Primomaggio -Ventimaggio

Mancano venti giorni di navigazione alla "Piattaforma rousseau" per giungere al contatto, per lo speronamento e l'affondamento (o forse l'arrembaggio per la conquista), con la "Piattaforma radioradicale". 
Venti giorni quindi all'urto, da una massa culturale, di un'altra totalmente difforme discontinua distante, antilogica antitetica antinomica.
La assalitrice ha dovuto avviare la navigazione dissolutrice (o conquistatrice) perché del tutto impotente al confronto dialettico con la assalenda. 
E lo ha fatto dopo essersi munita di potere politico capace di Forza, di eliminazione dell'avversario o del diverso. 
Ovviamente, in condizioni sociopolitiche e di metodo propizie e tipiche, quelle alla base dello "Stile Erdogan".

Pietro Diaz

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25 APRILE

1.Addì 25 aprile 1945 Berlusconi S. è nato da qualche anno, figlio, forse già ambizioso, di un militare che, con la famiglia, quel giorno, si è tenuto lontano da Milano, occupata dai nazisti del Terzo Reich e dai fascisti (non Savoia ma) repubblichini di Salò e attaccata dai partigiani del CLNAI (comitato liberazione nazionale Alta Italia).
E certo è colpito dalla ignominiosa fuga dalla città, verso Como, del duce B. Mussolini, travestito meschinamente da soldato tedesco, per scampare ai partigiani che lo cercano.
Quel giorno, per di più, questi espelleranno dalla città, dopo averlo fatto in altre del Norditalia, gli occupanti nazifascisti. E dopo due giorni, il 27 aprile (anniversario dell’assassinio mussoliniano di A. Gramsci!) cattureranno e (il giorno 28 di pomeriggio) fucileranno sul posto il fuggiasco.
Impressionato dall’insieme, quindi, quel 25 aprile Berlusconi lo terrà a mente, forse già presentendo che le sue future peripezie di profilico faccendiere gli daranno il potere di redarguirlo pubblicamente.
Accadrà dopo nemmeno un cinquantennio (un istante secondo il tempo storico!) quando, acquisita un’immane potenza mediatica dopo essere stato pronto a tutto per averla – anche il lecchino dei partiti governativi di qualunque sigla - la scaglierà travestito da “liberale” (dopo risalenti travestimenti hollywoodiani da tracotante boss della mala…) sul campo elettorale, per condurre fin dentro le istituzioni dello Stato formalmente antifascista, oltre sé stesso, il suo seguito. Composto dalla destra spontanea, quella neofascista finiana, quella razzista (e neofascista dichiaratamente armata) bossiana, e un pò di destra già travestita da democrazia cristiana.
Cioè per condurre, si diceva, dentro le istituzioni, le entità politiche specificamente o genericamente discendenti da quelle che ne erano state espulse dalla Liberazione simboleggiata il 25 aprile. Cioè anche a dispetto ed a smacco, a lungo meditati, di quel giorno.
Della celebrazione del quale difatti, dal 1994, esse iniziarono la contestazione o la diserzione (o la irrisione). Perchè non accomunava tutti, antifascisti e fascisti: così istigandone subdolamente la revisione storica. O perché celebrazione non di antifascisti ma di “comunisti” totalitaristi (in Italia?!): così astutamente escludendone i non comunisti. O perché -edizione Salvini 2019- “derby tra comunisti e fascisti”: così escludendone gli antifascisti e soprattutto, spina nel fianco, gli antirazzisti. O per altre disparate ragioni.
Ognuna comunque rimuovente puntualmente, dalla celebrazione, la deplorazione del fascismo, la raccomandazione all’antifascismo e all’antirazzismo; (rimuovente) la sua istituzione quale discrimine operativo tra l’uno e gli altri, tra sfregio e annientamento dell’umanità difforme e l’opposizione militante ad essi (un decreto legislativo del governo italiano provvisorio, datato 22 aprile 1946, aveva dichiarato “festa nazionale” il 25 aprile per l’anno 1946. Poi si divisò di simbolizzare la Liberazione del Paese col 25 aprile che aveva liberato Milano e Torino. E con L. n.260/1949, proposta da Alcide De Gasperi in Senato l’anno prima, fu sancito quel giorno Festa Nazionale “anniversario della liberazione”).
Discrimine quindi altamente detettivo (non l’unico ovviamente), indispensabile da chi si fosse proposto di identificare, per debellarlo, il neofascismo. A riprova di ciò, ancora Berlusconi, suo ristatalizzatore, come visto, e disertore dichiarato, costante, annuale dal 1994 ad oggi, della celebrazione (egli d’altronde, ad ogni esordio in pubblico, a ben osservarlo, ha proteso romanamente il braccio destro fino ad ingessare le dita della mano. Talora perfino, evocativamente, da un predellino….). O anche, da ultimo, il trucemente miliziesco per tenute e per armi e ridondanze d’ogni genere neorazzinazifascista, Salvini, disertore esplicito della celebrazione trascorsa. Per di più, in spedizione pulitiva “della mafia” a Corleone, certo non dimentico dello “stile Mori”, il “prefetto di ferro” inviato in Sicilia da B. Mussolini con espresso mandato di pulizia etnica della mafia: all’ultimo sangue.
2. Il 25 aprile celebratamente antifascista, dunque, ha tutta la capacità semiologica di identificare il neofascismo. In specie berlusconiano. Difforme, certo, da quello mussoliniano, ma solo nei “fenomeni” non nelle essenze.
Qui è impossibile osservarle tutte, ovviamente, anche solo per cenni. Ma se ne consideri un paio, bastante a denotare la qualità culturale di ogni altra.
All’avvento di Berlusconi e del suo seguito, crescerà a dismisura la legislazione razzista - emulativa concettualmente, e in parte materialmente, di quella del “ventennio” -, drasticamente abolitiva dei diritti costituzionali dello straniero, ma anche del cittadino (vd alla fine). Crescerà nella stessa misura, ad un tempo, la legislazione penale e procedurale, abolitiva di (quasi) tutti i diritti costituzionali individuali e collettivi del cittadino (e dello straniero). Perchè?
Perché diritti, tutti gli ordetti, resistenziali, portati e consegnati alla Carta dalla Resistenza antifascista. E a maggiore smacco e sopruso, aboliti con legge ordinaria (per di più decretazione governativa convertita dal parlamento sulla fiducia), anziché con legge di revisione della Costituzione (come dovuto per art 138 Cost!).
Con siffatta legislazione, ad un tempo, saranno sabotati i principii del diritto e della scienza penali illuministici e torneranno a fondersi reato e peccato, reato e reo, reità individuale e collettiva; e a convivere reità del fare e del modo d’essere e del solo pensare o del mero stile di vita. Quest’ultima reità, d’altronde, in piena rievocazione del diritto penale nazionalsocialista del Terzo Reich, sebbene (paradossalmente) allora incondiviso dal coevo diritto mussoliniano; ora tuttavia rimosso dal berlusconiano!
E, nella sterilizzazione dialettica e la mortificazione operativa della Opposizione politica, sarà, con ciò, fascisticamente accresciuta la potenza, sociale e militare, degli organi della inquisizione e della punizione, della “prevenzione” e della repressione, “della legge e ordine”. Cioè dei poteri sociali quanto più possibile umiliativi assoggettativi annientativi, dell’umanità sottostante (conformemente alla teoria della organizzazione sociale fascista)..
La spettacolare crescita la porterà, com’è ovvio, al predominio culturale: con “prime notizie” delle sue imprese su tutti i Media, spacciate per referenti unici dell’esistente.
3. Come si vede nel poco che si è narrato e richiamato, celebrazione o diserzione e contestazione e irrisione del 25 aprile molto possono dire e implicare.
Visibilmente, la mortificazione della Liberazione resistenziale dal fascismo e dal razzismo, della vittoria dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Da un neofascismo ancora tragicamente "africano" (Iraq, Libia) e squadristicamente italiano (G 8 di Genova: “Scuola Diaz” e innumerevoli altri assalti), non molto diversamente dal fascismo.
Così che oggi le sue prime istituzioni sono nelle mani della organizzazione di chi, penetrandole, chiese riconoscenza per avere inibito l’avvento di Alba Dorata (Grillo, che, quindi, avrebbe avuto il controllo della formazione internazionale neonazifascista! Grillo che, d’altronde – 2013-, proclamò che il 25 aprile “era morto”….). E nelle mani della organizzazione di chi, di formazione politica su base etnica (etnia “padana”, indigena, dialettale, prescolare, civicamente sottosviluppata, e –ovviamente- esclusivistica), perversamente portato ad etnizzare ogni altro aggregato umano, cittadino o straniero, che ravvisi o che tema competitivo, ha maturato un razzismo ferale, da pulizia etnica dentro e fuori “i confini della patria”. E spregiudicatamente statalizzatolo, lo esercita.

Pietro Diaz

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Le girls di Salvini: Bongiorno, Mussolini, (ri)castrerebbero Turing….

1.Lo scolaro Alan Turing è malvisto dagli insegnanti, non supera gli esami di “religione” e di altre materie “umanistiche”, è disinteressato, si diplomerà a stento. 
Ma giunto al King’s College di Cambridge ha un incontro, fatale, con Ludwig Wittgenstein (lì dopo avere abbandonato l’Austria, perché ebreo in pericolo, nei passati anni trenta), teorico (col Tractatus….,,) del linguaggio vigente quale limite del reale riferibile, comunicabile verificabilmente (e da tacersi in sua mancanza). 
Turing si dedicherà, quindi, alla “meccanica quantistica” e alla “teoria della probabilità”, e si immergerà talmente in quello scibile da sortirne intriso. 
In tanta fertilità intellettuale, a ventottanni è notato dall’all’alto Comando militare della Gran Bretagna appena insidiata dalla Germania Nazista. 
Ed è segretamente assoldato perché tenti, adeguatamente accompagnato, la decrittazione di Enigma. Il codice dell’alto Comando militare tedesco, che variato ogni giorno si dotava di indecifrabilità assoluta, dal nemico, e quindi della capacità di diramare imprevedibilmente ordini di guerra alle proprie forze, per azioni di invasione di occupazione di caccia di rappresaglia, imprevenibili. 
Nel corso del tentativo, Turing giungerà alla decrittazione di Enigma e alla possibilità di previsione e (quindi) di prevenzione delle mosse dei Comandi militari tedeschi. 
Per ciò si è ritenuto che abbia notevolmente contribuito alla sconfitta della Germania Nazista ed alla elusione delle distruzioni e degli eccidi che senz’essa sarebbero proseguiti. Ciò dopo avere costruito la “macchina di Turing”, il precursore (si dice) del moderno computer.
2. Ma Turing è un omosessuale. E non riesce a celarlo sebbene viva in una Gran Bretagna “vittoriana” ferocemente persecutrice della sodomia ancora nei passati anni ’50. D’altronde, non molto tempo prima, Essa ha clamorosamente imprigionato, per quel crimine, Oscar Wilde (che morirà “di meningite” cinque anni dopo). Pur se non è giunta a intercettare Wittgenstein, la fucina intellettuale di Turing (domanda incidentale: potrebbero bastare cotanti nomi per meditare sul valore della anomalia – solo statistica!- sessuale nella fornitura del genio, e di innumerevoli altre virtù artistiche e civili? Per meditare sulla fecondità sociale di ogni “orientamento sessuale”, e sulla opportunità della sua liberazione?). 
Scoperto, Turing, è processato e condannato (1954) alla pena della incarcerazione, che tuttavia potrebbe evitare accettando di “sedare” la sessualità chimicamente, assumendo estrogeni, ormoni femminili (che provocano anche ginecomastia). 
Atterrito dall’idea del carcere si sottopone al trattamento. Presto tuttavia corpo e intelletto infiacchiranno e inbruttiranno, per lui inaccettabilmente. 
E di fatti non lo accetterà. 
Poco dopo si darà morte (nella più probabile ipotesi, addentando una mela iniettata di curaro, mentre si adagia compostamente nel letto ora funebre).
3. Il racconto, per mostrare la dispotica irresponsabilità sociale di una punizione giudiziaria, che per redarguire una porzione infinitesima dell’essere umano (l’omosessualità di Turing, di Wilde.. ), la parte minima di un tutto illimitato (e specificamente grandioso), dissolve questo senza residui. 
3.1 Ma anche per tentare di ricostruire retrospettivamente, secondo il metodo analogico, volti e voci culturali degli autori del misfatto attraverso quelli de “la Bongiorno”, “la Mussolini”, di altri simili “eletti”, e di Salvini loro guida politica. 
I quali, oggi, invocano la “castrazione chimica” dei condannati per reati sessuali (che, “ovviamente…”, “volessero” conseguire il “beneficio” della “sospensione condizionale della pena carceraria”; cioè: non sarai carcerato se ti castrerai…).
Volti e voci culturali, dei predetti, perfettamente ricostruttivi, a ben vedere…

Pietro Diaz

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ED ORA: SENATO GIALLOVERDAZZURRONERO “PER SALVINI…” DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE?

1. Non è improbabile che accada se, quando due (o più) poteri dello Stato entrino in conflitto sulle rispettive attribuzioni, è la Corte costituzionale a dirimere. 
E se si ha “conflitto di attribuzione” (art. 134.2 cost.) anche quando un potere prevarichi su un altro, è verosimile che la vicenda senatoriale Diciotti vada alla Corte. 
Di fatti, quali ne furono i termini?
Il “tribunale dei ministri” voleva portare a giudizio (con accusa di delitto di sequestro di persona plurimo e aggravato) il ministro dell’Interno. 
Per farlo non incontrava altro limite che l’autorizzazione a procedere, spettante al Senato (secondo la legge costituzionale n.1 /89). 
Diligentemente la richiedeva. 
Ma gli veniva rifiutata, da un’ intesa deliberatoria fra il partito stellato il leghista e la Destra restante fino all’estrema.
2. Tuttavia il Senato non era libero di comporre a piacere le ragioni del rifiuto. Poiché aveva il dovere di svolgerle col filo dell’art 9 comma 3 della legge suddetta, vedendo se il Ministro "a(vesse) agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo". 
Cioè aveva il dovere di accertare se quegli elementi fossero stati o no partecipi della commissione del reato ministeriale. 
E il dovere di dare l’autorizzazione ove non lo fossero stati. 
Cioè aveva il dovere di accertare se il ministro, commettendo il reato: 
avesse difeso un “interesse costituzionalmente rilevante”; tale in quanto previsto dalla Costituzione (non altrove); quale esso fosse e perché; da quale offesa fosse stato difeso. 
O di accertare se il ministro avesse perseguito un “preminente interesse pubblico nell’esercizio delle funzioni di governo”; quale esso fosse e perché; perché (inoltre) preminesse sugli interessi (diritti) umani e civili di centosettantasette soccorsi in mare (scampanti all’inferno africano); quali esse (funzioni di governo) fossero, in un esercizio concretamente prefigurato da norme nazionali, internazionali, sovrannazionali (fragrantemente violate..). 
Dovere di accertarlo, ovviamente, riempiendo di fatti (non di vane o inconferenti parole) quegli elementi astratti, per riscontrarli o escluderli. 
E, ripetesi, dovere di dare l’autorizzazione ove li avesse esclusi. Tanto quanto potere di non darla solo ove li avesse inclusi. 
Senza di che avrebbe menomato il potere della magistratura di giudicare, avrebbe leso le sue attribuzioni. Senza di che, il potere senatoriale di autorizzazione sarebbe andato a confliggere col potere della magistratura di giudicare. 
3. Ora, chi avesse seguito l’excursus della deliberazione senatoriale del giorno 19 di marzo scorso avrebbe avvertito che, già terminologicamente, essa esulava dalla griglia verbale e concettuale di cui all’articolo 9.3 cit.. 
Il Senato deliberava su proposta, della Giunta…delle immunità parlamentari, formulata dal presidente Gasparri. La proposta agitava interesse governativo interesse ministeriale interesse pubblico interesse dello Stato interesse nazionale, interesse di ogni genere, tranne i due, e relative qualifiche, imposti dall’articolo richiamato. 
Anzi di essi non solo non simulava il contenuto ma nemmeno il suono verbale. 
Per di più, la proposta, oltre che imbarcare (suo malgrado) la ascrizione, a Salvini, di reati di sequestro di persona assai più gravi di quello in accusa (il reato in art 289 ter cod pen, se ne è fatto cenno in altro scritto su questo Sito), si poneva a disquisire di differenze, quanto a natura ministeriale, fra reati ad offesa irreversibile e reati ad offesa reversibile, mai pensate dalla teoria penale del reato che ha sempre annesso a entrambi i generi pari “consumazione” . 
Si poneva a disquisire comunque di differenze incongruenti alla deliberazione in ballo, non ammessa a neppure sfiorare il contenuto fattuale e giuridico della accusa. 
Anzi tenuta a presupporlo rigidamente, potendo ( e dovendo) esclusivamente accertare se, il reato, fosse stato commesso per difendere o perseguire gli interessi di cui all’art. 9 cit. (v. sopra). 
4. Quindi, la proposta della Giunta (di non dare autorizzazione a procedere) entrava in Senato su un binario manifestamente divergente dalla meta prescritta, sia perché il suo moto logico (come quello del Senato) era vincolato nei criteri e nei termini dall’art. 9 cit. (come detto); sia perché, esso, era escluso dalla valutazione (sotto qualsiasi aspetto) dell’accusa (è siffatta prevaricazione sul metodo e sul merito che indizia conflitto, invasione della attribuzione della magistratura, “per menomazione” verosimilmente). 
E per ciò su quel binario (verbale, concettuale, funzionale) tanto divergente dalla meta, il Senato avrebbe dovuto prontamente fermarla.
5. Ma inoltratasi, la proposta, nell’area della Destra, perfino da quel binario è deviata. Di fatti: 
C’era chi parlava di “esimenti” e di “scriminanti”, a proposito degli elementi dell’art. 9 cit… Cioè evocava quelle “circostanze” che suppongono un reato ma ne escludono la pena (perché commesso, ad esempio, per legittima difesa o in stato di necessità..). Circostanze che sono previste dalla legge penale, perchè attengono al reato. E che proprio per ciò non potrebbero esserlo dalla legge processuale (sulla autorizzazione in discussione). 
Costoro, quindi, inseguendo Gasparri che scivolava sulla (inammissibile) valutazione del reato sventolando differenze categoriali inesistenti, lo sorpassavano evocando “esimenti” e “scriminanti” del reato ugualmente inesistenti, “vedendole” addirittura negli elementi regolanti il procedimento sul reato (l’autorizzazione).
C’era poi chi risciorinava la serie degli interessi elucubrata da Gasparri, al pari di costui, tuttavia, riavvolgendo nella maggiore afasia quella degli interessi previsti dall’art 9.3 cit.. 
E c’era perfino chi, esaltandosi, proclamava “noi siamo giudici”, deliberando sulla autorizzazione a procedere. Senza nemmeno sospettare che, la loro, era una posizione simile a quella del querelante (o dell’ “istante” etc..), colui che dà al processo una “condizione” (“di procedibilità” appunto), affinchè esso parta o prosegua; condizione in tutto corrispondente, concettualmente e funzionalmente (e soggettivamente, malgrado la discriminante pompa magna dei senatori), a quella, la autorizzazione a procedere, in deliberazione. Querelante, come è noto, completamente estraneo ai "soggetti del processo” organici a questo (fra essi, primo, il giudice: cod proc pen, Libro I), mero propulsore estrinseco del processo (pur se poi da questo variamente coinvolgibile). 
Quindi, i sèsupponenti “giudici”, nemmeno sapevano (o fingevano di non sapere) in che veste deliberassero. 
6. Ebbene in tale stato sociopoliticogiuridico, e intellettuale, in tale eccesso dai limiti del proprio potere, il Senato menato dalle suddette schiere, ha rifiutato di dare alla magistratura la autorizzazione a procedere su uno dei più gravi reati ministeriali contro la persona la sua libertà la sua umanità, che la storia processuale penale della Repubblica, e della monarchia postunitaria, abbia censito.

Quindi non è improbabile che sarà portato davanti alla Corte Costituzionale, affinchè la sua deliberazione sia annullata per illegittimità.

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SALVINI E TARRANT: DUE FACCE DELLO STESSO RAZZISMO?

"L’unico estremismo che merita di essere attenzionato è quello islamico”, ha diffuso il ministro dell’Interno Salvini a commento dell’eccidio neozelandese.
L'aggettivo “islamico” designa un credo religioso. E nella frase suppone (almeno un) altro “estremismo”, di (almeno) un altro credo religioso. 
E lo suppone di qualità differente da quello di cui dice, se non “merita di essere attenzionato” e se anzi è da (e per) esso che si “attenziona” (verbo da guardiani, sgrammaticato e stonato, volgarmente esibitivo di ruolo, ma condiviso dal ministro). 
Lo suppone appunto antislamico.
Come quello di Tarrant, credo antislamico armatosi (due volte) contro il credo islamico, uccidendo quarantuno, poi otto, oranti, ferendone non si sa quanti, nei luoghi sacri del loro culto, in due Moschee? 
Il credo del "rosario" che Salvini di tanto in tanto ostenta, per di più nelle esibizioni in pubblico? 
La risposta potrebbe essere affermativa (d’altronde Tarrant vi ha alluso apertamente).
Dunque (in tesi) “estremismo" religioso, quello che sgorga dalla bocca del ministro dell’Interno. Tecnicamente razzismo, se la contrapposizione delle popolazioni in base a religione è razzismo di specie religiosa. 
Esattamente corrispondente a quello esploso dalle armi del neozelandese. 
Pertanto si ha razzismo tanto nel verbo del ministro quanto nei proiettili dell’or detto sui musulmani alle Moschee.
Lo stesso razzismo. 
Si ha quindi l’essenza del razzismo. 
Una essenza culturale. 
Che non ha mai la stessa forma esteriore, ma che tuttavia ne determina ognuna. 
Che è rinvenibile dietro ogni forma che essa determini, purché se ne possieda il codice. 
Codice che in specie non potrebbe essere più semplice, e più fruibile: 
Salvini verbalizza e il pluriomicida arma il medesimo razzismo. 
Essi esprimono differenti forme della medesima essenza. 
D’altronde, non senza raccogliere nelle loro espressioni tutte le espressioni antecedenti. 
Giungendo perfino a catalogarle. 
Lo ha fatto esplicitamente Tarrant, che alle armi e dintorni ha dato nomi di pluriomicidi consumati o tentati come Breivik e Traini, o di eroi di battaglie “contro gli ottomani” (Venier e altro).
Lo ha fatto Salvini, rievocando il pericolo islamico, invocando il soccorso antislamico, materia e lingua del leghismo più conforme (indelebili il dileggio iconico di Maometto, o verbale della maomettana C. Kienge, di “calderoli”; o le viscerali variazioni sul tema di “borghezio”). 
D’altronde, come si sa, è la ripetizione di forme materiali che indizia l’essenza culturale. Che poi la ripetizione solidifica e colloca nella Storia relativa, quale sua “legge”, fino che sia esaurita o altrimenti estinta. 
Ed è sempre la ripetizione che appresta il codice semiologico (la totalità dei segni datisi che permetta l’interpretazione) dell’essenza, che ne consente l’attestazione.
Dunque, essenza di razzismo religioso (ma anche etnico: di cui però qui non si può fare analisi), quella che è scorsa multiforme, tra i borbottii di Salvini e i botti di Tarrant. 
E quella che, ergendosi a soggetto politico reale, ha la capacità di interrogare il sistema, fino a che esso ammetta la sua effettiva consistenza culturale.
Pietro Diaz

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OCLOCRAZIA (governo di folla). LA PARLATA DEI PARLAMENTARI SU “LEGITTIMA DIFESA”.

1.Il termine (dal greco oxlos, massa, e kràtos, potere) risalirebbe a Polibio, storico greco (vissuto duemiladuecento anni addietro) che, nelle jstoriai, le Storie, avrebbe, con esso, designato la degenerazione della democrazia, del governo del demos (popolo), di un soggetto politico ben definito e definiente, scaduto a massa, a folla, degradante sé stesso e il suo prodotto sociale.
Chi avesse seguito, il mattino del sei di marzo scorso a Montecitorio, le “dichiarazioni di voto” (della maggioranza allargata all’intera destra parlamentare) su “legittima difesa”, sarebbe stato contuso dalla incorrispondenza al tema, (anzitutto) giuridico, del pensiero e del verbo dei parlanti, quasi tutti ignari d’esso e privi perfino della possibilità di avvicinarlo. E chi, uno o due, gli si fosse avvicinato, li imbeveva di malafede.
Scorrevano cosi, a fiotti, intoppi e deliqui logici, frasari idiomatici, metafore peregrine, pseudologie sul diritto, sgorganti da sagome di alieni al compito, di esponenti di oclocrazia, di repubblica oclocratica, non democratica.
Per darne in una battuta misura e senso ( la complessità dell’accaduto richiederebbe ben altro), basti notare che, quel mattino a Montecitorio, a tutti i dimoranti in un proprio spazio chiuso del territorio nazionale, era conferito il potere di dare morte senza processo, e improcessabilmente se la si desse, a chiunque si introducesse o si trattenesse "minacciosamente" in esso (in pratica, quel mattino era assegnata pena di morte extragiudiziaria al reato di violazione di domicilio –in senso lato- ordinariamente punibile con qualche mese di reclusione..).
Cioè quel mattino a Montecitorio, da una Camera (non si sa che farà l’altra) era conferito, ai suddetti, un potere che la Costituzione vietava fosse conferito alla magistratura (art.27.4), sebbene esclusiva ed apposita istituzione punitiva.
Cioè quel mattino il Parlamento compiva l’aggiramento, surrettizio e subdolo, del (sacrosanto) divieto, non arrestandosi nemmeno dinanzi alla prospettiva di convertire in assassini i “legittimati alla difesa”. Dinanzi alla prospettiva di fabbricare criminali e crimini (per estrema ingiuria al diritto) impunibili perché improcessabili.
Cioè dinanzi alla prospettiva di divenire criminale esso stesso (se è vero che l’ effetto declina il contenuto della causa...).
2.Tuttavia, all'ascolto per radio, in viaggio, della cacofonia legislativa, insieme al mostruoso contenuto della deliberazione, altro saliva alla mente.
L' applicazione istituzionale della legge è per nulla oclocratica, è democratica, da Stato di diritto. Perché le sono addette figure collaudate dal possesso di specifici saperi, i quali identificano l’applicazione stessa. Pena la sua antisocialità.
E all’applicazione della legge che fosse contenziosa, perché evocata da chi ne desuma una pretesa contro un altro, o invocata da chi gli risponda, le sono addette figure che possiedono, oltre quel sapere, dell’agire, il sapere del reagire, e quello risolutorio dello scontro. I saperi, d'altronde fecondati dall'accademia, che identificano avvocatura e magistratura. Pena la sua antisocialità.
Ed anche alla applicazione sociale della legge (intesa estensivamente, come “legge dell’arte”, regola del fare sociale, professionale artigianale mestierale imprenditoriale etc. ), sono addette figure collaudate dal possesso del sapere inerente. Pena la sua antisocialità.
Ebbene.
Innesca l'assurdo storico e culturale, che un sistema sociopolitico organizzato e caratterizzato come detto nella applicazione delle leggi, non lo sia nella formazione delle leggi. L’assurdo che il profano faccia la legge per l'esperto. Che l’esperto sia chiamato ad applicarla ma non a farla (peraltro, è sospettabile che in questa discrasia il sistema custodisca, non assurdamente ma coerentemente, la propria riserva di dispotismo).
3. Tanta assurdità ovviamente non e' ineliminabile. Ma è tutto da studiare come liberare la democrazia dalla oclocrazia, per di più coesistenti, come si è visto, nella Costituzione della Repubblica….

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Moro: … vi abbiamo garantito la liberta’…non ci processerete nelle piazze….E “Antelope Cobbler” lo fece processare in piazza…

L’ultimo processo ad alcuni ministri, ed altro…

1. Oramai è un quarantennio che, il giorno 1 di marzo 1979, la Corte Costituzionale (Consulta) condannava ad oltre due anni di reclusione un ministro della Repubblica, segretario di un partito politico, per reato di corruzione (avrebbe intascato somme di denaro in cambio dell’acquisto, per l’esercito italiano, di aerei di produzione Lockheed: Hercules C130). La Corte era investita del processo dall’art 96 della Costituzione (e norme attuative) il quale, per i reati commessi dai ministri (o dal presidente del Consiglio dei ministri) nell’esercizio della funzioni, Le assegnava giudizio e sentenza, peraltro inimpugnabile (sebbene, per fatti o prove sopravvenuti, revisionabile dalla Corte stessa). 
Glie li assegnava non nella composizione ordinaria (quindici giudici nominati dal presidente della repubblica, dal parlamento, dalle magistrature superiori - Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti - ciascuna per un terzo) bensì in composizione straordinaria, con “giudici aggregati”, tratti a sorte da un elenco formato elettivamente ogni novennio dal Parlamento. 
Mentre assegnava la messa in stato di accusa al Parlamento in seduta comune, che deliberava sul rinvio al giudizio della Corte; previa istruzione (raccolta delle prove) da una Commissione parlamentare Inquirente. 
Erano organi atecnici (pur se alcuni loro membri fossero tecnici), tranne la Corte che ognora applicava tecnica giuridica. Tutti comunque erano aprofessionali, non applicavano diritto e procedura penale. 
D’altronde, come cennato, le sentenze erano inimpugnabili. Furono queste alcune della ragioni della riforma dell'art 96 cit (insieme a molte altre sociopolitiche: fra esse spiccava l'esigenza dell'eguaglianza processuale degli accusati, tuttavia imbruttita dalla ineguaglianza processuale - nei fatti o nella legge - del suo retore, la magistratura), compiuta con la legge costituzionale n. 1 del 1989; la legge oggi operante sotto gli occhi di tutti, nel processo ad un ministro sotto accusa di reato.
Riforma che mostra, dall’inizio alla fine del processo, magistratura ordinaria (sia pure con taluni particolari), anche di Appello e di Cassazione, su sentenze adesso diversamente da prima, impugnabili. E mostra, in Parlamento, la Camera di appartenenza del ministro accusato (se l’avesse, se no comunque il Senato) e la inerente “Giunta per…. le Immunità”, solo in funzione di autorizzazione della magistratura a giudicare e sentenziare. 
2. Il Parlamento del caso Lockheed metteva in stato d'accusa più ministri, uno dei quali segretario di partito, come detto, l'altro un democristiano colto ed elegante, inoltre indiziato - non il solo- , di identificarsi in Antelope Cobbler (Antilope Ciabattino: “tagliatore” della pelle dell’animale?), un nome senza volto, se non quello di colui al quale era apposto via via, in un chiaro disegno -a matrice statunitense- di attacco al soggetto politico dominante, che puntava ad aggregare un grande partito della "sinistra" (non solo italiana).
La campagna "controrivoluzionaria" fu talmente intrusiva e acre, che attraverso la diffamazione o la calunnia, amplificate da media corrivi di vario genere, affibbiò a Giovanni Leone presidente della repubblica (un rinomato processualpenalista oltre che un politico avveduto), il nome di Antelope Cobbler (insinuando: Cobbler o Gobbler, mangiatore di antilopi, cioè leone?). E profittò della sua signorilità, indignata per tanta facinorosità, per indurne le dimissioni. 
3. Ma l’identità più ambita e cercata da Antelope Cobbler - qui congetturalmente ma non implausibilmente: il nome dell’aggregato cospirativo politico civile militare (non solo statunitense, internazionale e largamente italiano), trasposto sadicamente sull’uno e sull’altro politico per debellarne l’insieme- era un’altra, e scaturiva da un’idea fissa dell’anticomunismo viscerale e sanguinario, incarnata stavolta nell’esemplare più felpato che si aggirasse, volpino, fra le istituzioni governative americane, Henry Kissinger. Che “glie l’aveva giurata”, al meno anticomunista e meno destrista della democrazia cristiana, Aldo Moro (giuspenalista autore di scritti giuridici complessi come il suo abituale linguaggio), reputato disegnatore e facitore della grande svolta politica “a sinistra”. 
D’altronde, non era stato lui ad assumere la difesa, in Parlamento, del ministro democristiano cooperante alla svolta? Lo aveva fatto addì 9 marzo 1977, con un' orazione da par suo, conclusa con un monito disfidatorio: ... vi abbiamo garantito la libertà... non ci processerete nelle piazze...
Aveva sottinteso, con uno dei suoi ermetismi stracolmi di senso, che fra le libertà garantite dalla sua forza politica lungo un trentennio di emancipazione delle facoltà civiche dalla oppressione fascista, non rientrasse quella di processarla nelle piazze? 
E che non vi rientrasse nemmeno quella della illegalità procedurale, da imperizia o incompetenza o malignità tecniche, da piazzismo giudiziario (ciò anche perché nessun diritto fa più male, e appositamente, del penale)? 
Cioè, aveva inteso denunciare contenuto e metodo del lato politico (ve ne era un altro, comunemente affaristico) della operazione “giudiziaria” Lockheed? 
Ne rigettava il piazzismo, sia come processo di folla, sia come processo di addetto che lo desse in pasto alla folla?
Ciò (verosimilmente) parve avesse osato, il giorno 9 di marzo 1977. 
Per di più, meno di un anno dopo, il 3 di marzo 1978, l’ identificazione, in lui, di Antelope Cobbler era fallita in sede giudiziaria: egli non era il ciabattino, se mai era l’antilope. 
Ebbene. 
4. A dodici mesi da quella frase, a tredici giorni da quella archiviazione, il 16 di marzo, il giornale a direzione Scalfari, La Repubblica, diffuse di primo mattino: 
"Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della DC". 
Alle ore 9,03 successive. Aldo Moro fu fatto prigioniero, Fu sterminata la sua “scorta”. Fu “interrogato” per oltre cinquanta giorni. Fu disattesa la sua difesa. Senza legge né reato fu condannato a morte. Fu eseguita la pena.
Inceppatosi l’ordigno giudiziario per lui allestito, “Antelope Cobbler” aveva optato per il processo di piazza? 
E invertito in premonizione il monito del 9 marzo 1977?

Pietro Diaz

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Morralist

La libidine di linciaggio che rigonfiava sconciamente, questo pomeriggio su Rai Sardegna, la sillabazione in pubblico, dal presidente della commissione parlamentare antimafia il grillino Morra (professore di filosofia in un liceo meridionale, evidentemente dissociato), di nomi di candidati al Consiglio Regionale sardo, secondo una sua lista "impresentabili" poiché “condannati” (non definitivamente peraltro).
E che ciò inscenava al seguito delle “liste di proscrizione” (fatte in casa e senza pudore affiancate a quelle fatte in Parlamento de “la Severino”) diffuse, in un raptus di razzismo giudiziario, dal suo predecessore “la cattolica” Bindi.
E che ciò faceva, peraltro, al servizio, col massimo pensabile della disonestà politica nell’ ultimo giorno della propaganda, della competizione elettorale del suo partito.
Essa, denunciando nosologicamente (:che attiene alle malattie) la maniacalità della critica sociale per via giudiziaria, ne delinea limpidamente la condizione culturale.

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E Gasparri impasticca l’accusa su “Diciotti”….

  1. Se, per Gasparri, i fatti della Diciotti furono "parte di un tentativo strategico dell'Esecutivo di risolvere in maniera strutturale il problema dell'immigrazione irregolare", egli pone Salvini nel solco, non tanto, del (comune) sequestro di persona in art 605 cp, quanto in quello, ben più incriminante, del sequestro di persona a scopo di coazione, in art 289 ter cp, per il quale:
    chiunque sequestra una persona, o la tiene in suo potere minacciando di continuare a tenerla sequestrata al fine di costringere un terzo, sia questi uno Stato, una organizzazione internazionale tra più governi a compiere qualsiasi atto o ad astenersene subordinando la liberazione della persona sequestrata a tale azione od omissione, è punito con la reclusione da venticinque a trentanni.
    La disposizione parla da sola, non richiede commento. D’altronde narra fedelmente quanto ripetutamente sbandierato da Salvini come suo scopo nel corso della vicenda Diciotti (costringere l’ "Europa" alla suddivisione della ricezione dei migranti). E sbandierato più tardi da Conte, Di Maio e Toninelli, con le “memorie” indirizzate alla Giunta (delle quali forse si dirà in altra occasione). La disposizione, peraltro, è entrata in vigore “giusto in tempo”, sei mesi prima del caso Diciotti, con D.L.vo n 21del 1 marzo 2018 (quattro giorni prima della nascita della genitrice parlamentare del potere gialloverde: habent sua sidera lites …). Per cui non pare servire “la causa” del diniego della autorizzazione a procedere, col su esposto rilievo, Gasparri.
  2. Gasparri inoltre auspica che "la Giunta proponga all'Assemblea il diniego della richiesta di autorizzazione a procedere" perché:
    a) sarebbe "Escluso il "movente" privato, nella attività incriminata di Salvini.
    Come se la esclusione di un movente escludesse l’attività (ed il suo stigma)!
    O come se il movente della discriminazione razziale o sociale, che esagita Salvini ogni istante ed in ogni espressione, non fosse “privato” (al pari di quello “patrimoniale” cui forse pensa, tanto riduttivamente quanto capziosamente , Gasparri, echeggiando la teoria gialloverde in proposito)!
    b) sarebbe escluso il "movente" politico-partitico”.
    Come se Salvini, oggi con altri ministri (i suddetti), non avesse insistentemente riferito la sua attività in Diciotti al “contratto di governo” per una campagna antimmigrazione. Cioè ad un accordo politico-partitico pienamente qualificativo del movente!
    Movente che peraltro, a sua volta, rende perfino soggettivamente politico” (art 8 cp) il delitto di sequestro (comune) di persona oggi davanti la Giunta.
    Ove, si intende, non lo converta, immergendovisi interamente, in delitto “oggettivamente politico”:
    quello di sequestro di persona a scopo di coazione in art 289 ter c (“delitto contro la personalità dello Stato”: Libro II Titolo I cp). evocato da Gasparri (sub 1)
    c) per Gasparri, rimarrebbe in piedi esclusivamente il “"movente” governativo, che ha ispirato l'azione del ministro Salvini e che è pertanto idoneo per il diniego dell'autorizzazione a procedere":
    poiché esso avrebbe determinato la " natura ministeriale dell'eventuale reato".
    Come se la “natura ministeriale del reato” non si limitasse a conferire un privilegio funzionale (l’autorizzazione parlamentare a procedere necessaria al “ tribunale dei ministri”), in processo per il resto assolutamente comune per un delitto comune politicizzato dal movente.
    Come se, cioè, quella “natura”, potesse escludere il delitto!
    E come se, comunque, il “movente governativo” avesse che fare, pur minimamente, con i criteri della delibazione e decisione sulla richiesta di autorizzazione a procedere, imposti ineludibilmente dall’art 9 comma 3 Legge costituzionale 16 gennaio 1989 n. 1:
    se l’accusato “abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo»!
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Panenero

In una delle innumerevoli espressioni del pensiero sovente recondito di A. Panebianco, quella apparsa ieri l’altro nel suo giornale (come da rassegna stampa radiofonica), egli si propone Stratega della destituzione del governo gialloverde, con il seguente percorso (in estrema sintesi e se non si erra):
IL PD voti, con quant’altri, contro la autorizzazione a procedere a giudizio su Salvini.
Allegando che essa è affare politico, non giudiziario.
Ad un tempo ribadisca il proprio dissenso dalla condotta (incriminata) del suddetto.
Diverrebbe così probabile che tanta lezione, morale e politica, ridesti la coscienza del Governo e lo porti alle dimissioni.
Ma davvero?
Davvero, all’opposto, ciò non porterebbe al più alto riconoscimento anche formale (parlamentare), di Salvini, quale “difensore della patria” (cosi egli ripete di sé)?
E non porterebbe al medesimo riconoscimento del Governo, proprio mentre, accusatosi da un po’ di tempo  del delitto del ministro, prima o poi potrebbe indossarne la veste giudiziaria?
E inoltre al suo sconoscimento quale Esecutivo insubordinato al Legislativo (pur non potendosi, in democrazia parlamentare )?
Alla sua legge penale, l’insubordinazione alla quale implica delittuosità politica?
Cioè, Panebianco prevedrebbe ( e predirebbe) che il conseguente, a quegli atti, incremento politico del governo gialloverde porterebbe alle sue dimissioni?
E che lo farebbe più probabilmente del decremento, pubblico e plateale, che l’autorizzazione della magistratura a procedere indurrebbe?
Più probabilmente dell’avvio dell’accertamento giudiziario, e sociale:
se un delitto politico sia stato commesso dalla terza istituzione della repubblica (tale nella sequenza della Carta Costituzionale, benchè ormai  prima nella sua materializzazione ):
…è delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato…è altresì considerato delitto politico il delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici (art 8 cp)?
E se irremissibilmente, esso, abbia offeso la repubblica?
Non è credibile che Panebianco non abbia previsto ciò. E che quindi non abbia mirato a tutt’altro...  

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TROVERANNO PORTO SICURO, AL SENATO, I TORMENTI DELLA DICIOTTI?

La richiesta di autorizzazione a procedere a giudizio per il delitto attribuito al Ministro M. Salvini, presentata dal Collegio di accusa (“tribunale dei Ministri” presso la Corte di Appello di Catania), sarà delibata dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, e poi dalla Assemblea, del Senato della Repubblica, sulla base di due criteri:
se il Ministro “abbiaagitoper la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevanteo per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo».
E’ dicibile che, col primo criterio si ricerca se un interesse dello Stato (costituzionalmente rilevante) sia stato tutelato mediante la esecuzione ministeriale del reato. Cioè se il ministro abbia difeso, col reato, quell’interesse. Con il secondo criterio si ricerca se l’esercizio ministeriale di funzioni di Governo, con la esecuzione del reato abbia perseguito un preminente interesse pubblico.
Inutile dipanare ora una terminologia tutta giuridica così complessa (fatta di parole “multiple”: che richiamano altre parole), anche perché la Giunta con le proprie conclusioni sulla richiesta di autorizzazione, e la Assemblea che ne deciderà, potrebbero farne uso solo parziale. Che quindi è opportuno attendere, per valutarlo ed eventualmente criticarlo.
Può comunque fin d’ora dirsi che i due organi dovranno motivare le conclusioni (pur se la Giunta potrebbe non presentarle alla Assemblea: art 135 bis co.3,6 Regolamento del Senato), sia per dare conto sociopolitico e giuridico, alla collettività, dell’uso del loro potere; sia per dare ad essa la possibilità, mediante la sua magistratura, di impugnare il diniego della autorizzazione scorrettamente motivato, mediante proposizione di conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato: la magistratura che intende giusdicere (dichiarare il diritto) sulla vicenda, il Senato della repubblica che intendesse impedirlo.
Quindi è opportuno attendere l’evoluzione del procedimento, della condotta dei due Organi, per stabilire che cosa sia da dirsi e da farsi.
Può inoltre già da ora dirsi che se si è chiesto di poter procedere sul ministro per “sequestro di persona aggravatoper avere, nella sua qualità di Ministro dell’Interno, abusando dei suoi poteri, privato della libertà personale 177 migranti di varie nazionalità giunti al porto di Catania a bordo dell’unità navale di soccorso ”U.Diciotti” della Guardia Costiera italiana alle ore 23:49 del 20 agosto 2018″.“In particolare, il Senatore Matteo Salvini, nella sua qualità di Ministro, violando le Convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare e le correlate norme di attuazione nazionali (Convenzione SAR, Risoluzione MSC167-78, Direttiva SOP009/15), non consentendo senza giustificato motivo al competente Dipartimento per le Libertà Civili per l’Immigrazione – costituente articolazione del ministero dell’Interno – di esitare tempestivamente la richiesta di POS (place of safety) presentata formalmente da IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) alle ore 22:30 del 17 agosto 2018, bloccava la procedura di sbarco dei migranti, così determinando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psico-fisiche critiche a bordo della nave “U.Diciotti” ormeggiata nel porto di Catania dalle ore 23:49 del 20 agosto e fino alla tarda serata del 25 agosto, momento in cui veniva autorizzato lo sbarco. Fatto aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età”. “L’obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso dovere degli Stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare. Le Convenzioni internazionali cui l’Italia ha aderito – sottolineano i giudici – costituiscono un limite alla potestà legislativa dello Stato e, in base agli art.10, 11 e 117 della Costituzione, non possono costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell’autorità politica“.
Cioè per avere agito violando le norme di diritto legale e convenzionale (nazionale e internazionale) sopra indicate: 
non sarà facile, per la Giunta e per la Assemblea, rinvenire, nella esecuzione del reato, la difesa di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, giacchè (a tenore della accusa) Salvini avrebbe lui clamorosamente offeso ogni interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, offendendo tutto il diritto istitutivo e protettivo d’esso.
Come non sarà facile, per le stesse, rivenire il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della attività di governo, avendo Salvini, per sua stessa dichiarazione (fra le tante), perseguito il rispetto del “contratto di governo” (a questo punto lecitamente dicibile, poiché formalmente accusato di delitto, pactum sceleris - accordo per commettere scelus, delitto-?). O perseguito l’adempimento del mandato conferitogli dal (suo) popolo (a questo punto lecitamente dicibile, poiché formalmente accusato di delitto, mandatum sceleris– mandato a commettere delitto-?). O perseguito il fine di “difesadei confini della patria”, tratto dalla enfatica formula dell’art 52 della Costituzione (che tuttavia non parla di “confini”), residuato bellico di un’ Italia non ancora europea, allorchè, de (o diversamente) sovranizzata (tecnicamente), da patriaè divenuta filia( e si è “sconfinata”…). E comunque, fine “di difesa dei confini…” non vedente che i 177 della Diciotti furono sequestrati, con l’equipaggio (e afflitti inenarrabilmente: l’accusa originariamente formulata dalla procura di Agrigento e poi rimasta nelle successive, è stata assai clemente col ministro…), a bordo di una nave della Guardia Costiera italiana, la U. Diciotti appunto, territorio dello Stato! Fine non vedente, cioè, che i 177 furono sequestrati entro i “confini della patria”!
Staremo quindi a seguire come evolveranno i ragionamenti e le determinazioni dei due Organi. Con attenzione, anche perché essi rifletteranno il rapporto ed il gioco di (pressochè) tutti i poteri dello Stato (Parlamento, Governo, Magistratura. Popolo) col Diritto (nazionalinternazionalsovrannazionaluniversale). E col Torto suo rovescio.
La prossima tappa sarà l’(annunciata) audizione di Salvini. Sentiremo. Ma prima d’essa, una (annunciata) “memoria” dei ministri Conte Di Maio Toninelli, sulla condivisione governativa della attività sotto accusa. Memoria tuttavia irrituale, come ha prontamente colto Gasparri stesso, il presidente della Giunta (e non il pur “avvocato del popolo” Conte), giacchè è procedimento a Salvini, quello in ballo, non ad altri (che tanto meno potrebbero testimoniare, seppure ventilato - non imprevedibilmente invero..- da Di Maio). 
E irrituale anche perché, se memoria autoaccusatoria, confessoria, quella dei Tre, la direzione unica è verso la Procura di Catania…
Pietro Diaz

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Formigli labiologo?

Nella serata televisiva su La 7 del giorno 24 01 scorso, dal conduttore d’origine santorina, Formigli, è messo in scena l’incontro, a Davos in Svizzera, dei maggiori operatori economici e politici del Globo.
Appare un vasto ambiente che li accoglie, incontri separati più o meno ristretti, incontri più riservati, incontri a due. Quello fra il cancelliere della repubblica federale tedesca Angela Merkel e il presidente del Governo della repubblica italiana Giuseppe Conte. Appartati, seduti affiancati, poggiati al bordo di un lungo tavolo, conversano, in inglese riferisce Formigli. Per lo più parla Conte, come da mimica, Merkel ascolta, attenta e con poche e sobrie reazioni espressive.
D’improvviso lo scoop.
Il conduttore narra che la sua equipe, pazientemente leggendo il movimento delle labbra, ha ricostruito quanto Conte diceva “in buon inglese”. E subito ne mette in onda la trascrizione della traduzione in italiano:
Conte avrebbe confidato a Merkel della competizione fra i due partiti al Governo, Cinquestelle e Lega, per la conquista e la conservazione del consenso popolare. Dell’attenzione reciproca alle rispettive mosse politiche. Della preoccupazione dei Cinquestelle per un possibile calo del consenso popolare, segnalato da alcuni sondaggi. Dell’attento studio reciproco delle prossime mosse elettorali. E via dicendo.
Quindi il conduttore, non pago della mostra del contenuto della conversazione, ne avvia un (pur breve) commento in sala.
Orbene, costui ha avvertito:
che la conversazione era riservata?
Che avveniva in luogo riservato benchè da altri frequentato?
Che avveniva fra politici, esponenti apicali del rispettivo Stato, incontratisi (anche) come tali?
Che perciò avrebbe avuto ad oggetto questioni politiche, se non di Stato?
Che era quindi inaccessibile da estranei, perché tale, (tendenzialmente) segreta?
Che era quindi (clandestinamente) captata, con la lettura dei movimenti labiali e di altri mimici, dei conversanti?
Che per ciò ne era violata la riservatezza se non la segretezza?
Che, in ciò violata, non era comunque divulgabile o rivelabile?
Che captazione divulgazione rivelazione, erano vietate da plurime norme del diritto privato, pubblico, perfino penale (basti richiamarne due, plausibili, dei “delitti contro la personalità dello Stato”:
quello di procacciamento di notizie che “nell’interesse politico”, se non “per la sicurezza” dello Sato, debbono restare segrete (art 256 cp);
quello di rivelazione di notizie di cui sia stata vietata (anche implicitamente) la divulgazione (art 262 cp)?
E comunque, non ha avvertito, il conduttore, che se la captazione non avesse appreso quelle notizie, avrebbe potuto apprenderle?
Esse, o altre notizie riservate o private, inaccessibili indivulgabili sotto minaccia di sanzione penale e civile?
Verosimilmente no, come d’altronde indicato dalla alterità, alla materia, del conduttore nel suo insieme, istintivo quando non passionale, spontaneo quando non “naturale, incongruo. Alterità alla materia, d'altronde, quale alterità al diritto in genere , alla effettività delle sue prescrizioni, della sua pretesa, siccome emanazione culturale insopprimibile, di regolatore capillare della azione e della interazione sociali.
Esattamente la alterità che pare oramai connotare la maggior parte della attuale dirigenza politica e istituzionale.
Ma ciò che acutamente impressiona è che, la alienazione, sia stata celebrata, tutta, alla presenza, in scena e/o nei dintorni, del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, supremo garante della effettività del diritto: lì, mentre essa evolveva, impassibile come una mummia.
Pietro Diaz

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Abbreviata furtivamente la prescrizione del reato di peculato con la legge “spazzacorrotti”?

Il potere gialloverde avrebbe di soppiatto ridotto i tempi di prescrizione (da 12,5 a 7,5 anni) del reato di peculato già attribuito a vari politicanti, ad esempio quelli l'altro ieri condannati dal tribunale di Milano?
Lo avrebbe fatto introducendo un comma nell'art 316 ter cp, per Il quale è aggravato (nella pena) il reato li previsto, di percezione indebita di erogazioni dallo Stato o altri enti pubblici anche europei ...., se commesso dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di un pubblico servizio con abuso di qualità o di poteri?
Non e’ inverosimile che quel potere, o almeno una delle sue componenti, abbia tramato legiferando a protezione delle sue schiere. Lo fece nell'anno 2006, di febbraio, governo Berlusconi, allorché i leghisti erano processati per attentati contro la Costituzione realizzati in vari modi, ma senza atti violenti, che tuttavia l’art 283 c.p., non richiedeva per la condanna.
Ebbene, fu prontamente intuito che se fosse stata aggiunto il requisito "con atti violenti", ogni fatto commesso senz'essi sarebbe divenuto non punibile perché non più previsto come reato (per il principio, in art 25 cost., che si e punibili solo per un fatto previsto dalla legge come reato; e per il sotto principio, in art 2 cp, per cui non si è più punibili se il fatto abbia cessato di essere reato).
Il requisito fu aggiunto, ed il leghismo più tronfio ed eccessivo, ma "non violento", fu prosciolto dalle accuse (tuttavia, con quello stratagemma dell'evo berlusconiano, fu talmente abbassata la difesa della Costituzione, che scandalosi attentati contro essa, passati e presenti, perpetrati sopratutti "dalla politica", la hanno trovata inerme…).
Per cui e' verosimile che anche stavolta il potere politico abbia tramato allo stesso fine.
Ed è parso vero ad una molteplicità di commentatori, non solo giornalistici.
Tuttavia, se pur vero nelle intenzioni, ciò e' falso negli esiti.
Il contrario, di fatti, ha ignorato:
che il reato in art 316 ter cit. consta di percezione di erogazioni dallo Stato etc…… di cose di cui il percettore non dispone, e che consegue ingannando (in vario modo) chi le abbia (Stato et ..) per averle a sua volta.
Mentre il reato di peculato, in art 314 c.cp., consta di appropriazione di cose di cui taluno disponga "per ragione di ufficio”, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio.
Cose che dunque, costoro, non percepiscono da alcuno (tanto meno ingannandolo) ma, avendole, privatizzano.
I due reati, per ciò, sono inaccomunabili, differiscono totalmente (oggettivamente soggettivamente in ogni altro modo).
E per ciò il tempo della prescrizione dell’uno non è affatto quello dell’altro.
D'altronde, per capirlo, sarebbe bastato considerare che se la presenza dei predetti agenti pubblici nella percezione in art 316.ter cit, integra una "circostanza aggravante" del reato, essa mai potrebbe identificarsi con quella degli stessi nella appropriazione...in art 314 cit., la quale integra un "elemento costitutivo" del reato (fra questo e quella l’incompatibilità è assoluta, per la scienza e la legge penale).
Ebbene, la appropriazione ha ritenuto il tribunale di Milano impartendo cinquantadue condanne a chi, disponendo di denaro destinato a scopo politico, deviatolo a scopo privato, lo ha consumato.
In proposito, pertanto, è a dir poco singolare che la difesa degli imputati, in quel processo, ne abbia richiesto la sospensione in attesa della vigenza (imminente) dell' art 316 ter cit...
Tanto singolare quanto ovvio il rifiuto del tribunale di disporla, alla luce, è supponibile, di quanto detto.

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Zuccaro Carmelo

Il tribunale del riesame di Catania ha annullato il decreto di sequestro preventivo della nave Aquarius, armata dall’agente marittimo Gianino, accusato di reato di traffico di rifiuti pericolosi (cenci e garze di poveri migranti scaricati nel porto “sicuro” di arrivo; come peraltro più volte fatto anche dalle navi della Marina Militare italiana soccorritrici d’essi), emesso dal gip di quel tribunale su richiesta del pm presso il medesimo, dr Zuccaro.
Su richiesta di costui, oggi avanguardia giudiziaria della misoxenia (odio per lo straniero) di Stato (dacché questo ha al vertice la Lega neorazzista), dedicatosi a fermare in porto (dunque, “porti chiusi” in entrata ma anche in uscita…) ogni potenziale veicolo del potenziale soccorso del potenziale migrante pericolante nel mediterraneo (o a scacciare da qui ogni ONG soccorritrice, poiché, ha detto, favoreggiatrice dei trafficanti dei soccorsi, benché, ammesso da lui medesimo, in attesa di prove…).
Quello stesso che, della serie di delitti attribuita da suoi colleghi al ministro dell’Interno il paramilitare Salvini (oramai, anche per stabile addobbo, frenetico infiltratore, paragolpistico, del potere militare in quello civile, quale è, o dovrebbe essere, il Governo di cui è membro, ); di delitti, dicevasi di plurimo sequestro di persona semplice e qualificato, all’interno della nave Diciotti territorio italiano, ha chiesto archiviazione.
Perché sarebbero stati “atto politico insindacabile dalla magistratura per il principio di separazione dei poteri”.
Fingendo di non sapere, o forse ben sapendo (ma ciò peggiorerebbe la sua condizione socioeticopolitica), che, il principio, attiene il rapporto genetico e istitutivo, fra poteri, non anche l’interazione successiva ( se no la magistratura non potrebbe processare la politica – eppure Mani Pulite la rase al suolo..- e la politica non potrebbe legiferare sulla magistratura – con le sue leggi le rivolge immancabilmente comandi applicativi-).
E inoltre fingendo di non sapere, o forse ben sapendo (ma ciò peggiorerebbe la sua condizione socioeticopolitica), che archiviando quei delitti perché “atto politico”, tecnicamente ammette scandalosamente che lo furono e siano. Cosi che resterebbe da stabilire soltanto se, dalla evocata loro politicità, essi siano scriminati, resi non punibili.
La risposta la dà pianamente il codice, che ignora totalmente, non sa che arnese sia, quella scriminante, e, addirittura, ritiene “delitto politico” “l’atto politico” delittuoso (art 8 cp).
Ma staremo a vedere che cosa deciderà, in proposito, “il tribunale dei ministri” cui la richiesta di archiviazione è stata rivolta. Ben sapendosi fin d’ora tuttavia, per l’occasione, che Zuccaro è per nulla specie rara, in magistratura . E sapendosi, per la storia, che il razzifascismo (viscerale fino a farsi Olocausto) della monarchia mussoliniana fu lasciato scorrere in armi e insanguinare terra e popolazioni italiane, dalla magistratura che avrebbe (senza meno) potuto-dovuto impedirlo.
Comunque, la notizia dell’azzeramento d’una delle persecuzioni giudiziarie di costui, da suoi colleghi, un lumino di palingenesi lo alimenta.

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Epifania (manifestazione) di Di Maio?

Donne e bambini a terra, uomini a mare...ha proposto Di Maio, per i galleggianti da troppo tempo su Sea Watch e Sea Eyes non lontane dalla costa italiana.
Ora, che colui che ha ossequiato col bacio, davanti al popolo mirante, l'emoteca di san Gennaro portagli dal cardinale napoletano officiante il miracolo, abbia avuto il superstizioso timore della inattesa congiuntura fra il numero dei migranti a rischio di annegamento o di assideramento, 49, e quello dei milioni di euro truffati al parlamento dalla Lega di Salvini, 49; anche perché tutti nel dominio di costui, suo socio, che non fa sbarcare quelli e non restituisce questi.
Che Di Maio, per ciò, abbia voluto esorcizzare la congiuntura, riducendo una delle due componenti a 37 unità (o 34, non è chiaro), con lo sbarco di 12 (o 15) fra donne e bambini: e' assai probabile.
Tanto quanto, nondimeno, l'abbandono degli uomini al più ingrato destino. Così che Di Maio, (è supponibile) non inconsapevolmente, si è fatto gestore di vita e di morte di quegli sventurati.
Al punto che non riesce ad escludere dalla vista un modello classico, quello della separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, affinché l'eccidio dei primi non abbia imprecisioni.
Fra i tanti, il modello Szebrenica, città di Bosnia Erzegovina, 1995, allorchè Slobodan Milosevic (sovrano di Serbia, criminale di guerra, criminale contro l'umanità, etnocida e genocida per sentenza in giudicato del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia in L’Aia), accompagnato dal “generale” Ratko Mladic (anch'egli con lo stesso "precedente penale"), la' giunto, progettatane la distruzione, constatatane la popolazione, ordina che i maschi da dodici a settantasette anni siano separati dagli altri e dalle femmine. Li allontana dalla città e li fa trucidare. Tutti ottomila.
Ecco, Di Maio gestore di quegli sventurati con la lievità esecutiva del (l’antico romano) pollice in alto e in basso, non riesce ad allontanare dalla mente l’archetipo, lo stampo dei fatti e degli atti umani forgiato dalla storia che li abbia ripetuti e che perciò e' incline a ripeterli.
Poco rassicurante quindi, benché si annunci per segni perspicui, che permettono di controllarlo.
Certo, nel modello Szebrenica, le donne furono separate per apprestarle allo stupro di massa (e, dopo questo, -forse- trattenute fino a quando non potessero più abortire) affinchè cessassero di riprodurre la loro etnia.
E questa parte, del modello, ovviamente, è ben fuori della vista, a differenza dell’altra.
Che invece incombe, perché è assai probabile che gli uomini abbandonati nei natanti vi periscano.
Anche se, indubbiamente, potrebbe obbiettarsi che altro e' uccidere, altro e' lasciar morire.
Certamente.
Ma per la legge italiana, come da artt. 575 40.2 codicepenale, lasciar morire equivale ad uccidere, per chi possa e debba impedirlo.
E se lo sa il bagnino preposto a soccorrere l'annegando, non lo saprebbe Di Maio l’onnisciente?
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