Morte di Gramsci per assassinio

1. Nei vent’anni di carcere che chiedo gli infliggiate, il suo cervello smetterà di funzionare…
Furono queste, all’incirca, le ultime parole dell’accusatore nel processo ad Antonio Gramsci (e ad Umberto Terracini e ad altri).
Palesemente intente a fermare l’azione, intellettuale e sociale, dell’oppositore politico, a strumentare il processo alla sua eliminazione; con l’apparato giudiziario che ne era la maschera tragicomica, la dissimulazione spudorata.
Basti soppesare il contenuto della accusa.
Che, negli anni 1927 (quello dell’arresto di Gramsci), 1928 (quello dell’avvio del processo), ascrisse delitti (“siete accusato..”) di “attività cospirativa…istigazione alla guerra civile .. apologia di reato, incitamento all’odio di classe”.
Dei quali, tuttavia, solo i tre ultimi erano previsti dalla legge del tempo, non il primo. Che, quindi, fu ascritto contravvenendo al “principio di legalità” (della accusa penale e della sentenza che la accreditasse). Principio storicizzatosi in ogni parte del mondo civile, a protezione di un’umanità soggetta ad accuse discrezionali, da antichi poteri pre o paragiuridici e militari, simulatori di giustizia penale (poteri tuttavia risorgenti nella cultura italiana – non solo allora, anche ora – o permanenti in culture extraeuropee).
E’ ipotizzabile che, l’accusa di delitto fuori legge, sia stata attinta ai “Lavori Preparatori” dell’imminente “fascistissimo” “Codice Rocco” (anni 1930-1931). Che introducevano innovativamente “l’attività cospirativa” ( precisamente, la cospirazione politica mediante accordo e mediante associazione) quale “delitto contro la personalità interna dello Stato”, a rinforzo di quelli (sù in parte cennati) del codice “prefascista”, nella campagna “giuridica” (in effetti militare sotto insegne giudiziarie) per la repressione la rimozione l’eliminazione (materiale e immateriale) delle rappresentanze politiche non (o anti) monarchiche o fasciste (particolarmente quelle della Sinistra storica,”sovversive”).
Ed è, quindi, rimarcabile che furono applicate leggi penali ancora in formazione, non approvate, che non lo furono neppure durante il processo, che si concluse alla prima sentenza, perché inimpugnabile. Contro il “principio di legalità”, dicevasi, peggio che contro quello di “irretroattività” (della legge approvata posteriormente al fatto in processo).
Con ciò, peraltro, Gramsci immolava sè stesso alla critica sociopolitica della giuridicità (“legalita’”) penale, della legge penale, del processo penale, del loro funzionario giudiziario.
2. Ascritti da una accusa illegale, accreditati da una sentenza illegale, quei delitti, che, infliggendo vent’anni di carcere portarono a morte (atroce) il condannato Gramsci (nell’anno 1937, addì 27 aprile), in effetti lo assassinarono. Come accade quando manchi, il processo, del potere giuridico inerente, che solo la legge penale del tempo del fatto, applicativa di pene eliminative o menomative del condannato, gli conferisce. In mancanza d’esso, (convenzionalmente) giustificativo di quella attività, questa in nulla differirebbe dalla attività delinquenziale.
Per cui fu atto delinquenziale di assassinio, quello, “giudiziario”, che condusse a morte Gramsci; atto, di genere matteottiano, di omicidio politico, soppressivo della guida del Partito Comunista (ne furono autori l’accusatore ed il sentenziatore della condanna, e mandante il Gran Consiglio del Fascismo, che, Governo sostitutivo del tempo, li insediò, nel “Tribunale speciale per la difesa dello Stato”).
3. Quei delitti, d’altronde, erano chiamati a colpire la mera espressione della critica politica, torcendone i termini, speculativi, a formule incriminatorie, da fattispecie di reato (istigazione a guerra civile, ad odio di classe, cospirazione, apologia di reato). Erano chiamati a soffocare sul nascere la cogitazione politica antagonista, abbattendone il cogitatore. Ad onta del principio giusnaturalistico (bimillenario) cogitationis poenam nemo patitur (nessuno sia punito per ciò che pensi); e a mostra della potenzialità antisociale e antiumana di quello statalismo (“stato personalità”), eccitabile alla reazione già dalla possibilità della contestazione – la potenzialità ricalca la “legge universale” dello statalismo di ogni colore e “religione” (il sacro recinto del dominio reale e personale) e grado (totalitario autoritario “liberale”).
Dunque delitti di apposita creazione legislativa, preordinati alla lotta militare in forma giudiziaria; la forma giustificantesi a priori, perché oggettualizzante, e definiente, l’ingiusto, il delinquente. La forma della lotta giusta dogmaticamente. La più fraudolenta quanto potente.
3.1 “Giusta” come l’arresto, di Gramsci, che rimosse di getto la immunità di deputato alla Camera parlamentare, che fu tatticamente preceduto dallo scioglimento dei partiti politici, dalla chiusura dei giornali della opposizione, dal fermo o dall’esilio in massa degli oppositori, e, strategicamente, dall’ “attentato” a Mussolini (illeso).
4. E tuttavia, la previsione dell’accusatore fu smentita dalla storia, perché il cervello di Gramsci in carcere, elaborò i Quaderni, funzionò.
Benché per poco, morendo al decimo anno e portandosi via la potenza teorica della critica sociopolitica che avrebbe ancora operato. Con ciò, peraltro, Gramsci si immolava alla critica della attività giudiziaria in funzione del dominio politico, denunciando quanto male potesse arrecare. Più di ogni altra attività simile, paramilitare, perché seriale, strutturale.
E non solo allora, anche ora…

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“Femminicidio” e “Omicidio di identità”

Il termine omicidio viene alla nostra lingua dalla composizione della parola latina caedes, poi “cidio“, strame (letteralmente “strage”) di un corpo, ‎con la parola latina hominis, poi “omi“, dell’uomo: strame dell’uomo (pur se, “omi“, sarebbe piaciuto venisse da “omos“, in greco “simile“, strame del proprio simile).
Il nome composto, omicidio, significa uccisione dell’uomo (dall’uomo).
Così pervenne ai codici penali italiani preunitari, al codice vigente (per es. agli art 575, 579, 584, 589), ed è compiutamente spiegato nel primo d’essi: “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito…”.
L’inattesa intrusione nella materia penale di torme di dilettanti, vogliose di castigo (non meno che di delitto, di cui cianciare all’infinito) e misantrope, linguisticamente sprovvedute (avvenimento storico reazionario e controriformatore, sfuggito alla maggiore e migliore parte degli “osservatori”), dopo un trentennio di incubazione, (oltre altro) ha proliferato:
una accolta “di genere” (femminile), talmente altezzosa da reputare di non dovere aggettivare il sostantivo: genere maschile, femminile? E talmente ignara da nemmeno sospettare il terzo genere, il neutro. Ebbene essa, forse temente che la punizione, nel codice, di chi “cagiona la morte di un uomo” lasci impunito chi cagioni la morte di una donna (ciò temente perché insciente che i contenuti del codice si enucleano anche estensivamente, per estensione logica delle sue parole: “uomo” per “genere umano”). Essa, dicevasi, ha fervorosamente estruso, in plurimi coaguli legislativi ( tramite un Parlamento “rappresentativo”, cioè ricalcante la sprovvedutezza linguistica dei rappresentati?),- il “femminicidio” (la logica degli abbinamenti avrebbe preferito “donnicidio“, uccisione della donna, corrispondente femminile di uomo…). Infiltrandolo qua e là subdolamente, senza nominarlo esplicitamente, ma tenendolo a base della interpolazione giuridica complessiva (aggravante pene ristrutturante delitti irrigidente le procedibilità etc).
Con un primo contorcimento, dell’organismo giuridico:
l’ipertutela penale della “femmina”, distinta, dalle altre specie del genere umano (il maschio, l’ermafrodito, il “transessuale”, l’omosessuale, l’asessuale ..), per il sesso; cioè, per il modo ed il mezzo che violano i principii di “pari dignità sociale” e di “ugua(glianza) davanti alla legge”, ai quali la Repubblica sussume “tutti i cittadini”(art 3 Costituzione), e che espressamente vieta (al primo comma: “…senza distinzione di sesso…”).
Ed un secondo contorcimento, più sconcio, dell’organismo politico:
l’accolta contendente la “parità di genere” è pervenuta a legiferare (addirittura penalmente), la sua imparità…..
Ed un terzo contorcimento, turpe, della pedagogia sociale: tanto abbrutimento della lingua (comune e giuridica) ha fatto scuola, ha suscitato imitazione, fino a precipitare in un composto verbale inudibile. Di fatti.
Come si notava, omicidio è uccisione dell’uomo, e di ogni altra specie del genere umano. Esso sopprime la vita: d’altronde, è detto, nel codice, “delitto contro la vita”.
Ora, potrebbe, l’omicidio che si attenesse diligentemente al proprio significante, non cagionare la morte di una persona?
La domanda, balorda, avrebbe una risposta beffarda.
Tuttavia, una nuova accolta, di origine prevalentemente parlamentare (anzi, una coalizione di tutte le componenti del Parlamento), si accinge a legiferare l’ “omicidio di identità ”:
evidentemente convinta che debba appartenere, all’elenco codicistico degli omicidi, il fatto di chi, non annientando la vita umana, non cagionandone la morte, ma sfregiandone o deformandone o alterandone l’esteriorità (della “femmina” in particolare, si dice o si implica), ne “ucciderebbe” “l’identità”.
Eppure, se l’esteriorità integrasse “identità” (il codice penale ha in mente identità tutt’altre, o “stati” o “qualità personali”…: artt. 494 ss. , 566 ss….):
non sarebbe adeguato il sostantivo soppressione, il verbo sopprimere, o il sostantivo alterazione, il verbo alterare, a descrivere quella offesa (così, peraltro, restando nel sistema linguistico e giuridico)?
No, per niente…
Essa, che non cagionerebbe la morte e conserverebbe la vita, e che, al più, ne modificherebbe una espressione somatica, sarebbe “omicidio” (senza il morto…).
Per afasia linguistica (e concettuale) pronta a competere con quella che generò “femminicidio”.
Della accolta, per giunta, farebbe parte una pattuglia di “avvocati”, ai quali, pertanto, è da ritenere sia ignoto che l’ “omicidio di identità“, in effetti la lesione della incolumità della persona e della sua integrità esteriore, è già previsto dal codice penale. Esattamente all’art. 583. 1 n. 4., che punisce l’autore della “deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso” con la reclusione da tre a sette anni.
Reclusione che, d’altronde, potrebbe andare oltre, con circostanze aggravanti, fino alle quantità volute dai predetti. O che potrebbe appagare ogni concupiscenza castigatoria, innestata in un “titolo autonomo di reato” (reato a sé stante, ma dentro il sottosistema codicistico).
Ciò, peraltro, eviterebbe l’ennesimo scempio di un codice, benché “fascista”, monumento della sapienza giuridica italiana (fra le prime al mondo e le prime del mondo) nel suo primo quarantennio, fino alle incursioni iconoclaste, lanzichenecche, di un inatteso legislatore-giudiziario.

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Pseudotecnici e parasociali…

Saviano: “è ora di rivedere un reato applicabile oggi ai gruppi capeggiati solo dai meridionali”. Cioè,  oltre i gruppi,  “di tipo mafioso”, incriminati dall’art art 416 bis cp (che regola  “associazioni”, in verità, non “gruppi”, che penalmente  son tutt’altro: ma quando il diritto in genere, penale in specie, non è maneggiato da competenti, è devastato, e devastante), il romanziere di Gomorra  vuole una legge che  renda  la nazione intera “di tipo mafioso”?

UnknownGabrielli:   “non è che non ci sia stata la mafia, nel   processo Mafia Capitale, era sbagliata la legge (dell’art 416 bis cp). Senonchè, al seguito di quella legge,  supponendosi la mafia di quella legge, è stato iniziato e proseguito il processo.  Ed al seguito d’essa  si è giudicato ( non si poteva non, si doveva assolutamente, giudicare): se al  processo è permesso di perseguire esclusivamente un fatto che una legge previa  incrimini e in base ad essa. Dunque, fu sbagliato il fatto, portato a processo, rispetto alla legge previa ad esso. Il capo della polizia non lo coglie. E, d’altronde, , non diverge da Saviano nel volere la sostituzione della legge, e, con ciò,  l’estensione della mafiosità alla nazione intera.

Laddove,  socialmente, e tecnicamente:

Il riflusso, nella sentenza romana 20 07 2017, della “associazione di tipo mafioso” (in art 416 bis cp), nella “associazione per delinquere”  (in art 416 cp), tecnicamente indica che l’accertamento della applicabilità, al fatto a  processo, della “legge  speciale”,  è fallito, e che è riuscito quello della applicabilità della “legge generale”.

Di fatti, le due leggi, dall’anno 1982  ( di vigenza della prima,  dal  1931 vigendo  la seconda), sono “in rapporto di specialità”, della prima (“speciale”), rispetto alla seconda (“generale”):  art 15 cp. Rapporto che implica una connotazione della  prima  (culturalmente e fisionomicamente) più intensa che nella  seconda. E quindi, una sua  maggiore individualità fattuale e  giuridica.

Perciò,  la sua disindividualizzazione, ad ampliamento del raggio di azione, richiesta da più parti, è  già  attuata, dalla “legge generale” (suddetta).

Il contrario o il resto sono  ciancia incompetente.

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12.07.17

“giarrusso”…

L’ “avvocatoonorevolegiarrusso”, dei “cinquestelle” (tuttora a rotazioni consonantiche e vocaliche della piu’ tradizionale parlata sicula), impasta:
“Dell’Utri sta male? Doveva pensarci prima…”.
Ma “prima”, Dell’Utri cittadino europeo, mai avrebbe potuto, ne’ dovuto, pensare che quel che lecitamente facesse sarebbe divenuto illecito per legge penale successiva e retroattiva.
E  non erro’ a non pensarlo, perchè mai quella legge sopravvenne.
Ed ancor meno avrebbe potuto ne’ dovuto pensare che, quel che facesse, sarebbe divenuto punibile per disposizioni della magistratura del Paese. Giacché in nessun Paese europeo la magistratura avrebbe potuto, fuori e contro la legge, sentenziarlo (per giunta retroattivamente, fuori e contro la norma del tempo del fatto): senza che il popolo, insorgendo direttamente o per altre sue istituzioni, le intimasse di desistere e si adoperasse a fermarla.
Benché stavolta abbia errato a non pensarlo.
A non pensare che un organo dell’ordinamento giuridico penale statale sarebbe potuto divenire più trasgressivo dell’organo del subordinamento subgiuridico subpenale “mafioso….” (ove, come in ogni altro subordinamento simile, vale effettivamente il principio di “legalita” e quello di “irretroattività” della punizione).
Come ha  errato a non pensare che un avvocato e parlamentare del “movimento politico” di portata “pentastellare”, (sedicente) protettore dei pretèriti e rifondatore della giustizia, potesse non solo non cogliere quel multiforme e gigantesco eccesso, della magistratura, dal potere istituzionale, ma nemmeno avvertirlo o sospettarlo o (anche solo) congetturarlo.
A non pensare, cioè, che uno nella sua posizione professionale e politica, potesse  condividerlo ed esaltarlo.

ferro ignique…”

Qualcuno sa dire se fra i roghi che divorano la Sicilia ed il ferro che ne imprigiona le popolazioni “per mafia” vi sia qualche rapporto?

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Stampa e magistratura, dinanzi al delitto di corruzione.  

Se il “giornalista” (di ogni  mezzo della “informazione”) ottenga dal magistrato (o dal poliziotto o da altri di un Ufficio giudiziario), per diffonderlo, un atto, segreto o incomunicabile, in cambio della celebrazione dell’ “attore” (oramai costume, nel Paese senz’altro addobbo, e potestà, che la toga o la divisa, oltre la tonaca ..all’antica insomma) , sarebbe corrotto, il  pubblico ufficiale, e corruttore, il giornalista, secondo artt. 319, 321 del codice penale?
La risposta e’ indiscutibilmente affermativa.
Ma, se così è, perché mai alcuno, dei suddetti, ne è stato finora incolpato?
Certo perché l’ “azione penale”,  obbligatoria verso chiunque per l’art 112 della Costituzione, è “facoltativa” verso quelli, d’altronde in correlazione funzionale inscindibile e quindi intangibile.
Ma anzitutto perché la loro incolpazione fermerebbe (o frenerebbe) quella dell’umanità restante, insieme alla  sua iperlucrosa propaganda.
D’altronde, per la “legge del capro”, il diluvio delle seconde suppone rigidamente le secche della prima. Cosi come la compulsione alle seconde suppone il rimorso non smaltito della prima (poco da fare: la legge è infallibile, quale causa  e spiegazione delle istituzioni  della caccia all’uomo).
Cosicchè, stampa e magistratura sono coglibili in associazione cospirativa e attuativa contro il popolo, giacchè la diffusione dell’atto giudiziario è immancabilmente a (sanguinario)   insulto d’esso, oltre che a magnificazione dell’ attore”.
Ed il sistema demologico che ne risulta e’ nettamente dicotomico. Da una parte aggregazioni crescenti di “malfattori”, da altra apparati crescenti  di “benefattori”. I primi, ovviamente, a completa  mercè catalogatoria dei secondi, oltre che a loro nutrimento cacciatorio.
P.Diaz

 

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28.06.17

Il martirio di San Luca

A San Luca di Calabria la piccola comunità e’ fittamente legata da rapporti di parentela  affinita’ coniugalita’amicalità. E,  ove taluno sia  sospettato di ‘ndranghetismo,  tutti sono sospettati d’esso, secondo la tecnica, oramai principio,  della estensione all’insieme sociale delle caratteristiche della  parte. Una tecnica particolarmente diffusa nell’Italia meridionale,  (oggi essenzialmente) polgiudiziaria, dedita alla incolpazione degli aggregati, gruppi, formazioni, associazioni, degli insiemi sociali, mediante estensione ad essi della incolpazione del singolo (non più bastante alle voglie castigatorie  dell’incolpatrice).
Operazione assai facile, d’altronde,  quando la colpa del singolo non stia in un fatto, un atto, una azione, suoi,  ma in un carattere, uno stigma culturale,  etnico,  etico. Perché questo  non incontra limiti materiali (e, con ciò,  verificabilità materiale),  consta di  giudizi verbali, di verbalismi per lo più,   emissibili  diffondibili e applicabili  a mera discrezione della Istituzione,  interessata, anzi preposta,  alla inquisizione se non persecuzione se non eliminazione, di taluni insiemi sociali; per la ragione politica dell’esercizio del potere relativo, che nell’assoggettamento d’essi ( e delle loro parti)  trova appagamento biologico  (di Istituzione predatoria e divoratoria, la cui  pulsione  si è  giuridicizzata, fatta  diritto, legge, anzi “Giustizia”).
Ordunque.
Nel caso di San Luca di Calabria (ed in ogni altro caso di innumerevoli Comuni  del Meridione d’Italia),   lo stigma sta  nella  corrispondenza ad un “tipo”, il tipo  “mafioso” (categoria, a sua volta,   di  sottotipi altrimenti denominati: camorrista, ndranghetista etc…), che, d’altronde,  come ogni altro tipo (di Armeno di Curdo di Ebreo di Negro… la storia delle tipizzazioni persecutorie non varia) contiene  in sé  l’idea di insieme, nasce con esso, per poi aggredirlo  e disgregarlo.
Dunque “‘ndranghestista” taluno, ‘ndranghetista ognuno, nella piccola comunità di San Luca di Calabria.
Il primo effetto, della stigmatizzazione, è stato l’assalto della Istituzione  alla  democrazia comunale, alla sua facoltà  di formare rappresentanze politiche e di mandarle a governare la comunità,  “il Comune”; l’assalto alla  virtù civica  dell’ autogoverno,  mortificata:  le  rappresentanze popolari sono state sciolte (da presidente della repubblica ministro dell’Interno consiglio dei ministri prefetto, coagenti) , sostituite dal “commissario straordinario”;  il potere politico comunale è stato destituito da quello  statale, Il sentimento  stesso dell’autogoverno è stato umiliato,  spento.
Ma ciò  che è stato inflitto  alla comunità di San Luca di Calabria (originaria della  Grecia che ha dato all’umanità  la democrazia assembleare, oggi riportata all’era predemocratica), benchè tanto, è lontano  dall’essere tutto. Poiché, per conseguenza data dalle  regole della Istituzione , la comunità  è  sottoposta alla permanente minaccia di totale  espropriazione dei suoi averi ( per il solo  sospetto di ‘ndranghetismo, che l’ultimo funzionario potrebbe insinuare senza tema di smentita procedurale,  mediante   “misure di prevenzione  patrimoniali” (sequestri e confische) che l’istituzione è libera E’ inoltre  sottoposta alla minaccia di esilio o di deportazione dei suoi membri, attuabili mediante “misure di prevenzione personali” (divieti e  obblighi  di dimora, loro accessori); Ed è in fine  sottoposta alla minaccia di imprigionamento, fino alla modalità (mortale) di cui all’art. 41 bis (Ord. Pen.), per quello stesso sospetto terminologicamente variato in “imputazione”,   di “associazione di tipo ndranghetistico” (che l’ultimo funzionario potrebbe formulare,  senza tema di smentita,  in qualunque processo davanti ad altri membri della istituzione).
Insomma quella comunità, per legge dell’Italia  repubblicana che ha dato forma giudiziaria alla pratica monarchica dello sterminio militare delle popolazioni meridionali del tempo delle sommosse e insurrezioni antiunitarie,  è a rischio di sterminio civile.
Sorprende che, per le elezioni comunali  del nove giugno passato, nessuno abbia presentato candidature, o  si sia candidato al governo del Comune? Che nessuno  abbia osato porre in dubbio l’autorità politica del commissario  governativo?

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“……i diritti politici del cittadino…..”

Se sono “diritti politici del cittadino” (art 294 del codice penale):
il diritto alla deliberazione legislativa nella forma, analitica ed effettiva, di cui all’art 72 Cost., non in quella simbolica (perché contenente solo dichiarazione di fiducia nel Governo: sulla scorta tecnica dei regolamenti delle due Camere, non della Costituzione, tuttavia).  Diritto tanto più forte, quando la materia, come quella tributaria del D.L: 24 04 ’17 n. 50, sia riservata alla legge (art 75.2 ), non sia normabile dal decreto legge nemmeno se  convertito in  legge (tanto meno se  simbolicamente deliberata);
il diritto alla deliberazione legislativa nella forma, analitica ed effettiva, di cui all’art 72 della Costituzione, non in quella simbolica, sopra indicata, quando la materia sia assolutamente riservata alla legge (art 25.2 cost), non sia regolabile da altra fonte (benchè lo sia stata,  ripetutamente quanto eversivamente, nella storia della “repubblica”): la materia penale deliberata (simbolicamente perché contenente solo dichiarazione di fiducia nel Governo) l’altro ieri, quella che minaccia a vita la decapitazione civile di qualunque cittadino, differendo senza limite, mediante allungamento dei tempi della prescrizione del reato, “il giorno del giudizio” penale (fino a trasmetterne il relativo potere dinasticamente, da una generazione all’altra di magistrati, se l’accusando sia longevo…);
il diritto alla deliberazione legislativa popolare, nella forma di cui all’art 75.1 Cost., annientato, con inganno, dal decreto legge governativo, che ha antecipato il contenuto normativo auspicato dai referendarii (la “abolizione dei voucher”) per poi rivoltarlo.
Se, dicevasi, sono diritti politici quelli suesposti, allora, il Governo della Repubblica, impedendone con la forza o con l’inganno l’esercizio, ha attentato ad essi, commettendo il delitto in art 294 cp (delitto denunciabile da chiunque, giudicabile dal tribunale dei Ministri).
Pietro Diaz

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Il procuratore della repubblica di Catania

Chi processualmente  abbia un  verbo,  per legge e per prassi,  autoprobante, il “pentito” ad esempio, poiché, tecnicamente (esentato da ogni verificazione) fabulerebbe, fabula. Egli, peraltro, va distinto da chi a quel verbo apponga suggello  giudiziario, il detentore del potere di ordinanza o di sentenza (in genere di cattura e di condanna):  benché abbiano in comune quanto dicano.

Ma (tale) Zuccaro, il “procuratore della Repubblica di Catania”, che detiene il potere di suggello giudiziario della fabula (cioè, nondimeno, lo jus di decidere vita e morte della umanità del meridione italiano, storicizzandola quale “di tipo mafioso” e comunque “criminale”) ha riunito le due attività, ha fabulato e suggellato ad un tempo (benché, al meno per ora, senza “provvedimenti” giudiziari,  pur  provvedendosi di eco nazionale, di audizioni ai più alti consessi istituzionali, di  requisizione della vita pubblica, tolta ad ogni altra faccenda,  al guinzaglio della sua (mentre   il “ministro della giustizia”, aspirante alla segreteria “del primo partito del Paese”, “Orlando”, fabulando correlativamente, valuta che, l’accadimento, gigantesco illecito sociale, non integrerebbe illecito disciplinare…).

Così, fabulando in proprio, senza pentiti od altri “informatori”, solo autoreferente ed autosuggellante, si e’ messo a prospettare collusioni fra ONG (organizzazioni non governative di soccorso in mare di migranti) e “trafficanti di esseri umani”:
simulando il sofisma “concausale” per cui, in mancanza di soccorritori, “i trafficanti” avrebbero meno seguito, ma in effetti ruminando che  le ONG dovrebbero sparire dal mare mediterraneo o starci come forze (complementari) di affondamento dei migranti  o, almeno, (così ha detto…) con la polizia giudiziaria (polgiudiziarismo ossessivo); e ben dissimulando che è il soccorso a disturbare il procuratore della Repubblica (la quale tuttavia  lo ha costituzionalizzato…).

In effetti, con quell’appellativo,  di conio polgiudiziario in assetto criminologico, e’ stato licenziato, anzi imposto, il mancato soccorso del navigante in pericolo. O il suo  affondamento. O il suo ricacciamento nelle guerre le carestie le brutalità le infamie  le inumanità dei sistemi politici donde fuggisse. Benchè ciò implichi che proprio i sistemi politici dove andasse, ve lo riassoggetterebbero…. Implichi, cioè, intelligenze politiche, corrispondenze  culturali,  fra i sistemi.

Perché il trasporto del migrante, detto “traffico…” (benchè, retribuito o no,  organizzato o no,  comunque aiuti fuggitivi a fuggire), è criminalizzato per via del suo impigliarsi nelle maglie incarceratorie delle “turconapolitanobossifiniberlusconi” (il ferale corpo politico razzisticamente antimigrante, sorto dalla continuità legislativa fra “comunisti” e neofascisti d’ogni risma, nell’ultimo ventennio del secolo scorso). Ed egli stesso, migrante (comunque) volontario, oggetto del “traffico”  diviene “reato” o “corpo del reato”, illecito nella persona  ( e, quindi, disperdibile senza remora e rammarico).

Quindi, costui, si e’ posto a fabulare  di collusioni tra ONG e “trafficanti…”, prontamente sfruttando  l’accostamento semantico dei due  termini (che, appunto, permette al secondo al primo di tramettere il proprio stigma incriminatorio), secondo la tecnica della estensione, per accostamento,  del termine insano al termine sano. Tecnica ampiamente sperimentata  in materia di “mafia” da “l’antimafia” dei distretti giudiziari meridionali italiani (tipologicamente unici nella UE, più feroci  di taluni  africani, d’altronde geopoliticamente contigui). Particolarmente dal suo.

E inoltre sfruttando l’occasione per ristatalizzare i rapporti del Paese con quei fuggitivi (secondo lui, fervente “servitore dello Stato”) indebitamente ingeriti dalle Organizzazioni non governative. Cioè, per ripristinare il monopolio dello Stato nel trattamento dei migranti, così che, se dovesse essere benefico, lo fosse quale eccezione al malefico.

E si e’ posto a fabulare, inoltre, delle suddette collusioni (apprese, dice, “da fonti “inutilizzabili”, che tuttavia utilizza …incongruenza  tipica della fabula, ma particolarmente inquietante in colui che, così fatto cognitivamente, impartì ergastoli agli accusati della “strage di Capaci”),  che, aggiunge,  destabilizzerebbero “l’economia pubblica”.

Con cio’, dando fondo all’ultima giustificazione delle campagne “antimafia” belligeranti  in forma  giudiziaria sulla mafia (dacché avrebbe cessato d’essere omicida ed estortiva, e iniziato ad essere imprenditoriale), da tempo condotte contro il  capitalismo  meridionale (benchè, se mai contenesse mafiosi, sarebbe  potentemente rieducativo, e reintegrativo, d’essi,  ai più tipici valori della società “legale”… ), appunto a difesa della “economia pubblica” (cioè, analogamente:  la salute pubblica assalita dalle carestie e dalle pesti arrecate  dalle stregonerie del basso medioevo; la sua difesa a giustificazione dei roghi penali che le arsero). Ma, in effetti, a prò del capitalismo dichiaratamente o presumibilmente “antimafia”; particolarmente quello generato dalle confische dei beni dell’altro, acquisito per   eliminazione criminologica e giudiziaria del suoi titolari e loro prossimi e redistribuito “egualitariamente” (cioè con metodo stalinista, talora acclamato da alcuni strepiti del giustizialismo politico), da una istituzione sempre più  ovunque politicante,  governante sopra o al posto o contro quelle  deputate, occupante  la formazione la informazione la opinione pubbliche, inculturante “ legalità”(la  sua) dalla quale impera (con la corrività e complicità e sudditanza  della istituzione legislativa, che totalmente incapace di politica alternativa, le si accoda).

Onde, che Zuccaro, governatore di una provincia dell’impero giudiziario, ebbro di divismo, reputi di potere comunicare alla nazione, estatico,  l’ultimo suo onirismo, non è follia, consegue. D’altronde, ha detto di sentirsi pari di ” Falcone e Borsellino” (senza tema  di smitizzarli).

E non sorprenderebbe se, ai dubbiosi, offrisse il verbo di un “pentito”,  sulle intese fra ONG e trafficanti; o se, per insidiarle, arrestasse un migrante qualsiasi  sul natante qualsiasi, quale  “scafista” (lo ha fatto, ultimamente…).

D’altronde, ha dalla sua la presidenza di una Camera del parlamento italiano, in persona di (tal) Di Maio, il quale, sbandierando  di fronte alla nazione “ la parola del procuratore della repubblica di Catania” (con ciò temerariamente deciso ad attestare quale possa essere il livello cognitivo delle “terze cariche dello Stato”), vuole una legge che renda “utilizzabile” l’inutilizzabile,  vuole l’assurdo.

E ha dalla sua l’aspirante alla segreteria del Partito Democratico, “ministro della giustizia”, “Orlando”, che ha promesso “aggiustamenti tecnici” della “inutilizzabilità’”, cioè la  truccatura dell’assurdo. Ma si ignora a quale titolo, essendo, l’or detto,  funzionario governativo non legislativo, benchè   toccato dal  lamento che, il titolo,  vorrebbe conferirglielo:  “sono stato lasciato solo da un esecutivo che vuole che non indaghi”(ribadendo, peraltro, l’ignoranza della competenza funzionale in materia).  Come dalla assicurazione che,  sebbene illogica, lo ha persuaso:  “Non posso formulare accuse perché non ho le prove se le avrò lo farò, anzi datemi la possibilita’ di ottenere le prove”. Come dalla rivendicazione che, sebbene assurda,  lo ha  convinto:  “Denuncio un fenomeno altrimenti sarei complice” .  Come dalla insinuazione che,  sebbene disonesta e tossica, lo ha avvinto ” le ONG sono complici volontari degli scafisti? Sono un corridoio umanitario  organizzato…tra gli addetti alle ONG ci sarebbero profili non collimanti con quelli dei filantropi….”.

E’ verosimile, anche ad auspicio di nuova forma istituzionale, della relazione fra il parlamento il  governo e un procuratore, della repubblica.

Pietro Diaz

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16.04.17

“In nome del popolo italiano”…

Tre cinquestelle siculi ‎respingono l’accusa, rivoltagli da Grillo, di avere sparlato della magistratura e assicurano che mai lo farebbero.
Nello scambio fra essi, la magistratura (penale) è supposta incriticabile, ingiudicabile, se non innominabile, impronunciabile.
Che altro paia, dunque, la magistratura, se non il sovrano con prerogative maiestatiche, ai rappresentanti grillini della pur insormontabile sovranità del popolo; e, anzi, ai rappresentanti  della specifica sovranità dell’organo legislativo su quello giudiziario; e, anzi, ai rappresentanti di un sedicente contropotere:
è drammaticamente quanto penosamente evidente.

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9.04.17

Puttinate

Trump, bombardando la Siria di Assad, ha attaccato uno stato sovrano.
Lo diffonde Putin, con sdegno, poiché, dice, teme che si indebolisca militarmente la guerra, condotta da Assad, a IS (“stato islamico”), che egli denomina un aggregato  terrorista.
Eppure IS si ritiene e si proclama, ed è ritenuto e appellato, “stato sovrano”. D’altro canto,  il terrore che sparge Assad, fra i conterranei per di più, è di gran lunga più massivo e distruttivo di quello sparso da IS (la Siria, dopo la sua “cura”, ha cessato di esistere, come popolo  territorio ordinamento giuridico  Stato – secondo la nozione-) .
Eppure Putin dogmatizza:
gli aggregati terroristi sono astatali e asovrani; gli aggragati statali e sovrani non sono terroristi (né potrebbero esserlo).
Ciò, sebbene gli uni e gli altri si equivalgano, nello spargimento del terrore.
E lo fa benché egli, a capo di uno stato sovrano e terrorista (in Cecenia, Georgia, Crimea, nella repressione omicida della opposizione politica, con la furia dell’agente dei Servizi incredibilmente  a capo di uno “stato sovrano”), incarni la smentita del suo assunto.

(poc)urbanocairo

Intervistato in occasione del convegno dei “cinque stelle” a Ivrea‎:
mai intervenuto nei programmi di La7, interverrei solo nel caso di diffamazione delle persone.
Il patron del canale televisivo non ne segue evidentemente i telegiornali, le parti che essi riservano alla cronaca giudiziaria, di accadimenti penali ancora non giudicati, dove la diffamazione dei coinvolti è costitutiva  e intrinseca (quanto illecita benché prassica).
Oppure li segue, i telegiornali diffamatori, ma non coglie che lo sono. Il che implica che é un diffamato‎re naturale (come tutti i patron di tutti gli altri canali televisivi pubblici o privati, d’altronde, i tenutari dei siti del neocannibalismo sociale per “diritto di cronaca”).
Cairo, inoltre, non segue i suoi talk show, dove gli ospiti d’onore di conduttori penalomani e cortigiani (per tutti il sardo Floris), sono magistrati del genere di Davigo, diffamatori professionali, prima che di singoli indagati, ‎dell’indagando intero popolo italiano, giacché, dicono, fatto di “colpevoli non ancora scoperti”.
Oppure, se li segue, non ha contezza neppur minima della loro nefandezza, e della necessità mediatica, prima che etica, di sopprimerli.

Arnaldo Otegi

Il leader dell’Eta politica, intervistato sulla consegna, al governo spagnolo, dalla Organizzazione, ‎degli arsenali detenuti al confine con la Francia:
segno di una sconfitta? Per nulla. Abbiamo ripetutamente agito, fino ad oggi, perché accadesse. Fummo costantemente impediti  dal governo spagnolo, che aveva politicamente bisogno del proprio (istituzionale e sociale) “antiterrorismo”. Cioè del nostro “terrorismo”, per sopravvivere.
Quel governo, peraltro, ha avuto un solo schema mentale e comportamentale, culturale: la vittoria o la sconfitta. Quindi, nulla condanno della nostra passata lotta armata e  rivendico che la abbiamo fatta.
Istruttivo il richiamo, dal celebre combattente politico, della coppia polemica “antiterrorismo-terrorismo”, quale criterio per illustrare il metodo della costituzione ‎e della conservazione dei poteri autoritari o dittatoriali o totalitari, comunque polizieschi, degli “stati di polizia”. Poteri contro il popolo, pur se non dissenziente.
Tanto più istruttivo, quando la coppia sia usata per decifrare la natura di ogni potere che se ne avvalesse: ad esempio, del potere esecutivolegislativogiudiziario (dopo il primo ventennio, dai passati  “anni novanta”,  “più accentuato a destra”), indistinto, italiano.

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24.03.17

Diego (di) Marmo

Raiola è un caporale dell’esercito felicemente vivente fra le tradizioni familiari del ridente meridione italiano.
Un dì  conversa al telefono con un amico, gli annuncia che porterà ad un banchetto due chili di mozzarelle e che comprerà un televisore per un altro amico, affinché possa vedere la partita.
La conversazione è intercettata dalla procura della repubblica di Torre Annunziata, che sospetta di traffico di stupefacenti l’interlocutore del caporale. E, ad occhio e orecchio d’essa, e della sua polizia, mozzarelle televisore partita divengono senza meno criptici significanti  di traffico di droga.
D’altronde, procure e loro polizie, “istituzionalmente” (oramai), non solo violano la segretezza, e così sopprimono la libertà, delle comunicazioni e delle conversazioni interpersonali  (ad affronto dell’art 15 della Costituzione, che le ha protette fino che, le suddette, presero il sopravvento imponendo “leggi” pro sé ad un Parlamento in via di asservimento); ma lo fanno col preciso intento di contraffare il senso di qualsiasi parola captassero, allo scopo di inscenare “confessioni” del parlante.
E tali sarebbero, quelle di Raiola, con intangibile certezza già dalla fase processuale in cui dominerebbe la presunzione costituzionale del contrario; tuttavia oramai derelitta, se mai avesse operato, nella “repubblica delle procure”, e, invero, anche nella opinione pubblica che la abita (perciò, e senza saperlo, sull’orlo dell’abisso socioculturale, del cannibalismo  materiale al fondo d’esso).
Tanto che, il povero caporale, oltre che “indagato”, dai suddetti “investigatori” (non più che compulsivi origliatori, in effetti), un mattino, all’alba, alla porta di casa si ritrova i carabinieri intenti a passarla, per asportarnelo, trascinarlo alla caserma e poi al  carcere.
Lì soggiornerà a lungo, poi andrà agli arresti domiciliari, indi sotto le “forche caudine” di un estenuante processo, che tuttavia si concluderà con la affermazione della sua innocenza. Ma frattanto, sarà “congedato” dall’esercito irreversibilmente, non avrà più di che sostentarsi, malgrado ogni suo ricorso ai tribunali della repubblica.
Ebbene.
Chi, nell’occasione (in tutto simile a innumerevoli altre, infestanti e opprimenti intere  popolazioni, ignare e inermi, del “Bel Paese”) sarebbe stato il regista della “operazione” (così appellano, magistratura e polizia, “rastrellamenti” puramente militari, ben noti al passato quarantennio italiano), di cattura orgiastica della preda (che altro, tanta è la foga venatoria), che la Costituzione ed il più elementare civismo, tuttavia, erigerebbero a titolare di innocenza inconculcabile ?
“DiegoMarmo”.
Ma chi è (anamnesticamente) costui?
È l’inoculatore del tumore mortale, a mezzo di persecuzione giudiziaria con esposizione stradale in manette, incellamento, scandalosa condanna e assoluzione irriparatoria, in Enzo Tortora.
Un “soggetto” (così il ceto i cui appartiene designa irriguardosamente “gli indagati”), dunque, dalla pericolosità sociale provata, della quale era certa (non solo probabile o possibile), ulteriore manifestazione di se’, di attentati contro l’incolumità materiale e giuridica delle persone, di “recidiva”.
Ebbene, perché fu tenuto libero, da chi la privazione della libertà (per pericolosità sociale), di chiunque,  ha a base e  giustificazione della propria attività?
Libero e, per giunta, a capo di una procura della repubblica, cioè munito del potere sociogiuridicamente più aggressivo e devastativo della persona?

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22.03.17

“Potere penale”

Alì Mohammed Baqqir alk-Nimr aveva diciassette anni allorché partecipava ad una “manifestazione contro il Governo”, in Arabia Saudita. Oggi ne ha ventuno e, per quel “crimine”, è stato condannato alla decapitazione, ed alla crocifissione pubblica (del cadavere). La sentenza è stata confermata dalla “Suprema Corte” del Paese e sta per essere eseguita.
L’incancellabile turpitudine del volto del potere penale dell’Arabia Saudita la si ritrova in varie altre parti del mondo, quasi tutte.
Sia nel profilo della punizione:
esecuzione capitale unisussistente (che si compie in un solo atto esecutivo: fucilazione impiccagione iniezione tossica…): (da IS a US a Iran, Pakistan, Giordania, Oman, Siria, Somalia, Egitto, India, Cina, Ciad, Sudan, Corea del Nord, Vietnam, Indonesia, Bielorussia, e via dicendo;
“esecuzione capitale” multisussistente, lenta e progressiva: il “41 bis” in Italy, in quasi tutte le prigioni degli altri Paesi del Globo.
Sia nel profilo del presupposto della punizione:
il “crimine”, fatto (per lo più), in sostanza e contro le apparenze, non di altro che di indifferenza od oltraggio o disobbedienza o ribellione o rivolta o resistenza o difformità, allo Stato (orrendamente) governante sul popolo con siffatti strumenti e poco altro (ma, in Italy,  nemmeno tale crimine è necessario, è sufficiente, anche per la sua “Suprema Corte”, un modo d’essere, uno stile, una connotazione culturale, o etnica, di un individuo o di un gruppo: detti per lo più  “mafiosi”).
Fatto, il “crimine”, insomma, di quanto non piaccia al  più dispotico e capriccioso gusto dello Stato: a chi “libito fè licito in sua legge” (Alighieri,  Inferno V, del Giudice Minos).
Ora.
Le parti di mondo, delle popolazioni che lo abitano, infestate da cotanto morbo, che distrugge l’umanità che infetta, tanto quanto protegge l’inumanità che lo infetta, potranno sopravvivere ad esso  senza combatterlo, estirparlo, estinguerlo?

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18.03.17

Indubbiamente..

“Al minimo dubbio nessun dubbio” agita ‎superbo il tiratore d’arma teorizzando sulla apparizione repentina di un possibile cecchino davanti a sé, nel film “il mercenario”, interpretato da Robert De Niro…
Lo agita, e lo pratica, anche la “polmagistratura” penale italiana‎, che, “oltre ogni ragionevole dubbio”, e contro il metodo cognitivo che il detto, posto nell’art 530 cpp, impone, strozza sul nascere ogni minimo dubbio, perfino dalla fase nella quale il giudizio cognitivo non è nemmeno iniziato, fin dalla “fase delle indagini”, nella quale tutto è in fatto e per principio incerto:
lì, al minimo dubbio, come il mercenario spara, essa carcera.

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10.03.17

La via Emilia(na) alla politica.

Alla carica del partito discendente da quello fondato da Antonio Gramsci potrebbe salire ‎il procuratore (distrettuale) Emiliano, discendente del procuratore del regno che a suo tempo arresto quel politico e lo tenne in carcere fino a morte.
Si è controriformato il partito o si è riformata la Procura?
La risposta la dà Emiliano nell’ultima intervista televisiva:
evasione fiscale, politica fiscale? Carcere ad ogni evasore, carcere che distogliesse dalla più piccola evasione.
Ecco cosa diviene la politica nelle mani di un incarceratore professionale.
Il quale, ovviamente, nemmeno sospetta (e se lo sospettasse se ne infischierebbe) che l’evasione, per lo più “di sopravvivenza”, potrebbe “combattersi” riducendo il prelievo. E tanto meno sospetterebbe, carceratore per conto del fisco, la possibilità di una alternativa politica nella carcerazione di quel prelevatore, per estorsione e asportazione di ogni avere privato. D’altronde, quando mai un procuratore potrebbe incarcerare per conto di un estortore?

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09.03.17

Sucidii comuni e statali 

La incarcerazione che induca suicidio potrebbe essere “istigazione” ad esso? Oppure “aiuto” ad esso? Essere cioè le due azioni che l’art 580 cod. pen. incrimina e che sarebbero state contestate al Radicale Cappato, accompagnatore in Svizzera di tale “DJ Fabo” per il suicidio? Oppure essere, quando il suicidio fosse prevedibile e prevenibile, “omicidio colposo”, come da ultima (fantasiosa) “giurisprudenza”, giunta (psicoticamente) a concepire “omicidio del suicida”?
Si?
Allora, non si dovrebbe contestare il reato alla magistratura carceraria e penitenziaria?
Che mai sia accaduto, ben riferisce della sua  imparzialità, o  egualità, e se “la legge è uguale per tutti”non beffardamente né falsariamente, come vorrebbe dare ad intendere la scritta stampata sulla cattedra d’ogni aula giudiziaria del Paese.
Tanto demagogicamente, che un procuratore della Repubblica ultrattivo (manco a dirlo) ne “Il fatto Quotidiano‎”, tal “brunotinti”, preoccupato che non lo si intenda, ha preso, goffamente quanto sfrontatamente, a inneggiare alla pienezza della “libertà di suicidio”degli incarcerati, che gli incarceratori per primi dovrebbero garantire (istigando, aiutando, omicidiando?)…

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