fatti, quali ne furono i termini?
Il “tribunale dei ministri” voleva portare a giudizio (con accusa di delitto di sequestro di persona plurimo e aggravato) il ministro dell’Interno. 
Per farlo non incontrava altro limite che l’autorizzazione a procedere, spettante al Senato (secondo la legge costituzionale n.1 /89). 
Diligentemente la richiedeva. 
Ma gli veniva rifiutata, da un’ intesa deliberatoria fra il partito stellato il leghista e la Destra restante fino all’estrema.
2. Tuttavia il Senato non era libero di comporre a piacere le ragioni del rifiuto. Poiché aveva il dovere di svolgerle col filo dell’art 9 comma 3 della legge suddetta, vedendo se il Ministro "a(vesse) agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo". 
Cioè aveva il dovere di accertare se quegli elementi fossero stati o no partecipi della commissione del reato ministeriale. 
E il dovere di dare l’autorizzazione ove non lo fossero stati. 
Cioè aveva il dovere di accertare se il ministro, commettendo il reato: 
avesse difeso un “interesse costituzionalmente rilevante”; tale in quanto previsto dalla Costituzione (non altrove); quale esso fosse e perché; da quale offesa fosse stato difeso. 
O di accertare se il ministro avesse perseguito un “preminente interesse pubblico nell’esercizio delle funzioni di governo”; quale esso fosse e perché; perché (inoltre) preminesse sugli interessi (diritti) umani e civili di centosettantasette soccorsi in mare (scampanti all’inferno africano); quali esse (funzioni di governo) fossero, in un esercizio concretamente prefigurato da norme nazionali, internazionali, sovrannazionali (fragrantemente violate..). 
Dovere di accertarlo, ovviamente, riempiendo di fatti (non di vane o inconferenti parole) quegli elementi astratti, per riscontrarli o escluderli. 
E, ripetesi, dovere di dare l’autorizzazione ove li avesse esclusi. Tanto quanto potere di non darla solo ove li avesse inclusi. 
Senza di che avrebbe menomato il potere della magistratura di giudicare, avrebbe leso le sue attribuzioni. Senza di che, il potere senatoriale di autorizzazione sarebbe andato a confliggere col potere della magistratura di giudicare. 
3. Ora, chi avesse seguito l’excursus della deliberazione senatoriale del giorno 19 di marzo scorso avrebbe avvertito che, già terminologicamente, essa esulava dalla griglia verbale e concettuale di cui all’articolo 9.3 cit.. 
Il Senato deliberava su proposta, della Giunta…delle immunità parlamentari, formulata dal presidente Gasparri. La proposta agitava interesse governativo interesse ministeriale interesse pubblico interesse dello Stato interesse nazionale, interesse di ogni genere, tranne i due, e relative qualifiche, imposti dall’articolo richiamato. 
Anzi di essi non solo non simulava il contenuto ma nemmeno il suono verbale. 
Per di più, la proposta, oltre che imbarcare (suo malgrado) la ascrizione, a Salvini, di reati di sequestro di persona assai più gravi di quello in accusa (il reato in art 289 ter cod pen, se ne è fatto cenno in altro scritto su questo Sito), si poneva a disquisire di differenze, quanto a natura ministeriale, fra reati ad offesa irreversibile e reati ad offesa reversibile, mai pensate dalla teoria penale del reato che ha sempre annesso a entrambi i generi pari “consumazione” . 
Si poneva a disquisire comunque di differenze incongruenti alla deliberazione in ballo, non ammessa a neppure sfiorare il contenuto fattuale e giuridico della accusa. 
Anzi tenuta a presupporlo rigidamente, potendo ( e dovendo) esclusivamente accertare se, il reato, fosse stato commesso per difendere o perseguire gli interessi di cui all’art. 9 cit. (v. sopra). 
4. Quindi, la proposta della Giunta (di non dare autorizzazione a procedere) entrava in Senato su un binario manifestamente divergente dalla meta prescritta, sia perché il suo moto logico (come quello del Senato) era vincolato nei criteri e nei termini dall’art. 9 cit. (come detto); sia perché, esso, era escluso dalla valutazione (sotto qualsiasi aspetto) dell’accusa (è siffatta prevaricazione sul metodo e sul merito che indizia conflitto, invasione della attribuzione della magistratura, “per menomazione” verosimilmente). 
E per ciò su quel binario (verbale, concettuale, funzionale) tanto divergente dalla meta, il Senato avrebbe dovuto prontamente fermarla.
5. Ma inoltratasi, la proposta, nell’area della Destra, perfino da quel binario è deviata. Di fatti: 
C’era chi parlava di “esimenti” e di “scriminanti”, a proposito degli elementi dell’art. 9 cit… Cioè evocava quelle “circostanze” che suppongono un reato ma ne escludono la pena (perché commesso, ad esempio, per legittima difesa o in stato di necessità..). Circostanze che sono previste dalla legge penale, perchè attengono al reato. E che proprio per ciò non potrebbero esserlo dalla legge processuale (sulla autorizzazione in discussione). 
Costoro, quindi, inseguendo Gasparri che scivolava sulla (inammissibile) valutazione del reato sventolando differenze categoriali inesistenti, lo sorpassavano evocando “esimenti” e “scriminanti” del reato ugualmente inesistenti, “vedendole” addirittura negli elementi regolanti il procedimento sul reato (l’autorizzazione).
C’era poi chi risciorinava la serie degli interessi elucubrata da Gasparri, al pari di costui, tuttavia, riavvolgendo nella maggiore afasia quella degli interessi previsti dall’art 9.3 cit.. 
E c’era perfino chi, esaltandosi, proclamava “noi siamo giudici”, deliberando sulla autorizzazione a procedere. Senza nemmeno sospettare che, la loro, era una posizione simile a quella del querelante (o dell’ “istante” etc..), colui che dà al processo una “condizione” (“di procedibilità” appunto), affinchè esso parta o prosegua; condizione in tutto corrispondente, concettualmente e funzionalmente (e soggettivamente, malgrado la discriminante pompa magna dei senatori), a quella, la autorizzazione a procedere, in deliberazione. Querelante, come è noto, completamente estraneo ai "soggetti del processo” organici a questo (fra essi, primo, il giudice: cod proc pen, Libro I), mero propulsore estrinseco del processo (pur se poi da questo variamente coinvolgibile). 
Quindi, i sèsupponenti “giudici”, nemmeno sapevano (o fingevano di non sapere) in che veste deliberassero. 
6. Ebbene in tale stato sociopoliticogiuridico, e intellettuale, in tale eccesso dai limiti del proprio potere, il Senato menato dalle suddette schiere, ha rifiutato di dare alla magistratura la autorizzazione a procedere su uno dei più gravi reati ministeriali contro la persona la sua libertà la sua umanità, che la storia processuale penale della Repubblica, e della monarchia postunitaria, abbia censito.

Quindi non è improbabile che sarà portato davanti alla Corte Costituzionale, affinchè la sua deliberazione sia annullata per illegittimità.

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

SALVINI E TARRANT: DUE FACCE DELLO STESSO RAZZISMO?

"L’unico estremismo che merita di essere attenzionato è quello islamico”, ha diffuso il ministro dell’Interno Salvini a commento dell’eccidio neozelandese.
L'aggettivo “islamico” designa un credo religioso. E nella frase suppone (almeno un) altro “estremismo”, di (almeno) un altro credo religioso. 
E lo suppone di qualità differente da quello di cui dice, se non “merita di essere attenzionato” e se anzi è da (e per) esso che si “attenziona” (verbo da guardiani, sgrammaticato e stonato, volgarmente esibitivo di ruolo, ma condiviso dal ministro). 
Lo suppone appunto antislamico.
Come quello di Tarrant, credo antislamico armatosi (due volte) contro il credo islamico, uccidendo quarantuno, poi otto, oranti, ferendone non si sa quanti, nei luoghi sacri del loro culto, in due Moschee? 
Il credo del "rosario" che Salvini di tanto in tanto ostenta, per di più nelle esibizioni in pubblico? 
La risposta potrebbe essere affermativa (d’altronde Tarrant vi ha alluso apertamente).
Dunque (in tesi) “estremismo" religioso, quello che sgorga dalla bocca del ministro dell’Interno. Tecnicamente razzismo, se la contrapposizione delle popolazioni in base a religione è razzismo di specie religiosa. 
Esattamente corrispondente a quello esploso dalle armi del neozelandese. 
Pertanto si ha razzismo tanto nel verbo del ministro quanto nei proiettili dell’or detto sui musulmani alle Moschee.
Lo stesso razzismo. 
Si ha quindi l’essenza del razzismo. 
Una essenza culturale. 
Che non ha mai la stessa forma esteriore, ma che tuttavia ne determina ognuna. 
Che è rinvenibile dietro ogni forma che essa determini, purché se ne possieda il codice. 
Codice che in specie non potrebbe essere più semplice, e più fruibile: 
Salvini verbalizza e il pluriomicida arma il medesimo razzismo. 
Essi esprimono differenti forme della medesima essenza. 
D’altronde, non senza raccogliere nelle loro espressioni tutte le espressioni antecedenti. 
Giungendo perfino a catalogarle. 
Lo ha fatto esplicitamente Tarrant, che alle armi e dintorni ha dato nomi di pluriomicidi consumati o tentati come Breivik e Traini, o di eroi di battaglie “contro gli ottomani” (Venier e altro).
Lo ha fatto Salvini, rievocando il pericolo islamico, invocando il soccorso antislamico, materia e lingua del leghismo più conforme (indelebili il dileggio iconico di Maometto, o verbale della maomettana C. Kienge, di “calderoli”; o le viscerali variazioni sul tema di “borghezio”). 
D’altronde, come si sa, è la ripetizione di forme materiali che indizia l’essenza culturale. Che poi la ripetizione solidifica e colloca nella Storia relativa, quale sua “legge”, fino che sia esaurita o altrimenti estinta. 
Ed è sempre la ripetizione che appresta il codice semiologico (la totalità dei segni datisi che permetta l’interpretazione) dell’essenza, che ne consente l’attestazione.
Dunque, essenza di razzismo religioso (ma anche etnico: di cui però qui non si può fare analisi), quella che è scorsa multiforme, tra i borbottii di Salvini e i botti di Tarrant. 
E quella che, ergendosi a soggetto politico reale, ha la capacità di interrogare il sistema, fino a che esso ammetta la sua effettiva consistenza culturale.
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Moro: … vi abbiamo garantito la liberta’…non ci processerete nelle piazze….E “Antelope Cobbler” lo fece processare in piazza…

L’ultimo processo ad alcuni ministri, ed altro…

1. Oramai è un quarantennio che, il giorno 1 di marzo 1979, la Corte Costituzionale (Consulta) condannava ad oltre due anni di reclusione un ministro della Repubblica, segretario di un partito politico, per reato di corruzione (avrebbe intascato somme di denaro in cambio dell’acquisto, per l’esercito italiano, di aerei di produzione Lockheed: Hercules C130). La Corte era investita del processo dall’art 96 della Costituzione (e norme attuative) il quale, per i reati commessi dai ministri (o dal presidente del Consiglio dei ministri) nell’esercizio della funzioni, Le assegnava giudizio e sentenza, peraltro inimpugnabile (sebbene, per fatti o prove sopravvenuti, revisionabile dalla Corte stessa). 
Glie li assegnava non nella composizione ordinaria (quindici giudici nominati dal presidente della repubblica, dal parlamento, dalle magistrature superiori - Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti - ciascuna per un terzo) bensì in composizione straordinaria, con “giudici aggregati”, tratti a sorte da un elenco formato elettivamente ogni novennio dal Parlamento. 
Mentre assegnava la messa in stato di accusa al Parlamento in seduta comune, che deliberava sul rinvio al giudizio della Corte; previa istruzione (raccolta delle prove) da una Commissione parlamentare Inquirente. 
Erano organi atecnici (pur se alcuni loro membri fossero tecnici), tranne la Corte che ognora applicava tecnica giuridica. Tutti comunque erano aprofessionali, non applicavano diritto e procedura penale. 
D’altronde, come cennato, le sentenze erano inimpugnabili. Furono queste alcune della ragioni della riforma dell'art 96 cit (insieme a molte altre sociopolitiche: fra esse spiccava l'esigenza dell'eguaglianza processuale degli accusati, tuttavia imbruttita dalla ineguaglianza processuale - nei fatti o nella legge - del suo retore, la magistratura), compiuta con la legge costituzionale n. 1 del 1989; la legge oggi operante sotto gli occhi di tutti, nel processo ad un ministro sotto accusa di reato.
Riforma che mostra, dall’inizio alla fine del processo, magistratura ordinaria (sia pure con taluni particolari), anche di Appello e di Cassazione, su sentenze adesso diversamente da prima, impugnabili. E mostra, in Parlamento, la Camera di appartenenza del ministro accusato (se l’avesse, se no comunque il Senato) e la inerente “Giunta per…. le Immunità”, solo in funzione di autorizzazione della magistratura a giudicare e sentenziare. 
2. Il Parlamento del caso Lockheed metteva in stato d'accusa più ministri, uno dei quali segretario di partito, come detto, l'altro un democristiano colto ed elegante, inoltre indiziato - non il solo- , di identificarsi in Antelope Cobbler (Antilope Ciabattino: “tagliatore” della pelle dell’animale?), un nome senza volto, se non quello di colui al quale era apposto via via, in un chiaro disegno -a matrice statunitense- di attacco al soggetto politico dominante, che puntava ad aggregare un grande partito della "sinistra" (non solo italiana).
La campagna "controrivoluzionaria" fu talmente intrusiva e acre, che attraverso la diffamazione o la calunnia, amplificate da media corrivi di vario genere, affibbiò a Giovanni Leone presidente della repubblica (un rinomato processualpenalista oltre che un politico avveduto), il nome di Antelope Cobbler (insinuando: Cobbler o Gobbler, mangiatore di antilopi, cioè leone?). E profittò della sua signorilità, indignata per tanta facinorosità, per indurne le dimissioni. 
3. Ma l’identità più ambita e cercata da Antelope Cobbler - qui congetturalmente ma non implausibilmente: il nome dell’aggregato cospirativo politico civile militare (non solo statunitense, internazionale e largamente italiano), trasposto sadicamente sull’uno e sull’altro politico per debellarne l’insieme- era un’altra, e scaturiva da un’idea fissa dell’anticomunismo viscerale e sanguinario, incarnata stavolta nell’esemplare più felpato che si aggirasse, volpino, fra le istituzioni governative americane, Henry Kissinger. Che “glie l’aveva giurata”, al meno anticomunista e meno destrista della democrazia cristiana, Aldo Moro (giuspenalista autore di scritti giuridici complessi come il suo abituale linguaggio), reputato disegnatore e facitore della grande svolta politica “a sinistra”. 
D’altronde, non era stato lui ad assumere la difesa, in Parlamento, del ministro democristiano cooperante alla svolta? Lo aveva fatto addì 9 marzo 1977, con un' orazione da par suo, conclusa con un monito disfidatorio: ... vi abbiamo garantito la libertà... non ci processerete nelle piazze...
Aveva sottinteso, con uno dei suoi ermetismi stracolmi di senso, che fra le libertà garantite dalla sua forza politica lungo un trentennio di emancipazione delle facoltà civiche dalla oppressione fascista, non rientrasse quella di processarla nelle piazze? 
E che non vi rientrasse nemmeno quella della illegalità procedurale, da imperizia o incompetenza o malignità tecniche, da piazzismo giudiziario (ciò anche perché nessun diritto fa più male, e appositamente, del penale)? 
Cioè, aveva inteso denunciare contenuto e metodo del lato politico (ve ne era un altro, comunemente affaristico) della operazione “giudiziaria” Lockheed? 
Ne rigettava il piazzismo, sia come processo di folla, sia come processo di addetto che lo desse in pasto alla folla?
Ciò (verosimilmente) parve avesse osato, il giorno 9 di marzo 1977. 
Per di più, meno di un anno dopo, il 3 di marzo 1978, l’ identificazione, in lui, di Antelope Cobbler era fallita in sede giudiziaria: egli non era il ciabattino, se mai era l’antilope. 
Ebbene. 
4. A dodici mesi da quella frase, a tredici giorni da quella archiviazione, il 16 di marzo, il giornale a direzione Scalfari, La Repubblica, diffuse di primo mattino: 
"Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della DC". 
Alle ore 9,03 successive. Aldo Moro fu fatto prigioniero, Fu sterminata la sua “scorta”. Fu “interrogato” per oltre cinquanta giorni. Fu disattesa la sua difesa. Senza legge né reato fu condannato a morte. Fu eseguita la pena.
Inceppatosi l’ordigno giudiziario per lui allestito, “Antelope Cobbler” aveva optato per il processo di piazza? 
E invertito in premonizione il monito del 9 marzo 1977?

Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina, tribunale repubblicano | Lascia un commento

Morralist

La libidine di linciaggio che rigonfiava sconciamente, questo pomeriggio su Rai Sardegna, la sillabazione in pubblico, dal presidente della commissione parlamentare antimafia il grillino Morra (professore di filosofia in un liceo meridionale, evidentemente dissociato), di nomi di candidati al Consiglio Regionale sardo, secondo una sua lista "impresentabili" poiché “condannati” (non definitivamente peraltro).
E che ciò inscenava al seguito delle “liste di proscrizione” (fatte in casa e senza pudore affiancate a quelle fatte in Parlamento de “la Severino”) diffuse, in un raptus di razzismo giudiziario, dal suo predecessore “la cattolica” Bindi.
E che ciò faceva, peraltro, al servizio, col massimo pensabile della disonestà politica nell’ ultimo giorno della propaganda, della competizione elettorale del suo partito.
Essa, denunciando nosologicamente (:che attiene alle malattie) la maniacalità della critica sociale per via giudiziaria, ne delinea limpidamente la condizione culturale.

Pubblicato in Dalla rete, frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

E Gasparri impasticca l’accusa su “Diciotti”….

  1. Se, per Gasparri, i fatti della Diciotti furono "parte di un tentativo strategico dell'Esecutivo di risolvere in maniera strutturale il problema dell'immigrazione irregolare", egli pone Salvini nel solco, non tanto, del (comune) sequestro di persona in art 605 cp, quanto in quello, ben più incriminante, del sequestro di persona a scopo di coazione, in art 289 ter cp, per il quale:
    chiunque sequestra una persona, o la tiene in suo potere minacciando di continuare a tenerla sequestrata al fine di costringere un terzo, sia questi uno Stato, una organizzazione internazionale tra più governi a compiere qualsiasi atto o ad astenersene subordinando la liberazione della persona sequestrata a tale azione od omissione, è punito con la reclusione da venticinque a trentanni.
    La disposizione parla da sola, non richiede commento. D’altronde narra fedelmente quanto ripetutamente sbandierato da Salvini come suo scopo nel corso della vicenda Diciotti (costringere l’ "Europa" alla suddivisione della ricezione dei migranti). E sbandierato più tardi da Conte, Di Maio e Toninelli, con le “memorie” indirizzate alla Giunta (delle quali forse si dirà in altra occasione). La disposizione, peraltro, è entrata in vigore “giusto in tempo”, sei mesi prima del caso Diciotti, con D.L.vo n 21del 1 marzo 2018 (quattro giorni prima della nascita della genitrice parlamentare del potere gialloverde: habent sua sidera lites …). Per cui non pare servire “la causa” del diniego della autorizzazione a procedere, col su esposto rilievo, Gasparri.
  2. Gasparri inoltre auspica che "la Giunta proponga all'Assemblea il diniego della richiesta di autorizzazione a procedere" perché:
    a) sarebbe "Escluso il "movente" privato, nella attività incriminata di Salvini.
    Come se la esclusione di un movente escludesse l’attività (ed il suo stigma)!
    O come se il movente della discriminazione razziale o sociale, che esagita Salvini ogni istante ed in ogni espressione, non fosse “privato” (al pari di quello “patrimoniale” cui forse pensa, tanto riduttivamente quanto capziosamente , Gasparri, echeggiando la teoria gialloverde in proposito)!
    b) sarebbe escluso il "movente" politico-partitico”.
    Come se Salvini, oggi con altri ministri (i suddetti), non avesse insistentemente riferito la sua attività in Diciotti al “contratto di governo” per una campagna antimmigrazione. Cioè ad un accordo politico-partitico pienamente qualificativo del movente!
    Movente che peraltro, a sua volta, rende perfino soggettivamente politico” (art 8 cp) il delitto di sequestro (comune) di persona oggi davanti la Giunta.
    Ove, si intende, non lo converta, immergendovisi interamente, in delitto “oggettivamente politico”:
    quello di sequestro di persona a scopo di coazione in art 289 ter c (“delitto contro la personalità dello Stato”: Libro II Titolo I cp). evocato da Gasparri (sub 1)
    c) per Gasparri, rimarrebbe in piedi esclusivamente il “"movente” governativo, che ha ispirato l'azione del ministro Salvini e che è pertanto idoneo per il diniego dell'autorizzazione a procedere":
    poiché esso avrebbe determinato la " natura ministeriale dell'eventuale reato".
    Come se la “natura ministeriale del reato” non si limitasse a conferire un privilegio funzionale (l’autorizzazione parlamentare a procedere necessaria al “ tribunale dei ministri”), in processo per il resto assolutamente comune per un delitto comune politicizzato dal movente.
    Come se, cioè, quella “natura”, potesse escludere il delitto!
    E come se, comunque, il “movente governativo” avesse che fare, pur minimamente, con i criteri della delibazione e decisione sulla richiesta di autorizzazione a procedere, imposti ineludibilmente dall’art 9 comma 3 Legge costituzionale 16 gennaio 1989 n. 1:
    se l’accusato “abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo»!
Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Panenero

In una delle innumerevoli espressioni del pensiero sovente recondito di A. Panebianco, quella apparsa ieri l’altro nel suo giornale (come da rassegna stampa radiofonica), egli si propone Stratega della destituzione del governo gialloverde, con il seguente percorso (in estrema sintesi e se non si erra):
IL PD voti, con quant’altri, contro la autorizzazione a procedere a giudizio su Salvini.
Allegando che essa è affare politico, non giudiziario.
Ad un tempo ribadisca il proprio dissenso dalla condotta (incriminata) del suddetto.
Diverrebbe così probabile che tanta lezione, morale e politica, ridesti la coscienza del Governo e lo porti alle dimissioni.
Ma davvero?
Davvero, all’opposto, ciò non porterebbe al più alto riconoscimento anche formale (parlamentare), di Salvini, quale “difensore della patria” (cosi egli ripete di sé)?
E non porterebbe al medesimo riconoscimento del Governo, proprio mentre, accusatosi da un po’ di tempo  del delitto del ministro, prima o poi potrebbe indossarne la veste giudiziaria?
E inoltre al suo sconoscimento quale Esecutivo insubordinato al Legislativo (pur non potendosi, in democrazia parlamentare )?
Alla sua legge penale, l’insubordinazione alla quale implica delittuosità politica?
Cioè, Panebianco prevedrebbe ( e predirebbe) che il conseguente, a quegli atti, incremento politico del governo gialloverde porterebbe alle sue dimissioni?
E che lo farebbe più probabilmente del decremento, pubblico e plateale, che l’autorizzazione della magistratura a procedere indurrebbe?
Più probabilmente dell’avvio dell’accertamento giudiziario, e sociale:
se un delitto politico sia stato commesso dalla terza istituzione della repubblica (tale nella sequenza della Carta Costituzionale, benchè ormai  prima nella sua materializzazione ):
…è delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato…è altresì considerato delitto politico il delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici (art 8 cp)?
E se irremissibilmente, esso, abbia offeso la repubblica?
Non è credibile che Panebianco non abbia previsto ciò. E che quindi non abbia mirato a tutt’altro...  

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

TROVERANNO PORTO SICURO, AL SENATO, I TORMENTI DELLA DICIOTTI?

La richiesta di autorizzazione a procedere a giudizio per il delitto attribuito al Ministro M. Salvini, presentata dal Collegio di accusa (“tribunale dei Ministri” presso la Corte di Appello di Catania), sarà delibata dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, e poi dalla Assemblea, del Senato della Repubblica, sulla base di due criteri:
se il Ministro “abbiaagitoper la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevanteo per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo».
E’ dicibile che, col primo criterio si ricerca se un interesse dello Stato (costituzionalmente rilevante) sia stato tutelato mediante la esecuzione ministeriale del reato. Cioè se il ministro abbia difeso, col reato, quell’interesse. Con il secondo criterio si ricerca se l’esercizio ministeriale di funzioni di Governo, con la esecuzione del reato abbia perseguito un preminente interesse pubblico.
Inutile dipanare ora una terminologia tutta giuridica così complessa (fatta di parole “multiple”: che richiamano altre parole), anche perché la Giunta con le proprie conclusioni sulla richiesta di autorizzazione, e la Assemblea che ne deciderà, potrebbero farne uso solo parziale. Che quindi è opportuno attendere, per valutarlo ed eventualmente criticarlo.
Può comunque fin d’ora dirsi che i due organi dovranno motivare le conclusioni (pur se la Giunta potrebbe non presentarle alla Assemblea: art 135 bis co.3,6 Regolamento del Senato), sia per dare conto sociopolitico e giuridico, alla collettività, dell’uso del loro potere; sia per dare ad essa la possibilità, mediante la sua magistratura, di impugnare il diniego della autorizzazione scorrettamente motivato, mediante proposizione di conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato: la magistratura che intende giusdicere (dichiarare il diritto) sulla vicenda, il Senato della repubblica che intendesse impedirlo.
Quindi è opportuno attendere l’evoluzione del procedimento, della condotta dei due Organi, per stabilire che cosa sia da dirsi e da farsi.
Può inoltre già da ora dirsi che se si è chiesto di poter procedere sul ministro per “sequestro di persona aggravatoper avere, nella sua qualità di Ministro dell’Interno, abusando dei suoi poteri, privato della libertà personale 177 migranti di varie nazionalità giunti al porto di Catania a bordo dell’unità navale di soccorso ”U.Diciotti” della Guardia Costiera italiana alle ore 23:49 del 20 agosto 2018″.“In particolare, il Senatore Matteo Salvini, nella sua qualità di Ministro, violando le Convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare e le correlate norme di attuazione nazionali (Convenzione SAR, Risoluzione MSC167-78, Direttiva SOP009/15), non consentendo senza giustificato motivo al competente Dipartimento per le Libertà Civili per l’Immigrazione – costituente articolazione del ministero dell’Interno – di esitare tempestivamente la richiesta di POS (place of safety) presentata formalmente da IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) alle ore 22:30 del 17 agosto 2018, bloccava la procedura di sbarco dei migranti, così determinando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psico-fisiche critiche a bordo della nave “U.Diciotti” ormeggiata nel porto di Catania dalle ore 23:49 del 20 agosto e fino alla tarda serata del 25 agosto, momento in cui veniva autorizzato lo sbarco. Fatto aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età”. “L’obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso dovere degli Stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare. Le Convenzioni internazionali cui l’Italia ha aderito – sottolineano i giudici – costituiscono un limite alla potestà legislativa dello Stato e, in base agli art.10, 11 e 117 della Costituzione, non possono costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell’autorità politica“.
Cioè per avere agito violando le norme di diritto legale e convenzionale (nazionale e internazionale) sopra indicate: 
non sarà facile, per la Giunta e per la Assemblea, rinvenire, nella esecuzione del reato, la difesa di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, giacchè (a tenore della accusa) Salvini avrebbe lui clamorosamente offeso ogni interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, offendendo tutto il diritto istitutivo e protettivo d’esso.
Come non sarà facile, per le stesse, rivenire il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della attività di governo, avendo Salvini, per sua stessa dichiarazione (fra le tante), perseguito il rispetto del “contratto di governo” (a questo punto lecitamente dicibile, poiché formalmente accusato di delitto, pactum sceleris - accordo per commettere scelus, delitto-?). O perseguito l’adempimento del mandato conferitogli dal (suo) popolo (a questo punto lecitamente dicibile, poiché formalmente accusato di delitto, mandatum sceleris– mandato a commettere delitto-?). O perseguito il fine di “difesadei confini della patria”, tratto dalla enfatica formula dell’art 52 della Costituzione (che tuttavia non parla di “confini”), residuato bellico di un’ Italia non ancora europea, allorchè, de (o diversamente) sovranizzata (tecnicamente), da patriaè divenuta filia( e si è “sconfinata”…). E comunque, fine “di difesa dei confini…” non vedente che i 177 della Diciotti furono sequestrati, con l’equipaggio (e afflitti inenarrabilmente: l’accusa originariamente formulata dalla procura di Agrigento e poi rimasta nelle successive, è stata assai clemente col ministro…), a bordo di una nave della Guardia Costiera italiana, la U. Diciotti appunto, territorio dello Stato! Fine non vedente, cioè, che i 177 furono sequestrati entro i “confini della patria”!
Staremo quindi a seguire come evolveranno i ragionamenti e le determinazioni dei due Organi. Con attenzione, anche perché essi rifletteranno il rapporto ed il gioco di (pressochè) tutti i poteri dello Stato (Parlamento, Governo, Magistratura. Popolo) col Diritto (nazionalinternazionalsovrannazionaluniversale). E col Torto suo rovescio.
La prossima tappa sarà l’(annunciata) audizione di Salvini. Sentiremo. Ma prima d’essa, una (annunciata) “memoria” dei ministri Conte Di Maio Toninelli, sulla condivisione governativa della attività sotto accusa. Memoria tuttavia irrituale, come ha prontamente colto Gasparri stesso, il presidente della Giunta (e non il pur “avvocato del popolo” Conte), giacchè è procedimento a Salvini, quello in ballo, non ad altri (che tanto meno potrebbero testimoniare, seppure ventilato - non imprevedibilmente invero..- da Di Maio). 
E irrituale anche perché, se memoria autoaccusatoria, confessoria, quella dei Tre, la direzione unica è verso la Procura di Catania…
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Formigli labiologo?

Nella serata televisiva su La 7 del giorno 24 01 scorso, dal conduttore d’origine santorina, Formigli, è messo in scena l’incontro, a Davos in Svizzera, dei maggiori operatori economici e politici del Globo.
Appare un vasto ambiente che li accoglie, incontri separati più o meno ristretti, incontri più riservati, incontri a due. Quello fra il cancelliere della repubblica federale tedesca Angela Merkel e il presidente del Governo della repubblica italiana Giuseppe Conte. Appartati, seduti affiancati, poggiati al bordo di un lungo tavolo, conversano, in inglese riferisce Formigli. Per lo più parla Conte, come da mimica, Merkel ascolta, attenta e con poche e sobrie reazioni espressive.
D’improvviso lo scoop.
Il conduttore narra che la sua equipe, pazientemente leggendo il movimento delle labbra, ha ricostruito quanto Conte diceva “in buon inglese”. E subito ne mette in onda la trascrizione della traduzione in italiano:
Conte avrebbe confidato a Merkel della competizione fra i due partiti al Governo, Cinquestelle e Lega, per la conquista e la conservazione del consenso popolare. Dell’attenzione reciproca alle rispettive mosse politiche. Della preoccupazione dei Cinquestelle per un possibile calo del consenso popolare, segnalato da alcuni sondaggi. Dell’attento studio reciproco delle prossime mosse elettorali. E via dicendo.
Quindi il conduttore, non pago della mostra del contenuto della conversazione, ne avvia un (pur breve) commento in sala.
Orbene, costui ha avvertito:
che la conversazione era riservata?
Che avveniva in luogo riservato benchè da altri frequentato?
Che avveniva fra politici, esponenti apicali del rispettivo Stato, incontratisi (anche) come tali?
Che perciò avrebbe avuto ad oggetto questioni politiche, se non di Stato?
Che era quindi inaccessibile da estranei, perché tale, (tendenzialmente) segreta?
Che era quindi (clandestinamente) captata, con la lettura dei movimenti labiali e di altri mimici, dei conversanti?
Che per ciò ne era violata la riservatezza se non la segretezza?
Che, in ciò violata, non era comunque divulgabile o rivelabile?
Che captazione divulgazione rivelazione, erano vietate da plurime norme del diritto privato, pubblico, perfino penale (basti richiamarne due, plausibili, dei “delitti contro la personalità dello Stato”:
quello di procacciamento di notizie che “nell’interesse politico”, se non “per la sicurezza” dello Sato, debbono restare segrete (art 256 cp);
quello di rivelazione di notizie di cui sia stata vietata (anche implicitamente) la divulgazione (art 262 cp)?
E comunque, non ha avvertito, il conduttore, che se la captazione non avesse appreso quelle notizie, avrebbe potuto apprenderle?
Esse, o altre notizie riservate o private, inaccessibili indivulgabili sotto minaccia di sanzione penale e civile?
Verosimilmente no, come d’altronde indicato dalla alterità, alla materia, del conduttore nel suo insieme, istintivo quando non passionale, spontaneo quando non “naturale, incongruo. Alterità alla materia, d'altronde, quale alterità al diritto in genere , alla effettività delle sue prescrizioni, della sua pretesa, siccome emanazione culturale insopprimibile, di regolatore capillare della azione e della interazione sociali.
Esattamente la alterità che pare oramai connotare la maggior parte della attuale dirigenza politica e istituzionale.
Ma ciò che acutamente impressiona è che, la alienazione, sia stata celebrata, tutta, alla presenza, in scena e/o nei dintorni, del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, supremo garante della effettività del diritto: lì, mentre essa evolveva, impassibile come una mummia.
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Abbreviata furtivamente la prescrizione del reato di peculato con la legge “spazzacorrotti”?

Il potere gialloverde avrebbe di soppiatto ridotto i tempi di prescrizione (da 12,5 a 7,5 anni) del reato di peculato già attribuito a vari politicanti, ad esempio quelli l'altro ieri condannati dal tribunale di Milano?
Lo avrebbe fatto introducendo un comma nell'art 316 ter cp, per Il quale è aggravato (nella pena) il reato li previsto, di percezione indebita di erogazioni dallo Stato o altri enti pubblici anche europei ...., se commesso dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di un pubblico servizio con abuso di qualità o di poteri?
Non e’ inverosimile che quel potere, o almeno una delle sue componenti, abbia tramato legiferando a protezione delle sue schiere. Lo fece nell'anno 2006, di febbraio, governo Berlusconi, allorché i leghisti erano processati per attentati contro la Costituzione realizzati in vari modi, ma senza atti violenti, che tuttavia l’art 283 c.p., non richiedeva per la condanna.
Ebbene, fu prontamente intuito che se fosse stata aggiunto il requisito "con atti violenti", ogni fatto commesso senz'essi sarebbe divenuto non punibile perché non più previsto come reato (per il principio, in art 25 cost., che si e punibili solo per un fatto previsto dalla legge come reato; e per il sotto principio, in art 2 cp, per cui non si è più punibili se il fatto abbia cessato di essere reato).
Il requisito fu aggiunto, ed il leghismo più tronfio ed eccessivo, ma "non violento", fu prosciolto dalle accuse (tuttavia, con quello stratagemma dell'evo berlusconiano, fu talmente abbassata la difesa della Costituzione, che scandalosi attentati contro essa, passati e presenti, perpetrati sopratutti "dalla politica", la hanno trovata inerme…).
Per cui e' verosimile che anche stavolta il potere politico abbia tramato allo stesso fine.
Ed è parso vero ad una molteplicità di commentatori, non solo giornalistici.
Tuttavia, se pur vero nelle intenzioni, ciò e' falso negli esiti.
Il contrario, di fatti, ha ignorato:
che il reato in art 316 ter cit. consta di percezione di erogazioni dallo Stato etc…… di cose di cui il percettore non dispone, e che consegue ingannando (in vario modo) chi le abbia (Stato et ..) per averle a sua volta.
Mentre il reato di peculato, in art 314 c.cp., consta di appropriazione di cose di cui taluno disponga "per ragione di ufficio”, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio.
Cose che dunque, costoro, non percepiscono da alcuno (tanto meno ingannandolo) ma, avendole, privatizzano.
I due reati, per ciò, sono inaccomunabili, differiscono totalmente (oggettivamente soggettivamente in ogni altro modo).
E per ciò il tempo della prescrizione dell’uno non è affatto quello dell’altro.
D'altronde, per capirlo, sarebbe bastato considerare che se la presenza dei predetti agenti pubblici nella percezione in art 316.ter cit, integra una "circostanza aggravante" del reato, essa mai potrebbe identificarsi con quella degli stessi nella appropriazione...in art 314 cit., la quale integra un "elemento costitutivo" del reato (fra questo e quella l’incompatibilità è assoluta, per la scienza e la legge penale).
Ebbene, la appropriazione ha ritenuto il tribunale di Milano impartendo cinquantadue condanne a chi, disponendo di denaro destinato a scopo politico, deviatolo a scopo privato, lo ha consumato.
In proposito, pertanto, è a dir poco singolare che la difesa degli imputati, in quel processo, ne abbia richiesto la sospensione in attesa della vigenza (imminente) dell' art 316 ter cit...
Tanto singolare quanto ovvio il rifiuto del tribunale di disporla, alla luce, è supponibile, di quanto detto.

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

Zuccaro Carmelo

Il tribunale del riesame di Catania ha annullato il decreto di sequestro preventivo della nave Aquarius, armata dall’agente marittimo Gianino, accusato di reato di traffico di rifiuti pericolosi (cenci e garze di poveri migranti scaricati nel porto “sicuro” di arrivo; come peraltro più volte fatto anche dalle navi della Marina Militare italiana soccorritrici d’essi), emesso dal gip di quel tribunale su richiesta del pm presso il medesimo, dr Zuccaro.
Su richiesta di costui, oggi avanguardia giudiziaria della misoxenia (odio per lo straniero) di Stato (dacché questo ha al vertice la Lega neorazzista), dedicatosi a fermare in porto (dunque, “porti chiusi” in entrata ma anche in uscita…) ogni potenziale veicolo del potenziale soccorso del potenziale migrante pericolante nel mediterraneo (o a scacciare da qui ogni ONG soccorritrice, poiché, ha detto, favoreggiatrice dei trafficanti dei soccorsi, benché, ammesso da lui medesimo, in attesa di prove…).
Quello stesso che, della serie di delitti attribuita da suoi colleghi al ministro dell’Interno il paramilitare Salvini (oramai, anche per stabile addobbo, frenetico infiltratore, paragolpistico, del potere militare in quello civile, quale è, o dovrebbe essere, il Governo di cui è membro, ); di delitti, dicevasi di plurimo sequestro di persona semplice e qualificato, all’interno della nave Diciotti territorio italiano, ha chiesto archiviazione.
Perché sarebbero stati “atto politico insindacabile dalla magistratura per il principio di separazione dei poteri”.
Fingendo di non sapere, o forse ben sapendo (ma ciò peggiorerebbe la sua condizione socioeticopolitica), che, il principio, attiene il rapporto genetico e istitutivo, fra poteri, non anche l’interazione successiva ( se no la magistratura non potrebbe processare la politica – eppure Mani Pulite la rase al suolo..- e la politica non potrebbe legiferare sulla magistratura – con le sue leggi le rivolge immancabilmente comandi applicativi-).
E inoltre fingendo di non sapere, o forse ben sapendo (ma ciò peggiorerebbe la sua condizione socioeticopolitica), che archiviando quei delitti perché “atto politico”, tecnicamente ammette scandalosamente che lo furono e siano. Cosi che resterebbe da stabilire soltanto se, dalla evocata loro politicità, essi siano scriminati, resi non punibili.
La risposta la dà pianamente il codice, che ignora totalmente, non sa che arnese sia, quella scriminante, e, addirittura, ritiene “delitto politico” “l’atto politico” delittuoso (art 8 cp).
Ma staremo a vedere che cosa deciderà, in proposito, “il tribunale dei ministri” cui la richiesta di archiviazione è stata rivolta. Ben sapendosi fin d’ora tuttavia, per l’occasione, che Zuccaro è per nulla specie rara, in magistratura . E sapendosi, per la storia, che il razzifascismo (viscerale fino a farsi Olocausto) della monarchia mussoliniana fu lasciato scorrere in armi e insanguinare terra e popolazioni italiane, dalla magistratura che avrebbe (senza meno) potuto-dovuto impedirlo.
Comunque, la notizia dell’azzeramento d’una delle persecuzioni giudiziarie di costui, da suoi colleghi, un lumino di palingenesi lo alimenta.

Pubblicato in frammenti | Contrassegnato | Lascia un commento

Epifania (manifestazione) di Di Maio?

Donne e bambini a terra, uomini a mare...ha proposto Di Maio, per i galleggianti da troppo tempo su Sea Watch e Sea Eyes non lontane dalla costa italiana.
Ora, che colui che ha ossequiato col bacio, davanti al popolo mirante, l'emoteca di san Gennaro portagli dal cardinale napoletano officiante il miracolo, abbia avuto il superstizioso timore della inattesa congiuntura fra il numero dei migranti a rischio di annegamento o di assideramento, 49, e quello dei milioni di euro truffati al parlamento dalla Lega di Salvini, 49; anche perché tutti nel dominio di costui, suo socio, che non fa sbarcare quelli e non restituisce questi.
Che Di Maio, per ciò, abbia voluto esorcizzare la congiuntura, riducendo una delle due componenti a 37 unità (o 34, non è chiaro), con lo sbarco di 12 (o 15) fra donne e bambini: e' assai probabile.
Tanto quanto, nondimeno, l'abbandono degli uomini al più ingrato destino. Così che Di Maio, (è supponibile) non inconsapevolmente, si è fatto gestore di vita e di morte di quegli sventurati.
Al punto che non riesce ad escludere dalla vista un modello classico, quello della separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, affinché l'eccidio dei primi non abbia imprecisioni.
Fra i tanti, il modello Szebrenica, città di Bosnia Erzegovina, 1995, allorchè Slobodan Milosevic (sovrano di Serbia, criminale di guerra, criminale contro l'umanità, etnocida e genocida per sentenza in giudicato del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia in L’Aia), accompagnato dal “generale” Ratko Mladic (anch'egli con lo stesso "precedente penale"), la' giunto, progettatane la distruzione, constatatane la popolazione, ordina che i maschi da dodici a settantasette anni siano separati dagli altri e dalle femmine. Li allontana dalla città e li fa trucidare. Tutti ottomila.
Ecco, Di Maio gestore di quegli sventurati con la lievità esecutiva del (l’antico romano) pollice in alto e in basso, non riesce ad allontanare dalla mente l’archetipo, lo stampo dei fatti e degli atti umani forgiato dalla storia che li abbia ripetuti e che perciò e' incline a ripeterli.
Poco rassicurante quindi, benché si annunci per segni perspicui, che permettono di controllarlo.
Certo, nel modello Szebrenica, le donne furono separate per apprestarle allo stupro di massa (e, dopo questo, -forse- trattenute fino a quando non potessero più abortire) affinchè cessassero di riprodurre la loro etnia.
E questa parte, del modello, ovviamente, è ben fuori della vista, a differenza dell’altra.
Che invece incombe, perché è assai probabile che gli uomini abbandonati nei natanti vi periscano.
Anche se, indubbiamente, potrebbe obbiettarsi che altro e' uccidere, altro e' lasciar morire.
Certamente.
Ma per la legge italiana, come da artt. 575 40.2 codicepenale, lasciar morire equivale ad uccidere, per chi possa e debba impedirlo.
E se lo sa il bagnino preposto a soccorrere l'annegando, non lo saprebbe Di Maio l’onnisciente?
Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

L’opposizione sociopolitica, terrorista?

Davvero " vanno aiutati " (Renzi), "sono allo sbando" ( Martina ), " non rispettano le vittime del terrorismo " ( Carfagna), " non ricordano cosa è stato il terrorismo in Italia" (Fassino), " han parlato di terrorismo mediatico" ( Carelli), i Cinquestelle che hanno postato come terroristico l'attacco delle opposizioni parlamentari e sociali dirette e mediat(ich)e alla "manovra del popolo" ( dove l'appello al popolo, ormai compulsivo, ha la funzione, giustificativa dell'ingiustificabile, dell' appello ad Allah dagli squartatori di IS..)? Solo ciò o tutt'altro o assai più che ciò, avrebbero fatto i Cinquestelle, evocando “terrorismo” ( oltretutto significante, letteralmente, pratica, non atto singolo, del terrore)? Del termine si ha un uso comune, quando si designi un accadimento tanto spiacevole quanto inatteso. Si designi ciò che atterrisce, dell’atto umano. Ad esempio, l'eccidio, di stretta fede islamica e quindi per movente religioso, dei redattori dell'antireligioso periodico parigino Charlie Hebdo. Quest'uso potrebbe dirsi descrittivo. O, del termine, si ha un uso politico, indotto dalle strategie della degradazione o emarginazione o esclusione o eliminazione ( di varia specie, fino alla materiale) di chi, individuo o massa, paresse scomodo o avverso od ostile o dannoso. Strategie adottate, ovviamente, da chi possa; può chi ne abbia la forza ( se necessaria, militare o comunque armata); la ha, in genere, il detentore del potere sociopolitico. Quest' uso potrebbe dirsi normativo, e tanto più' esso e' efficiente quanto più' riesca a tradursi in atti giuridici cogenti. Di quest' uso sono piene le fosse e le carceri e i campi di concentramento e i luoghi di tortura di ogni parte del mondo e della sua storia: quella di Putin in Cecenia, di Erdogan in Turchia e in Kurdistan, di Assad in Siria, di Netanyahu in Palestina, del potere cinese nel Xinjiang o nel Tibet, del potere saudita in Yemen e via dicendo. Istituito il soggetto appellandolo terrorista essi hanno potuto legalmente bandirlo combatterlo opprimerlo sopprimerlo eliminarlo. Ebbene, siffatta operazione, di tendenziosa e fraudolenta etichettatura dell' avversario volta alla neutralizzazione o eliminazione, in Italia, oggi, è possibile. Anzi è stata predisposta per tempo dalla "legge". Di fatti vige una disposizione, dell’età legislativa leghista ( ora tornata) e forzista ( 2005) , per la quale (art 270 sexies codpen): “sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese...e sono compiute allo scopo.....di costringere i poteri pubblici a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto…o destabilizzare le strutture politiche fondamentali, costituzionali economiche e sociali di un Paese....nonché le altre condotte....” E quando si consideri, da un lato, che, lì, rientrano lessicalmente soggetti attivi e passivi e oggetti della disputa sulla “manovra”. Da altro lato, che la " finalità di terrorismo.." e' puro pensiero, giudiziariamente plasmabile a piacere (basti richiamare recenti arresti di “terroristi” stranieri su suolo italiano: colpevoli di autorappresentazioni da incubi notturni o visioni diurne…o di velleitari (s)propositi di frustrati: eppure, in questo Paese divenne proverbiale che “non si processano le intenzioni”). E si consideri inoltre che il reato reca una pena che arriva a quindici anni. E si consideri ancora che, i Cinquestelle, sono benemeriti della magistratura, da loro omaggiata dell' imputato a vita ( oltre il condannato all’ergastolo), una volta abolita la prescrizione dei reati. Omaggiata della possibilità di perseguire, oltre reati veri, reati finti, quelli partecipati dell'agente coperto (finti perché mai potrebbero giungere ad offendere il bene protetto). Cioè, omaggiata della possibilità di punire tanto la finzione quanto la realtà, e di punirla ( ad esempio la corruzione) con pene da omicidio ( ovviamente, prosciolto l'agente coperto, perché' l'arroganza del potere non decresca nemmeno al cospetto del principio di eguaglianza). Omaggiata infine di innumerevoli altre nefandezze pseudogiuridiche, qui neppure accennabili. Ecco, quando ciò si consideri, allora: mica fessi quelli del post Cinquestelle, ne sanno una più del diavolo...
Pubblicato in Abusivi, Prima Pagina | Contrassegnato | Lascia un commento

Ricordino di B. Bertolucci

Il Censore: “.. la Schneider sembra avere un orgasmo..

Il giorno dopo quello della deplorazione solenne della “violenza sulle donne” e in particolare del "femminicidio", il 26 novembre scorso, muore il celebrante cinematografico dell'”omi(ni?)cidio”, Bernardo Bertolucci, che nell'ultima scena del film Ultimo tango a Parigi (1972) lo fa consumare da Jeanne (Maria Schneider) su Paul (Marlon Brando).
La scena conclude una relazione esclusivamente sessuale tra un quarantacinquenne ed una ventenne, iniziata per caso in un luogo ed un tempo a caso in una casa senza un mobile e deserta.
Relazione cosi coerentemente finalizzata a se' stessa, che i due non si diranno né i nomi né altro. E così autoreferente che appena lui -lasciata una sala da ballo ove scorre una gara di Tango - parlerà di sé, lei, dettogli il proprio nome, con la pistola d'ordinanza del genitore, un colonnello, lo abbatterà.
Al vaglio della istituzione censoria italiana dopo il grande successo internazionale:
poichè la Schneider "sembra avere un orgasmo" e il film mostrerebbe un "esasperato pansessualismo fine a se' stesso" (mentre e' proprio la finalizzazione del sesso a nient’altro che a sè, ad esaltarlo, salvarlo, nella apparente tesi del regista), addì 30 dicembre del 1972 e' sequestrato.
Dissequestrato nel 1973 perché assolto in primo grado dall'addebito di oscenità (quella magistratura sente i diritti civili, negli anni del maggiore fermento culturale mondiale), nello stesso anno è condannato in secondo grado. Annullata per vizio di forma la sentenza, è ricondannato sempre in secondo grado nel 1974.
Rigettata l’impugnazione delle sentenza, da Cassazione nel 1976, il film e' condotto al rogo.
Non alla distruzione, come qualunque “corpo del reato” che non fosse riabilitabile, ma al rogo, il mezzo esemplarmente teatrale della dissoluzione della reità, tramandato dalla storia, particolarmente dalla Chiesa Cattolica e la sua Santa Inquisizione.
Il film per ciò è condannato non perché laicamente (art 527 cod pen) osceno ma perché religiosamente blasfemo ed eretico, da una istituzione vogliosa di sacerdozio, di magistero del sacro e della fede, di ministero della collera divina inceneritrice.
Collateralmente, Grimaldi (produttore del film), Bertolucci e Brando sono condannati a reclusione, il secondo è interdetto dai pubblici uffici per cinque anni. Tutte le copie in giro per il mondo sono requisite e arse, alcune sono custodite nella Cineteca Nazionale.
Tuttavia una copia furtivamente sottratta al rogo fu proiettata nel 1982 a Roma, gli operatori furono processati ma assolti, il film riprese a circolare, la sentenza di condanna fu sottoposta a revisione col sostegno di un collegio di periti che dichiararono il film opera d’arte (art. 529.2 cod pen). Nel 1987 la Censura lo riabilitò e ne permise la distribuzione nelle sale.
Breve storia del celeberrimo film?
Si, ma anche prologo ad una breve storia del seguito, quella dei nostrani Guardiani della Morale (la denominazione iraniana, musulmana sciita, della istituzione censoria italiana) che non disarmeranno affatto.
Per cominciare, dei loro mezzani extraistituzionali del tempo, che dettero mano parodiando il film: il burattino F. Franchi, che inscenò Ultimo tango a Zagarol.
Il vocalizzatore G. Morandi (peraltro, adescatore sessuale nelle latterie: fatti mandare dalla mamma ... a prendere il latte..), che espettorò La regina dell'ultimo tango.
Buffoni subdolamente revisionisti delle malefatte dei Guardiani (pari al fiorentino del film La vita è bella, B. Benigni, che al contempo, con sconci piroette e trucchi verbali, si mise ad edulcorare i campi di sterminio nazisti).
E poi, e assai più implicativamente, (breve storia) dei mezzani istituzionali successivi, dei loro passionali emuli, i divaricatori senza limite dell’ambito della censura, della proibizione del sesso e del suo potere punitivo, cui daranno la prerogativa di impartire, alla espressione sessuale di ogni genere e specie, fino a vent’anni di carcere (Sodoma e Gomorra bibliche: incenerimento per sesso degli abitanti…sesso che incenerisce?!).
Di fatti, non passerà una decennio dalla riabilitazione del film (concettualmente) peccaminoso:
- che (1996: artt. 609 bis ss cp) sarà proibito il sesso pur fatto di un solo tocco in “zona erogena”. E che potrà consistere, in (taluna) Cassazione, anche di una intrusione telefonica particolarmente concupiscente. Tanto, a controriforma di un settantennio di proibizione del solo sesso copulare, effettivamente carnale e violento (così prudentemente concepita anche perché fosse processualmente verificabile, non solo “testimoniabile”: oggi una testimonianza, una parola -dunque un tocco solo verbale-, pur visibilmente calunniosa, incarcera);
- che (1998: artt 600 ter ss cp) saranno proibiti, oltre il sesso pur consensuale col “minore di anni sedici” - per ciò privato della facoltà di farlo col diciottenne, e viceversa ..-, anche la sua riproduzione grafica, su “materiale pornografico”, fosse fatto anche di ancheggiamento non più che ambiguo, di “minori degli anni diciotto” (di anni diciassetteundicimesiventinovegiorni…);
- che (1998: ivi) sarà proibita la detenzione del “materiale pornografico” (in un angolo qualunque della casa, perfino un solo “pezzo”);
- che (1998: ivi) sara proibita la propaganda del “turismo sessuale” all’estero, pur se esso non avvenisse o avvenisse col diciasettenne Papuasico, equivalente al quarantenne nostrano;
- che (2006: ivi) sarà proibita la immaginazione dell’ancheggiamento pur ambiguo dei “minori degli anni diciotto” espresso graficamente, su “pornografia virtuale” (neo onanismo biblico).
Proibizioni che, nell’anno 2006 e nei seguenti, si acuiranno fino a schiacciare la minima espressione del solo pensiero sessuale con “minori degli anni diciotto”, fosse pure di coetanei. In un’eruzione legislativa sessuofobica verosimilmente indotta, secondo alcuni saperi, da sessuomania non ragionata. Che di fatti si intanerà, in quel periodo, nei massimi livelli governativi, per quanto narreranno le cronache giudiziarie del tempo.
Così, riassumendo, all’incenerimento primordiale (col film di Bertolucci) della espressione iconica della sessualità, seguirà, appena un decennio dopo, il massacro dell’iconografo, pur se abbia attinto esclusivamente alla propria immaginazione. O se abbia detenuto l’icona della immaginazione altrui (precisamente: “immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse” (art. 600 quater, 600 quater1 cp).
Massacro, come visto, parallelo a quello del praticante il sesso del toccamento (una sola volta) della “zona erogena”. E pur se consensuale fra minorenni di alcune età (chi avesse tredici anni e un giorno non potrebbe farlo con chi avesse sedici anni e due giorni…).
Dunque morte al sesso ed al suo praticante, morte all’immagine del sesso ed al suo immaginante.
Bestialismo legislativo sessuofobomanico, di tipo musulmano, islamico? Spaventosa orma giuridica delle famose Sure del Corano?
In verità, nei paesi che le applicano, e nei testi medesimi, all’estremo della repressione efferata del sesso grafico non risulta siano pervenuti. Sembra che siano fermati al sesso in carne ed ossa.
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento

SALVINI E LA LEGGE NAZIONALE INTERNAZIONALE SOVRANAZIONALE

SALVINI E LA LEGGE NAZIONALE INTERNAZIONALE SOVRANAZIONALE

1. La Convenzione di Montego Bay sui “diritti del mare” (formatasi dopo una serie di Conferenze delle Nazioni Unite cominciata nel 1973, aperta alla firma a Montego Bay, Giamaica il 10 dicembre 1982 ed entrata in vigore in Italia il 16 novembre 1994: dunque diritto umanitario storico) prescrive agli Stati di imporre ai comandanti delle navi battenti la rispettiva bandiera di soccorrere, incondizionatamente, chiunque sia trovato in mare in pericolo di vita, ovviamente anche ai comandanti delle navi (militari civili mercantili) battenti bandiera italiana. Per ciò ogni comandante di ogni nave di ogni bandiera è obbligato al l soccorso del pericolante in mare.
1.1 Ancor più e prima la Convenzione di Amburgo (Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, nota anche come: SAR, search and rescue, firmata ad Amburgo il 27 aprile 1979 ed entrata in vigore il 22 giugno 1985, elaborata dall'Organizzazione Marittima Internazionale –IMO- per la sicurezza della navigazione: dunque diritto umanitario storico), impone incondizionatamente la ricerca di chi pericoli in mare, in vista del soccorso: ad accrescere l’efficienza della azione prevista dalla Convenzione, l'IMO, in collaborazione con l'Organizzazione internazionale dell'aviazione civile (ICAO), ha predisposto il Manuale internazionale di ricerca e soccorso aero-marittimo, noto come Manuale IAMSAR (International Aeronautical and Maritime Search and Rescue Manual). In Italia espleta le funzioni SAR in mare il Corpo delle capitanerie di porto, uno dei corpi specialistici della Marina Militare italiana che svolge compiti relativi agli usi civili del mare con funzioni amministrative, di polizia giudiziaria e di Guardia Costiera.
1.1.1. Altrettanto impone la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, 1960 (Conclusa a Londra il 17 giugno 1960 Approvata dall’Assemblea federale il 1° dicembre 1965: dunque diritto umanitario storico). SOLAS (Safety of Life at Sea: vigente per l’Italia 6 giu. 2016) Cap.V, Sicurezza della navigazione. Regola 15, 16.
1.2 Per ciò ogni comandante di navigazione marittima e aerea è incondizionatamente obbligato a ricerca e soccorso dei pericolanti in mare.
1.3 La Convenzione di Amburgo, all’uopo, prescrive agli Stati con zona costiera di organizzare Sar; a tal fine la Conferenza di IMO, si diceva (Valencia 1997) ha suddiviso il Mare Mediterraneo tra i paesi costieri. L'area Italiana è un quinto d'esso (500mila KMQ) -In tale quadro dinamico, il governo Maltese si avvale della cooperazione dell'Italia per il pattugliamento della propria immensa zona (se non risponde la SAR maltese interviene quella italiana). Mentre Libia e Tunisia, che hanno ratificato la Convenzione di Amburgo, non hanno dichiarato quale sia la loro area Sar. lasciando sguarnita quella del mar libico confinante con le acque territoriali libiche (li' di fatto opera l'Italia). IMRCCN (centro italiano di coordinamento del soccorso marittimo) mantiene i contatti con gli altri centri per la cooperazione internazionale-.
1.4 Questa, dunque, la trama strategica, storica e inderogabile, del diritto umanitario della ricerca e del soccorso dei pericolanti in mare.
2. Quanto ai loro approdi dopo i soccorsi:
2.1 ne è imposta la conduzione in Place of safety (porto sicuro): luogo ove siano possibili  assistenza e cura e inoltro di domande di protezione internazionale, e ove non siano possibili persecuzioni e torture - in proposito, UNHCR (Agenzia Onu per i rifugiati) e ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sulla immigrazione), ritengono che la Libia non sia Place of safety, anche perché non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati ne' le principali Convenzioni in materia di diritti umani, e perché numerosi sono i rapporti che denunciano gravi violazioni dei diritti umani-. La sua individuazione spetta alla SAR, salvo che si sia in acque territoriali, dove spetta allo Stato costiero.
2.2 L’accesso al porto sicuro a chi abbia effettuato ricerca e soccorso in mare non può essere impedito. Per quanto sopra visto, e perché, inoltre, sarebbe contrario agli artt. 2 (“il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”) e 3 (“nessuno può essere sottoposto ……a trattamenti inumani o degradanti”) della CEDU (Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata ed esecutiva in Italia il 4 agosto dal 1955). L’impedimento aprioristico generalizzato, d’altro canto, sarebbe contrario all’art. 4 del Protocollo n 4 della CEDU (Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate).
2.2.1 Sarebbe contrario anche alla Convenzione di Ginevra del 1951 (Convenzione sullo statuto dei rifugiati conclusa a Ginevra il 28 luglio 1951: dunque diritto umanitario storico, questo e quello), se i territori ove gli stranieri respinti tornerebbero o andrebbero non garantiscano incolumità o diritto di asilo.
3. D’altro canto la Convenzione di Montego Bay (su richiamata) all'art 19 stabilisce che il passaggio nelle acque territoriali può essere impedito solo se "arreca ‎pregiudizio alla pace al buon ordine e alla sicurezza dello stato costiero" (non è impedibile “il passaggio inoffensivo”). Il Codice della Navigazione (R.D. n.327/ 1942), all'art 83 permette al ministero dei trasporti di vietare transito e sosta di navi mercantili nel mare territoriale per motivi di ordine pubblico.
4. Quanto al diritto interno della materia:
4.1 l’art. 1158 del Codice della Navigazione cit. (Omissione di assistenza a navi o persone in pericolo): incrimina il comandante di nave, di galleggiante o di aeromobile nazionale o straniero, che ometta di prestare assistenza ovvero di tentare il salvataggio nei casi in cui ne ha l'obbligo a norma del presente codice…
4.2 Non solo, l’art 1113 di quel codice (Omissione di soccorso) incrimina anche Chiunque, nelle condizioni previste negli articoli 70, 107, 726, richiesto dall'autorità competente, omette di cooperare con i mezzi dei quali dispone al soccorso di una nave, di un galleggiante, di un aeromobile o di una persona in pericolo….Incrimina cioè chiunque, non solo un comandante di nave…, richiesto di cooperare al soccorso, ometta di farlo.
4.2.1 E l’azione del soccorso è talmente concatenata che, per art. 70 del Codice (Impiego di navi per il soccorso), …….l'autorità marittima o, in mancanza, quella comunale possono ordinare che le navi che si trovano nel porto o nelle vicinanze siano messe a loro disposizione con i relativi equipaggi…….Per: Art. 107 (Servizi per l'ordine e la sicurezza del porto). Oltre che nei casi previsti nell'articolo 70, i rimorchiatori devono esser messi a disposizione delle autorità portuali che lo richiedano per qualsiasi servizio necessario all'ordine e alla sicurezza del porto.
5. Ebbene, su tanto diritto umanitario storico e universale per la protezione della vita umana in mare, con la repentinità la imprevedibilità la incontenibilità di una forza pregiuridica premorale presociale precivile è piombato “Salvini”. E non nella veste (finora convintamente e persuasivamente indossata) di chicchessia, ignaro della storia del diritto come del diritto storico come dei diritti della storia; ma nella veste di chi, munitosi “democraticamente” di potere di imperio militare sopra le leggi, si è posto a devastarlo.

SALVINI E LA LEGGE PENALE

6. Tre motovedette della guardia costiera partite da Lampedusa avevano prestato i primi soccorsi in acque internazionali a migranti in pericolo. Esse avrebbero dovuto condurli in un “porto sicuro” delle acque circostanti, su direttive di MRCC, sotto il controllo di Themis e di Frontex; in adempimento delle Convenzioni internazionali come da Regolamento UE n FDF del 2014M. Senonchè le tre motovedette hanno trasferito i soccorsi su Nave Aquarius della ONG SOS mediterranee; e, ciò fatto, su ordine di Salvini, alla Nave Aquarius è stato negato lo sbarco in qualunque porto italiano. La nave è rimasta a lungo in blocco e si è mossa dopo l’offerta di approdo nel porto spagnolo di Valencia rivoltale dal presidente del nuovo governo, il PSOE Sanchez. Ha risalito il mare fino a Bocche di Bonifacio poi ha virato ed è discesa verso Valencia. Lì dopo lungo travaglio è approdata (le traversie e peripezie delle ONG causate dalle autorità politiche italiane genererebbero vasto commento. Qui basti notare che, senza il monopolio statale della azione “umanitaria”, nella gestione dei migranti, sarebbe a rischio quello della azione antiumanitaria, della quale la prima sia, come in effetti è in Italia, paravento o palliativo - anche ad evitare che l’attività pubblica antiumanitaria sia posta sotto accusa e smascherata dalla attività privata umanitaria -. Ciò benché la acquisizione del primo dal detentore del secondo sia contraria all’universale diritto salvavite in mare, al quale chiunque, non solo le guardie costiere e i loro comandi militari e politici, è obbligato).
Orbene
7. Se per art 10 della Costituzione della Repubblica l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Se la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali (lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della repubblica, secondo le condizioni stabilite dalle leggi).
Se l’ordine di Salvini (coattivo anche perché militarizzabile) fu indirizzato a costringere una costituzione internazionalistica, universalistica e xenofilica (amica allo straniero) a divenire nazionalistica individualistica e xenomiseica (nemica allo straniero: più precisamente che xenofobica -timorosa dello straniero- , giacché costui, se temuto, assai più è odiato..):
potrebbe in ciò ravvisarsi un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato, un attentato alla Costituzione dello Stato, il delitto previsto dall’art 283 del codice penale ?
7.1 Se quell’ordine ha imposto alla nave carica di migranti il blocco in mare aperto, poi una lunga navigazione fino al porto di Valencia, contro l’ordinamento giuridico italiano conforme al diritto internazionale, contro la condizione giuridica dello straniero, contro la Costituzione della repubblica garante d’essi:
potrebbe ravvisarsi il delitto di sequestro di persone a scopo di eversione dell’ordine democratico (l’ordine giuridicamente strutturato ora indicato), previsto dall’art 280 bis cp?
7.2 Se quell’ordine è stato indirizzato alla estorsione della omissione dell’attracco nei porti italiani benché spettante per diritto, o alla estorsione dell’attracco in porti non italiani benché non dovuti:
potrebbe ravvisarsi il delitto di sequestro di persone a scopo di estorsione, previsto dall’art 629 cp?
7.3 Se quell’ordine ha imposto immani sofferenze fisiche e morali (mentali) ad una popolazione di oltre seicento persone, oltre che il delitto di lesioni e di maltrattamenti plurimi e aggravati previsti dagli artt 582, 572 cp:
potrebbe ravvisarsi il delitto di tortura previsto dall’art. 613 bis cp: il pubblico ufficiale che con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti la funzione, agendo con crudeltà cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia potestà vigilanza controllo cura o assistenza …e lo faccia con più condotte comportanti un trattamento disumano o degradante per la dignità della persona?
7.4 D’altronde, e comunque, non sarebbe stato commesso il delitto di cui all’art. 1158 del Codice della Navigazione cit. Omissione di assistenza a navi o persone in pericolo (sopra sub 4.1)?:
7.5 e l’insieme dei delitti ha una sintesi, nella Legge 25 Giugno 1993 n. 205 (detta Mancino) che all’art. 4 punisce "chi pubblicamente esalta….le finalità antidemocratiche (del fascismo) e idee o metodi razzisti….. ".
Dunque:
Salvini al di sopra del diritto umanitario è anche al di sopra del diritto penale?
I quesiti non sono semplici, ad essi andrebbe data risposta.
Pietro Diaz

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina, tribunale repubblicano | Lascia un commento

Morte di Gramsci per assassinio

1. Nei vent'anni di carcere che chiedo gli infliggiate, il suo cervello smetterà di funzionare... Furono queste, all'incirca, le ultime parole dell'accusatore nel processo ad Antonio Gramsci (e ad Umberto Terracini e ad altri). Palesemente intente a fermare l'azione, intellettuale e sociale, dell'oppositore politico, a strumentare il processo alla sua eliminazione; con l'apparato giudiziario che ne era la maschera tragicomica, la dissimulazione spudorata. Basti soppesare il contenuto della accusa. Che, negli anni 1927 (quello dell'arresto di Gramsci), 1928 (quello dell'avvio del processo), ascrisse delitti ("siete accusato..") di "attività cospirativa...istigazione alla guerra civile .. apologia di reato, incitamento all'odio di classe". Dei quali, tuttavia, solo i tre ultimi erano previsti dalla legge del tempo, non il primo. Che, quindi, fu ascritto contravvenendo al "principio di legalità" (della accusa penale e della sentenza che la accreditasse). Principio storicizzatosi in ogni parte del mondo civile, a protezione di un'umanità soggetta ad accuse discrezionali, da antichi poteri pre o paragiuridici e militari, simulatori di giustizia penale (poteri tuttavia risorgenti nella cultura italiana - non solo allora, anche ora - o permanenti in culture extraeuropee). E' ipotizzabile che, l'accusa di delitto fuori legge, sia stata attinta ai “Lavori Preparatori” dell'imminente "fascistissimo" “Codice Rocco” (anni 1930-1931). Che introducevano innovativamente "l'attività cospirativa" ( precisamente, la cospirazione politica mediante accordo e mediante associazione) quale "delitto contro la personalità interna dello Stato", a rinforzo di quelli (sù in parte cennati) del codice "prefascista", nella campagna "giuridica" (in effetti militare sotto insegne giudiziarie) per la repressione la rimozione l'eliminazione (materiale e immateriale) delle rappresentanze politiche non (o anti) monarchiche o fasciste (particolarmente quelle della Sinistra storica,"sovversive"). Ed è, quindi, rimarcabile che furono applicate leggi penali ancora in formazione, non approvate, che non lo furono neppure durante il processo, che si concluse alla prima sentenza, perché inimpugnabile. Contro il “principio di legalità", dicevasi, peggio che contro quello di “irretroattività” (della legge approvata posteriormente al fatto in processo). Con ciò, peraltro, Gramsci immolava sè stesso alla critica sociopolitica della giuridicità ("legalita'") penale, della legge penale, del processo penale, del loro funzionario giudiziario. 2. Ascritti da una accusa illegale, accreditati da una sentenza illegale, quei delitti, che, infliggendo vent'anni di carcere portarono a morte (atroce) il condannato Gramsci (nell'anno 1937, addì 27 aprile), in effetti lo assassinarono. Come accade quando manchi, il processo, del potere giuridico inerente, che solo la legge penale del tempo del fatto, applicativa di pene eliminative o menomative del condannato, gli conferisce. In mancanza d'esso, (convenzionalmente) giustificativo di quella attività, questa in nulla differirebbe dalla attività delinquenziale. Per cui fu atto delinquenziale di assassinio, quello, "giudiziario", che condusse a morte Gramsci; atto, di genere matteottiano, di omicidio politico, soppressivo della guida del Partito Comunista (ne furono autori l’accusatore ed il sentenziatore della condanna, e mandante il Gran Consiglio del Fascismo, che, Governo sostitutivo del tempo, li insediò, nel "Tribunale speciale per la difesa dello Stato"). 3. Quei delitti, d'altronde, erano chiamati a colpire la mera espressione della critica politica, torcendone i termini, speculativi, a formule incriminatorie, da fattispecie di reato (istigazione a guerra civile, ad odio di classe, cospirazione, apologia di reato). Erano chiamati a soffocare sul nascere la cogitazione politica antagonista, abbattendone il cogitatore. Ad onta del principio giusnaturalistico (bimillenario) cogitationis poenam nemo patitur (nessuno sia punito per ciò che pensi); e a mostra della potenzialità antisociale e antiumana di quello statalismo ("stato personalità"), eccitabile alla reazione già dalla possibilità della contestazione - la potenzialità ricalca la "legge universale" dello statalismo di ogni colore e "religione” (il sacro recinto del dominio reale e personale) e grado (totalitario autoritario "liberale"). Dunque delitti di apposita creazione legislativa, preordinati alla lotta militare in forma giudiziaria; la forma giustificantesi a priori, perché oggettualizzante, e definiente, l’ingiusto, il delinquente. La forma della lotta giusta dogmaticamente. La più fraudolenta quanto potente. 3.1 "Giusta” come l'arresto, di Gramsci, che rimosse di getto la immunità di deputato alla Camera parlamentare, che fu tatticamente preceduto dallo scioglimento dei partiti politici, dalla chiusura dei giornali della opposizione, dal fermo o dall’esilio in massa degli oppositori, e, strategicamente, dall' "attentato" a Mussolini (illeso). 4. E tuttavia, la previsione dell'accusatore fu smentita dalla storia, perché il cervello di Gramsci in carcere, elaborò i Quaderni, funzionò. Benché per poco, morendo al decimo anno e portandosi via la potenza teorica della critica sociopolitica che avrebbe ancora operato. Con ciò, peraltro, Gramsci si immolava alla critica della attività giudiziaria in funzione del dominio politico, denunciando quanto male potesse arrecare. Più di ogni altra attività simile, paramilitare, perché seriale, strutturale. E non solo allora, anche ora...

Pubblicato in frammenti | Lascia un commento

“Femminicidio” e “Omicidio di identità”

Il termine omicidio viene alla nostra lingua dalla composizione della parola latina caedes, poi “cidio", strame (letteralmente “strage”) di un corpo, ‎con la parola latina hominis, poi "omi", dell'uomo: strame dell'uomo (pur se, "omi", sarebbe piaciuto venisse da "omos", in greco "simile", strame del proprio simile). Il nome composto, omicidio, significa uccisione dell'uomo (dall'uomo). Così pervenne ai codici penali italiani preunitari, al codice vigente (per es. agli art 575, 579, 584, 589), ed è compiutamente spiegato nel primo d'essi: "chiunque cagiona la morte di un uomo è punito...". L'inattesa intrusione nella materia penale di torme di dilettanti, vogliose di castigo (non meno che di delitto, di cui cianciare all’infinito) e misantrope, linguisticamente sprovvedute (avvenimento storico reazionario e controriformatore, sfuggito alla maggiore e migliore parte degli “osservatori”), dopo un trentennio di incubazione, (oltre altro) ha proliferato: una accolta "di genere" (femminile), talmente altezzosa da reputare di non dovere aggettivare il sostantivo: genere maschile, femminile? E talmente ignara da nemmeno sospettare il terzo genere, il neutro. Ebbene essa, forse temente che la punizione, nel codice, di chi "cagiona la morte di un uomo" lasci impunito chi cagioni la morte di una donna (ciò temente perché insciente che i contenuti del codice si enucleano anche estensivamente, per estensione logica delle sue parole: “uomo” per “genere umano”). Essa, dicevasi, ha fervorosamente estruso, in plurimi coaguli legislativi ( tramite un Parlamento “rappresentativo”, cioè ricalcante la sprovvedutezza linguistica dei rappresentati?),- il "femminicidio" (la logica degli abbinamenti avrebbe preferito "donnicidio", uccisione della donna, corrispondente femminile di uomo...). Infiltrandolo qua e là subdolamente, senza nominarlo esplicitamente, ma tenendolo a base della interpolazione giuridica complessiva (aggravante pene ristrutturante delitti irrigidente le procedibilità etc). Con un primo contorcimento, dell’organismo giuridico: l’ipertutela penale della “femmina”, distinta, dalle altre specie del genere umano (il maschio, l'ermafrodito, il "transessuale", l’omosessuale, l’asessuale ..), per il sesso; cioè, per il modo ed il mezzo che violano i principii di “pari dignità sociale” e di “ugua(glianza) davanti alla legge”, ai quali la Repubblica sussume “tutti i cittadini”(art 3 Costituzione), e che espressamente vieta (al primo comma: “…senza distinzione di sesso…”). Ed un secondo contorcimento, più sconcio, dell’organismo politico: l’accolta contendente la “parità di genere” è pervenuta a legiferare (addirittura penalmente), la sua imparità..... Ed un terzo contorcimento, turpe, della pedagogia sociale: tanto abbrutimento della lingua (comune e giuridica) ha fatto scuola, ha suscitato imitazione, fino a precipitare in un composto verbale inudibile. Di fatti. Come si notava, omicidio è uccisione dell'uomo, e di ogni altra specie del genere umano. Esso sopprime la vita: d’altronde, è detto, nel codice, “delitto contro la vita”. Ora, potrebbe, l'omicidio che si attenesse diligentemente al proprio significante, non cagionare la morte di una persona? La domanda, balorda, avrebbe una risposta beffarda. Tuttavia, una nuova accolta, di origine prevalentemente parlamentare (anzi, una coalizione di tutte le componenti del Parlamento), si accinge a legiferare l' “omicidio di identità ”: evidentemente convinta che debba appartenere, all'elenco codicistico degli omicidi, il fatto di chi, non annientando la vita umana, non cagionandone la morte, ma sfregiandone o deformandone o alterandone l’esteriorità (della “femmina” in particolare, si dice o si implica), ne "ucciderebbe" “l'identità". Eppure, se l’esteriorità integrasse "identità" (il codice penale ha in mente identità tutt’altre, o “stati” o “qualità personali”…: artt. 494 ss. , 566 ss….): non sarebbe adeguato il sostantivo soppressione, il verbo sopprimere, o il sostantivo alterazione, il verbo alterare, a descrivere quella offesa (così, peraltro, restando nel sistema linguistico e giuridico)? No, per niente... Essa, che non cagionerebbe la morte e conserverebbe la vita, e che, al più, ne modificherebbe una espressione somatica, sarebbe "omicidio" (senza il morto...). Per afasia linguistica (e concettuale) pronta a competere con quella che generò “femminicidio”. Della accolta, per giunta, farebbe parte una pattuglia di “avvocati”, ai quali, pertanto, è da ritenere sia ignoto che l' “omicidio di identità", in effetti la lesione della incolumità della persona e della sua integrità esteriore, è già previsto dal codice penale. Esattamente all'art. 583. 1 n. 4., che punisce l’autore della “deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso” con la reclusione da tre a sette anni. Reclusione che, d’altronde, potrebbe andare oltre, con circostanze aggravanti, fino alle quantità volute dai predetti. O che potrebbe appagare ogni concupiscenza castigatoria, innestata in un “titolo autonomo di reato” (reato a sé stante, ma dentro il sottosistema codicistico). Ciò, peraltro, eviterebbe l’ennesimo scempio di un codice, benché “fascista”, monumento della sapienza giuridica italiana (fra le prime al mondo e le prime del mondo) nel suo primo quarantennio, fino alle incursioni iconoclaste, lanzichenecche, di un inatteso legislatore-giudiziario.

Pubblicato in frammenti, Prima Pagina | Lascia un commento