Formigli labiologo?

Nella serata televisiva su La 7 del giorno 24 01 scorso, dal conduttore d’origine santorina, Formigli, è messo in scena l’incontro, a Davos in Svizzera, dei maggiori operatori economici e politici del Globo.
Appare un vasto ambiente che li accoglie, incontri separati più o meno ristretti, incontri più riservati, incontri a due. Quello fra il cancelliere della repubblica federale tedesca Angela Merkel e il presidente del Governo della repubblica italiana Giuseppe Conte. Appartati, seduti affiancati, poggiati al bordo di un lungo tavolo, conversano, in inglese riferisce Formigli. Per lo più parla Conte, come da mimica, Merkel ascolta, attenta e con poche e sobrie reazioni espressive.
D’improvviso lo scoop.
Il conduttore narra che la sua equipe, pazientemente leggendo il movimento delle labbra, ha ricostruito quanto Conte diceva “in buon inglese”. E subito ne mette in onda la trascrizione della traduzione in italiano:
Conte avrebbe confidato a Merkel della competizione fra i due partiti al Governo, Cinquestelle e Lega, per la conquista e la conservazione del consenso popolare. Dell’attenzione reciproca alle rispettive mosse politiche. Della preoccupazione dei Cinquestelle per un possibile calo del consenso popolare, segnalato da alcuni sondaggi. Dell’attento studio reciproco delle prossime mosse elettorali. E via dicendo.
Quindi il conduttore, non pago della mostra del contenuto della conversazione, ne avvia un (pur breve) commento in sala.
Orbene, costui ha avvertito:
che la conversazione era riservata?
Che avveniva in luogo riservato benchè da altri frequentato?
Che avveniva fra politici, esponenti apicali del rispettivo Stato, incontratisi (anche) come tali?
Che perciò avrebbe avuto ad oggetto questioni politiche, se non di Stato?
Che era quindi inaccessibile da estranei, perché tale, (tendenzialmente) segreta?
Che era quindi (clandestinamente) captata, con la lettura dei movimenti labiali e di altri mimici, dei conversanti?
Che per ciò ne era violata la riservatezza se non la segretezza?
Che, in ciò violata, non era comunque divulgabile o rivelabile?
Che captazione divulgazione rivelazione, erano vietate da plurime norme del diritto privato, pubblico, perfino penale (basti richiamarne due, plausibili, dei “delitti contro la personalità dello Stato”:
quello di procacciamento di notizie che “nell’interesse politico”, se non “per la sicurezza” dello Sato, debbono restare segrete (art 256 cp);
quello di rivelazione di notizie di cui sia stata vietata (anche implicitamente) la divulgazione (art 262 cp)?
E comunque, non ha avvertito, il conduttore, che se la captazione non avesse appreso quelle notizie, avrebbe potuto apprenderle?
Esse, o altre notizie riservate o private, inaccessibili indivulgabili sotto minaccia di sanzione penale e civile?
Verosimilmente no, come d’altronde indicato dalla alterità, alla materia, del conduttore nel suo insieme, istintivo quando non passionale, spontaneo quando non “naturale, incongruo. Alterità alla materia, d'altronde, quale alterità al diritto in genere , alla effettività delle sue prescrizioni, della sua pretesa, siccome emanazione culturale insopprimibile, di regolatore capillare della azione e della interazione sociali.
Esattamente la alterità che pare oramai connotare la maggior parte della attuale dirigenza politica e istituzionale.
Ma ciò che acutamente impressiona è che, la alienazione, sia stata celebrata, tutta, alla presenza, in scena e/o nei dintorni, del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, supremo garante della effettività del diritto: lì, mentre essa evolveva, impassibile come una mummia.
Pietro Diaz

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Abbreviata furtivamente la prescrizione del reato di peculato con la legge “spazzacorrotti”?

Il potere gialloverde avrebbe di soppiatto ridotto i tempi di prescrizione (da 12,5 a 7,5 anni) del reato di peculato già attribuito a vari politicanti, ad esempio quelli l'altro ieri condannati dal tribunale di Milano?
Lo avrebbe fatto introducendo un comma nell'art 316 ter cp, per Il quale è aggravato (nella pena) il reato li previsto, di percezione indebita di erogazioni dallo Stato o altri enti pubblici anche europei ...., se commesso dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di un pubblico servizio con abuso di qualità o di poteri?
Non e’ inverosimile che quel potere, o almeno una delle sue componenti, abbia tramato legiferando a protezione delle sue schiere. Lo fece nell'anno 2006, di febbraio, governo Berlusconi, allorché i leghisti erano processati per attentati contro la Costituzione realizzati in vari modi, ma senza atti violenti, che tuttavia l’art 283 c.p., non richiedeva per la condanna.
Ebbene, fu prontamente intuito che se fosse stata aggiunto il requisito "con atti violenti", ogni fatto commesso senz'essi sarebbe divenuto non punibile perché non più previsto come reato (per il principio, in art 25 cost., che si e punibili solo per un fatto previsto dalla legge come reato; e per il sotto principio, in art 2 cp, per cui non si è più punibili se il fatto abbia cessato di essere reato).
Il requisito fu aggiunto, ed il leghismo più tronfio ed eccessivo, ma "non violento", fu prosciolto dalle accuse (tuttavia, con quello stratagemma dell'evo berlusconiano, fu talmente abbassata la difesa della Costituzione, che scandalosi attentati contro essa, passati e presenti, perpetrati sopratutti "dalla politica", la hanno trovata inerme…).
Per cui e' verosimile che anche stavolta il potere politico abbia tramato allo stesso fine.
Ed è parso vero ad una molteplicità di commentatori, non solo giornalistici.
Tuttavia, se pur vero nelle intenzioni, ciò e' falso negli esiti.
Il contrario, di fatti, ha ignorato:
che il reato in art 316 ter cit. consta di percezione di erogazioni dallo Stato etc…… di cose di cui il percettore non dispone, e che consegue ingannando (in vario modo) chi le abbia (Stato et ..) per averle a sua volta.
Mentre il reato di peculato, in art 314 c.cp., consta di appropriazione di cose di cui taluno disponga "per ragione di ufficio”, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio.
Cose che dunque, costoro, non percepiscono da alcuno (tanto meno ingannandolo) ma, avendole, privatizzano.
I due reati, per ciò, sono inaccomunabili, differiscono totalmente (oggettivamente soggettivamente in ogni altro modo).
E per ciò il tempo della prescrizione dell’uno non è affatto quello dell’altro.
D'altronde, per capirlo, sarebbe bastato considerare che se la presenza dei predetti agenti pubblici nella percezione in art 316.ter cit, integra una "circostanza aggravante" del reato, essa mai potrebbe identificarsi con quella degli stessi nella appropriazione...in art 314 cit., la quale integra un "elemento costitutivo" del reato (fra questo e quella l’incompatibilità è assoluta, per la scienza e la legge penale).
Ebbene, la appropriazione ha ritenuto il tribunale di Milano impartendo cinquantadue condanne a chi, disponendo di denaro destinato a scopo politico, deviatolo a scopo privato, lo ha consumato.
In proposito, pertanto, è a dir poco singolare che la difesa degli imputati, in quel processo, ne abbia richiesto la sospensione in attesa della vigenza (imminente) dell' art 316 ter cit...
Tanto singolare quanto ovvio il rifiuto del tribunale di disporla, alla luce, è supponibile, di quanto detto.

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Zuccaro Carmelo

Il tribunale del riesame di Catania ha annullato il decreto di sequestro preventivo della nave Aquarius, armata dall’agente marittimo Gianino, accusato di reato di traffico di rifiuti pericolosi (cenci e garze di poveri migranti scaricati nel porto “sicuro” di arrivo; come peraltro più volte fatto anche dalle navi della Marina Militare italiana soccorritrici d’essi), emesso dal gip di quel tribunale su richiesta del pm presso il medesimo, dr Zuccaro.
Su richiesta di costui, oggi avanguardia giudiziaria della misoxenia (odio per lo straniero) di Stato (dacché questo ha al vertice la Lega neorazzista), dedicatosi a fermare in porto (dunque, “porti chiusi” in entrata ma anche in uscita…) ogni potenziale veicolo del potenziale soccorso del potenziale migrante pericolante nel mediterraneo (o a scacciare da qui ogni ONG soccorritrice, poiché, ha detto, favoreggiatrice dei trafficanti dei soccorsi, benché, ammesso da lui medesimo, in attesa di prove…).
Quello stesso che, della serie di delitti attribuita da suoi colleghi al ministro dell’Interno il paramilitare Salvini (oramai, anche per stabile addobbo, frenetico infiltratore, paragolpistico, del potere militare in quello civile, quale è, o dovrebbe essere, il Governo di cui è membro, ); di delitti, dicevasi di plurimo sequestro di persona semplice e qualificato, all’interno della nave Diciotti territorio italiano, ha chiesto archiviazione.
Perché sarebbero stati “atto politico insindacabile dalla magistratura per il principio di separazione dei poteri”.
Fingendo di non sapere, o forse ben sapendo (ma ciò peggiorerebbe la sua condizione socioeticopolitica), che, il principio, attiene il rapporto genetico e istitutivo, fra poteri, non anche l’interazione successiva ( se no la magistratura non potrebbe processare la politica – eppure Mani Pulite la rase al suolo..- e la politica non potrebbe legiferare sulla magistratura – con le sue leggi le rivolge immancabilmente comandi applicativi-).
E inoltre fingendo di non sapere, o forse ben sapendo (ma ciò peggiorerebbe la sua condizione socioeticopolitica), che archiviando quei delitti perché “atto politico”, tecnicamente ammette scandalosamente che lo furono e siano. Cosi che resterebbe da stabilire soltanto se, dalla evocata loro politicità, essi siano scriminati, resi non punibili.
La risposta la dà pianamente il codice, che ignora totalmente, non sa che arnese sia, quella scriminante, e, addirittura, ritiene “delitto politico” “l’atto politico” delittuoso (art 8 cp).
Ma staremo a vedere che cosa deciderà, in proposito, “il tribunale dei ministri” cui la richiesta di archiviazione è stata rivolta. Ben sapendosi fin d’ora tuttavia, per l’occasione, che Zuccaro è per nulla specie rara, in magistratura . E sapendosi, per la storia, che il razzifascismo (viscerale fino a farsi Olocausto) della monarchia mussoliniana fu lasciato scorrere in armi e insanguinare terra e popolazioni italiane, dalla magistratura che avrebbe (senza meno) potuto-dovuto impedirlo.
Comunque, la notizia dell’azzeramento d’una delle persecuzioni giudiziarie di costui, da suoi colleghi, un lumino di palingenesi lo alimenta.

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Epifania (manifestazione) di Di Maio?

Donne e bambini a terra, uomini a mare...ha proposto Di Maio, per i galleggianti da troppo tempo su Sea Watch e Sea Eyes non lontane dalla costa italiana.
Ora, che colui che ha ossequiato col bacio, davanti al popolo mirante, l'emoteca di san Gennaro portagli dal cardinale napoletano officiante il miracolo, abbia avuto il superstizioso timore della inattesa congiuntura fra il numero dei migranti a rischio di annegamento o di assideramento, 49, e quello dei milioni di euro truffati al parlamento dalla Lega di Salvini, 49; anche perché tutti nel dominio di costui, suo socio, che non fa sbarcare quelli e non restituisce questi.
Che Di Maio, per ciò, abbia voluto esorcizzare la congiuntura, riducendo una delle due componenti a 37 unità (o 34, non è chiaro), con lo sbarco di 12 (o 15) fra donne e bambini: e' assai probabile.
Tanto quanto, nondimeno, l'abbandono degli uomini al più ingrato destino. Così che Di Maio, (è supponibile) non inconsapevolmente, si è fatto gestore di vita e di morte di quegli sventurati.
Al punto che non riesce ad escludere dalla vista un modello classico, quello della separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, affinché l'eccidio dei primi non abbia imprecisioni.
Fra i tanti, il modello Szebrenica, città di Bosnia Erzegovina, 1995, allorchè Slobodan Milosevic (sovrano di Serbia, criminale di guerra, criminale contro l'umanità, etnocida e genocida per sentenza in giudicato del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia in L’Aia), accompagnato dal “generale” Ratko Mladic (anch'egli con lo stesso "precedente penale"), la' giunto, progettatane la distruzione, constatatane la popolazione, ordina che i maschi da dodici a settantasette anni siano separati dagli altri e dalle femmine. Li allontana dalla città e li fa trucidare. Tutti ottomila.
Ecco, Di Maio gestore di quegli sventurati con la lievità esecutiva del (l’antico romano) pollice in alto e in basso, non riesce ad allontanare dalla mente l’archetipo, lo stampo dei fatti e degli atti umani forgiato dalla storia che li abbia ripetuti e che perciò e' incline a ripeterli.
Poco rassicurante quindi, benché si annunci per segni perspicui, che permettono di controllarlo.
Certo, nel modello Szebrenica, le donne furono separate per apprestarle allo stupro di massa (e, dopo questo, -forse- trattenute fino a quando non potessero più abortire) affinchè cessassero di riprodurre la loro etnia.
E questa parte, del modello, ovviamente, è ben fuori della vista, a differenza dell’altra.
Che invece incombe, perché è assai probabile che gli uomini abbandonati nei natanti vi periscano.
Anche se, indubbiamente, potrebbe obbiettarsi che altro e' uccidere, altro e' lasciar morire.
Certamente.
Ma per la legge italiana, come da artt. 575 40.2 codicepenale, lasciar morire equivale ad uccidere, per chi possa e debba impedirlo.
E se lo sa il bagnino preposto a soccorrere l'annegando, non lo saprebbe Di Maio l’onnisciente?
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L’opposizione sociopolitica, terrorista?

Davvero " vanno aiutati " (Renzi), "sono allo sbando" ( Martina ), " non rispettano le vittime del terrorismo " ( Carfagna), " non ricordano cosa è stato il terrorismo in Italia" (Fassino), " han parlato di terrorismo mediatico" ( Carelli), i Cinquestelle che hanno postato come terroristico l'attacco delle opposizioni parlamentari e sociali dirette e mediat(ich)e alla "manovra del popolo" ( dove l'appello al popolo, ormai compulsivo, ha la funzione, giustificativa dell'ingiustificabile, dell' appello ad Allah dagli squartatori di IS..)? Solo ciò o tutt'altro o assai più che ciò, avrebbero fatto i Cinquestelle, evocando “terrorismo” ( oltretutto significante, letteralmente, pratica, non atto singolo, del terrore)? Del termine si ha un uso comune, quando si designi un accadimento tanto spiacevole quanto inatteso. Si designi ciò che atterrisce, dell’atto umano. Ad esempio, l'eccidio, di stretta fede islamica e quindi per movente religioso, dei redattori dell'antireligioso periodico parigino Charlie Hebdo. Quest'uso potrebbe dirsi descrittivo. O, del termine, si ha un uso politico, indotto dalle strategie della degradazione o emarginazione o esclusione o eliminazione ( di varia specie, fino alla materiale) di chi, individuo o massa, paresse scomodo o avverso od ostile o dannoso. Strategie adottate, ovviamente, da chi possa; può chi ne abbia la forza ( se necessaria, militare o comunque armata); la ha, in genere, il detentore del potere sociopolitico. Quest' uso potrebbe dirsi normativo, e tanto più' esso e' efficiente quanto più' riesca a tradursi in atti giuridici cogenti. Di quest' uso sono piene le fosse e le carceri e i campi di concentramento e i luoghi di tortura di ogni parte del mondo e della sua storia: quella di Putin in Cecenia, di Erdogan in Turchia e in Kurdistan, di Assad in Siria, di Netanyahu in Palestina, del potere cinese nel Xinjiang o nel Tibet, del potere saudita in Yemen e via dicendo. Istituito il soggetto appellandolo terrorista essi hanno potuto legalmente bandirlo combatterlo opprimerlo sopprimerlo eliminarlo. Ebbene, siffatta operazione, di tendenziosa e fraudolenta etichettatura dell' avversario volta alla neutralizzazione o eliminazione, in Italia, oggi, è possibile. Anzi è stata predisposta per tempo dalla "legge". Di fatti vige una disposizione, dell’età legislativa leghista ( ora tornata) e forzista ( 2005) , per la quale (art 270 sexies codpen): “sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese...e sono compiute allo scopo.....di costringere i poteri pubblici a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto…o destabilizzare le strutture politiche fondamentali, costituzionali economiche e sociali di un Paese....nonché le altre condotte....” E quando si consideri, da un lato, che, lì, rientrano lessicalmente soggetti attivi e passivi e oggetti della disputa sulla “manovra”. Da altro lato, che la " finalità di terrorismo.." e' puro pensiero, giudiziariamente plasmabile a piacere (basti richiamare recenti arresti di “terroristi” stranieri su suolo italiano: colpevoli di autorappresentazioni da incubi notturni o visioni diurne…o di velleitari (s)propositi di frustrati: eppure, in questo Paese divenne proverbiale che “non si processano le intenzioni”). E si consideri inoltre che il reato reca una pena che arriva a quindici anni. E si consideri ancora che, i Cinquestelle, sono benemeriti della magistratura, da loro omaggiata dell' imputato a vita ( oltre il condannato all’ergastolo), una volta abolita la prescrizione dei reati. Omaggiata della possibilità di perseguire, oltre reati veri, reati finti, quelli partecipati dell'agente coperto (finti perché mai potrebbero giungere ad offendere il bene protetto). Cioè, omaggiata della possibilità di punire tanto la finzione quanto la realtà, e di punirla ( ad esempio la corruzione) con pene da omicidio ( ovviamente, prosciolto l'agente coperto, perché' l'arroganza del potere non decresca nemmeno al cospetto del principio di eguaglianza). Omaggiata infine di innumerevoli altre nefandezze pseudogiuridiche, qui neppure accennabili. Ecco, quando ciò si consideri, allora: mica fessi quelli del post Cinquestelle, ne sanno una più del diavolo...
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Ricordino di B. Bertolucci

Il Censore: “.. la Schneider sembra avere un orgasmo..

Il giorno dopo quello della deplorazione solenne della “violenza sulle donne” e in particolare del "femminicidio", il 26 novembre scorso, muore il celebrante cinematografico dell'”omi(ni?)cidio”, Bernardo Bertolucci, che nell'ultima scena del film Ultimo tango a Parigi (1972) lo fa consumare da Jeanne (Maria Schneider) su Paul (Marlon Brando).
La scena conclude una relazione esclusivamente sessuale tra un quarantacinquenne ed una ventenne, iniziata per caso in un luogo ed un tempo a caso in una casa senza un mobile e deserta.
Relazione cosi coerentemente finalizzata a se' stessa, che i due non si diranno né i nomi né altro. E così autoreferente che appena lui -lasciata una sala da ballo ove scorre una gara di Tango - parlerà di sé, lei, dettogli il proprio nome, con la pistola d'ordinanza del genitore, un colonnello, lo abbatterà.
Al vaglio della istituzione censoria italiana dopo il grande successo internazionale:
poichè la Schneider "sembra avere un orgasmo" e il film mostrerebbe un "esasperato pansessualismo fine a se' stesso" (mentre e' proprio la finalizzazione del sesso a nient’altro che a sè, ad esaltarlo, salvarlo, nella apparente tesi del regista), addì 30 dicembre del 1972 e' sequestrato.
Dissequestrato nel 1973 perché assolto in primo grado dall'addebito di oscenità (quella magistratura sente i diritti civili, negli anni del maggiore fermento culturale mondiale), nello stesso anno è condannato in secondo grado. Annullata per vizio di forma la sentenza, è ricondannato sempre in secondo grado nel 1974.
Rigettata l’impugnazione delle sentenza, da Cassazione nel 1976, il film e' condotto al rogo.
Non alla distruzione, come qualunque “corpo del reato” che non fosse riabilitabile, ma al rogo, il mezzo esemplarmente teatrale della dissoluzione della reità, tramandato dalla storia, particolarmente dalla Chiesa Cattolica e la sua Santa Inquisizione.
Il film per ciò è condannato non perché laicamente (art 527 cod pen) osceno ma perché religiosamente blasfemo ed eretico, da una istituzione vogliosa di sacerdozio, di magistero del sacro e della fede, di ministero della collera divina inceneritrice.
Collateralmente, Grimaldi (produttore del film), Bertolucci e Brando sono condannati a reclusione, il secondo è interdetto dai pubblici uffici per cinque anni. Tutte le copie in giro per il mondo sono requisite e arse, alcune sono custodite nella Cineteca Nazionale.
Tuttavia una copia furtivamente sottratta al rogo fu proiettata nel 1982 a Roma, gli operatori furono processati ma assolti, il film riprese a circolare, la sentenza di condanna fu sottoposta a revisione col sostegno di un collegio di periti che dichiararono il film opera d’arte (art. 529.2 cod pen). Nel 1987 la Censura lo riabilitò e ne permise la distribuzione nelle sale.
Breve storia del celeberrimo film?
Si, ma anche prologo ad una breve storia del seguito, quella dei nostrani Guardiani della Morale (la denominazione iraniana, musulmana sciita, della istituzione censoria italiana) che non disarmeranno affatto.
Per cominciare, dei loro mezzani extraistituzionali del tempo, che dettero mano parodiando il film: il burattino F. Franchi, che inscenò Ultimo tango a Zagarol.
Il vocalizzatore G. Morandi (peraltro, adescatore sessuale nelle latterie: fatti mandare dalla mamma ... a prendere il latte..), che espettorò La regina dell'ultimo tango.
Buffoni subdolamente revisionisti delle malefatte dei Guardiani (pari al fiorentino del film La vita è bella, B. Benigni, che al contempo, con sconci piroette e trucchi verbali, si mise ad edulcorare i campi di sterminio nazisti).
E poi, e assai più implicativamente, (breve storia) dei mezzani istituzionali successivi, dei loro passionali emuli, i divaricatori senza limite dell’ambito della censura, della proibizione del sesso e del suo potere punitivo, cui daranno la prerogativa di impartire, alla espressione sessuale di ogni genere e specie, fino a vent’anni di carcere (Sodoma e Gomorra bibliche: incenerimento per sesso degli abitanti…sesso che incenerisce?!).
Di fatti, non passerà una decennio dalla riabilitazione del film (concettualmente) peccaminoso:
- che (1996: artt. 609 bis ss cp) sarà proibito il sesso pur fatto di un solo tocco in “zona erogena”. E che potrà consistere, in (taluna) Cassazione, anche di una intrusione telefonica particolarmente concupiscente. Tanto, a controriforma di un settantennio di proibizione del solo sesso copulare, effettivamente carnale e violento (così prudentemente concepita anche perché fosse processualmente verificabile, non solo “testimoniabile”: oggi una testimonianza, una parola -dunque un tocco solo verbale-, pur visibilmente calunniosa, incarcera);
- che (1998: artt 600 ter ss cp) saranno proibiti, oltre il sesso pur consensuale col “minore di anni sedici” - per ciò privato della facoltà di farlo col diciottenne, e viceversa ..-, anche la sua riproduzione grafica, su “materiale pornografico”, fosse fatto anche di ancheggiamento non più che ambiguo, di “minori degli anni diciotto” (di anni diciassetteundicimesiventinovegiorni…);
- che (1998: ivi) sarà proibita la detenzione del “materiale pornografico” (in un angolo qualunque della casa, perfino un solo “pezzo”);
- che (1998: ivi) sara proibita la propaganda del “turismo sessuale” all’estero, pur se esso non avvenisse o avvenisse col diciasettenne Papuasico, equivalente al quarantenne nostrano;
- che (2006: ivi) sarà proibita la immaginazione dell’ancheggiamento pur ambiguo dei “minori degli anni diciotto” espresso graficamente, su “pornografia virtuale” (neo onanismo biblico).
Proibizioni che, nell’anno 2006 e nei seguenti, si acuiranno fino a schiacciare la minima espressione del solo pensiero sessuale con “minori degli anni diciotto”, fosse pure di coetanei. In un’eruzione legislativa sessuofobica verosimilmente indotta, secondo alcuni saperi, da sessuomania non ragionata. Che di fatti si intanerà, in quel periodo, nei massimi livelli governativi, per quanto narreranno le cronache giudiziarie del tempo.
Così, riassumendo, all’incenerimento primordiale (col film di Bertolucci) della espressione iconica della sessualità, seguirà, appena un decennio dopo, il massacro dell’iconografo, pur se abbia attinto esclusivamente alla propria immaginazione. O se abbia detenuto l’icona della immaginazione altrui (precisamente: “immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse” (art. 600 quater, 600 quater1 cp).
Massacro, come visto, parallelo a quello del praticante il sesso del toccamento (una sola volta) della “zona erogena”. E pur se consensuale fra minorenni di alcune età (chi avesse tredici anni e un giorno non potrebbe farlo con chi avesse sedici anni e due giorni…).
Dunque morte al sesso ed al suo praticante, morte all’immagine del sesso ed al suo immaginante.
Bestialismo legislativo sessuofobomanico, di tipo musulmano, islamico? Spaventosa orma giuridica delle famose Sure del Corano?
In verità, nei paesi che le applicano, e nei testi medesimi, all’estremo della repressione efferata del sesso grafico non risulta siano pervenuti. Sembra che siano fermati al sesso in carne ed ossa.
Pietro Diaz

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Salvini e la “legittima difesa”: apologia di delitto e istigazione ad esso

La “legittima difesa” (art 52 cod pen) e' una “circostanza di esclusione della pena” del reato (art 59.1 cod pen). Dunque essa suppone un reato. Lo suppone immancabilmente, altrimenti non svolgerebbe il compito, di escludere la pena.
Nel caso di difesa di un diritto (personale o patrimoniale) mediante omicidio del ladro del rapinatore o altro, essa è circostanza del (sta attorno al) reato di omicidio volontario (art 575 cod pen), e di esso (eventualmente) esclude la pena. Per cui chi agisca in difesa, pur se questa fosse legittima, è (tecnicamente) omicida.
E’ autore di omicidio volontario ad ogni effetto. E anzitutto ad effetto processuale, nel senso che non potrebbe non essere indagato e processato per reato di omicidio. E solo in processo potrebbe (eventualmente) essere dichiarato non punibile (quindi non si vede come potrebbe essere abolito il processo, all’omicida per difesa, sebbene la cerchia “legeferente” del sumenzionato lo pretenda).
Non punibile ma restando, comunque, indelebilmente, omicida volontario (la “circostanza di esclusione della pena”, di fatti, giustifica, non eclude, l’omicidio).
Per ciò chi libera la difesa dai limiti di proporzione tra difesa e offesa cui si reagisca, dai limiti di necessità della prima per fermare o ridurre la seconda, etc ( art 52 cod pen), libera l'omicidio. E quanto più la libera, tanto piu' libera l'omicidio. Totalmente, se la libera dal processo.
Quindi, chi esalta la “legittima difesa” (la difesa e basta, come pretende) esalta l’omicidio. E, secondo legge, fa apologia di delitto (di omicidio volontario): art. 414. co. 3 cod pen; e istigazione a commetterlo (ivi co. 1).
Ciò posto, qui si enuncia che un ministro funzionalmente garante della legge e dell’ordine, della prevenzione del delitto, dell’integrità del corpo sociale, inneggiando (con le sue schiere sociali od elettorali) alla “legittima difesa”, fa pubblica apologia di delitto e istigazione a questo.
Ed inoltre, ministro garante (direttamente o indirettamente) della “certezza della pena”, istiga a commettere omicidio assicurando impunità. E senza processo.
Molto dissona.
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Perché Di Maio insulta i cronisti del fango su Raggi invece dell’infangatore?

Il fatto non costituisce reato, ha detto la sentenza che ha assolto il sindaco di Roma.
Ciò implica tecnicamente che il fatto fu, ma che gli mancò qualcosa per costituire reato. E, secondo cronache, gli sarebbe mancata la coscienza e la volontà, nell'autore, di mentire, sarebbe mancato “il dolo”.
Ma quale fatto, di reato, sarebbe stato? Quello di falsità ideologica in atto pubblico commessa da pubblico ufficiale, di cui all’art 479 cod pen..
Che si ha quando il p.u., munito del potere (art. 2699 cod. civ.) appositamente conferitogli dalla legge (ed esercitabile anche a richiesta di parte, come il notaio che sia chiamato a raccogliere un testamento od una vendita), attestando per dargli pubblica fede (dinanzi alla collettività) che ha fatto qualcosa (si è recato nella abitazione del testatore), ha ricevuto qualcosa (la dichiarazione del testatore), ha constatato qualcosa (che il testatore giaceva nel suo letto affaticato ma lucido ed in grado di esprimersi), che in sua presenza è avvenuto qualcosa (sono comparsi parenti del testatore offrentisi a testimoni); che ciò è accaduto in precisi ora mese giorno anno e luogo:
(quando il p.u., dicevasi,ciò riferendo)attesti il falso (come si vede negli esempi, il rapporto tra attestazione e fatto è organico, non ha margini di sorta, affinché, messo eventualmente a confronto con la realtà esterna, sia possibile dirne se è vero o falso).
Allora e solo allora si ha falsità ideologica del pubblico ufficiale in atto pubblico.
D’altronde è chiarissimo in tal senso l’art 479 cp: "Il pubblico ufficiale che ricevendo o formando un atto nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito…
Senonché, sempre per cronache:
- Raggi, pubblico ufficiale quale sindaco di Roma e così stipulante un contratto per la dirigenza comunale;
- in occasione del controllo preventivo di legittimità del contratto da Anac (autoiritanazionaleanticorruzione) invitata a darne informazioni (nella qualità di contraente ripetesi) presentando una “memoria” ;
- ne avrebbe dato di “non veritiere” (si riporta la dizione in tema usata dall’art 213 Codice Anac) .
Ora:
già la “memoria" nei suoi termini, discrezionalmente narrativi o ipotetici o condizionali valutativi (termini per ciò non giudicabili come veri o falsi, al raffronto immediato con la realtà esterna) è informativa, non attestativa.
Comunque:
- se è un documento soggettivamente pubblico non è certo un atto pubblico (che manifesta e determina la volontà funzionale del pubblico ufficiale);
- se contiene una informazione non contiene una attestazione;
- se è interna a procedimento amministrativo, da questo provocata e in funzione di questo emessa, non è atto pubblico attestativo invece esterno ad ogni procedimento che non sia il proprio : perché indipendentemente veritativo, tale rispetto alla funzione pubblica assegnatagli in art 2699 cc, 479 cp, e col valore probatorio erga omnes di cui a queste disposizioni;
- se il suo redattore era un pubblico ufficiale, non lo era quale attestatore pubblico ma quale contraente pubblico chiamato a dare conto del contratto;
- d’altronde la memoria ciò faceva esplicitamente: il ruolo di R. Marra fu «di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali»;
- essa diceva esclusivamente di posizioni interne al pubblico ufficiale, non di fatti (o atti) a lui esterni (oggetto esclusivo della “attestazione”). Tanto che la smentita, la prova della falsità, il magistrato requirente la affiderà ad un argomento indiziario, non alla rappresentazione della verità fattuale: (sempre secondo cronache) "se la sindaca avesse detto la verità riconoscendo che Raffaele Marra aveva ricoperto un ruolo decisivo nella scelta del fratello, l'apertura di un procedimento penale a suo carico sarebbe stata assai probabile. E lei era consapevole che in casi di iscrizione a modello 21 (ovvero come indagata) avrebbe rischiato di perdere il posto perché era quanto prevedeva il "Codice Etico". E' questo il movente della sua bugia”.
Ed un altro magistrato in veste di testimone della accusa: "Sicuramente Marra ha avuto un'influenza nel nominare il fratello Renato alla Direzione di turismo, la sua di certo non era una mera attività compilativa” (in proposito: a parte che uninfluenza” sarebbe posizione interiore del p.u. : essa è attestabile positivamente o negativamente?).
Quindi:
non vi fu falsità ideologica del pubblico ufficiale (quale inverso esatto della verità certa).
Se qualcosa di “non veritiero” fosse stato emesso, manteneva la rilevanza nell'ambito del procedimento Anac il cui Codice, peraltro, per prevenirla, la sanziona con ammende (art 213), senza mai richiamare il codice penale (benché è uso che sia fatto ove sia voluto).
E a proposito:
è per ciò che la difesa del Sindaco, sempre stando alle cronache, avrebbe sollecitato la assoluzione "perché il fatto non sussiste”?
E’ più probabile che lo abbia fatto escludendo la falsità del contenuto della memoria. Altrimenti, visto quanto sopra, avrebbe sollecitato assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato (veridica o no la memoria, ciò la legge non lo considera reato).
Ma così stando le cose, il dr Ielo (zelante paggio di Di Pietro anni addietro in Mani Pulite) non avrebbe dovuto accusare Raggi di falsità ideologica in atto pubblico.
Gli va comunque riconosciuto che la imperizia della giurisprudenza in materia di delitti contro la fede pubblica, talora involontaria, talaltra diretta ad altro fine che la retta interpretazione della legge (come quando un reato di falso a minor pena e minor tempo di prescrizione è rimpiazzato da altro a maggior pena e maggior tempo di prescrizione) ha raggiunto livelli da "emergenza democratica" (di sua mano sono stati distrutti funzione e ruolo dell’atto pubblico fidefacente e del suo attore: nuclei della certezza del traffico giuridico).
Ciò gli va riconosciuto pur se non gli fosse perdonato che, sempre per cronache, in requisitoria avrebbe detto di disporre “di una messa di prove a carico”. Messa o messe?
E se questo è stato, perché Di Maio ha voluto insultare tanto cocentemente il giornalismo da dare dello sciacallo a se stesso (dicono sia giornalista), piuttosto che insultare il dr Ielo (questo rilievo lo ha fatto perfino E. Macaluso)?
Domanda retorica ….

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Sfregiato e beffato il “bronzo di Riace”. Ma disapplicata una norma.

1. Lo splendore anatomico dei Bronzi di Riace pare essere stato profezia e metafora dello splendore sociale del sindaco di Riace, colui che mostrò che l’ “aiuto a casa loro”, dei fuggitivi dal male politico (assoluto) del quale gli oppressori cosparsero le loro terre, poteva darsi “a casa nostra”, calando fra le due “case” scambi culturali vicendevoli. E in tale splendore, Lucano (“luce dell’alba”, d’altronde) ha cesellato l’opera più fine, la retroversione della parola penale “favoreggiamento”, dell’ “immigrazione clandestina”, in quella civica di “favore”.
Una inversione che riportasse al passato. Se non a quello della "monarchia fascista" (della legge “di pubblica sicurezza” dell'anno 1931) che, invero, ignorava il termine, e tanto meno lo rendeva reato, almeno a quello della legge (n.943/1986) della “repubblica” che, deliberatamente, istituì e regolò, assai stimandolo, l’apporto socioeconomico dei cittadini di altri Stati, degli stranieri extracomunitari, a questo Stato. Irrigidendosi appena con chi compi(sse), in violazione della legge, attività di intermediazione di movimenti illeciti o comunque clandestini di lavoratori migranti… o impieg(asse) lavoratori immigrati extracomunitari in condizioni illegali al fine di sfruttamento (punendoli con la reclusione da uno a cinque anni. E punendo il datore di lavoro che occupasse alle sue dipendenze lavoratori immigrati extracomunitari sprovvisti della prevista autorizzazione al lavoro, con un’ammenda da lire 500 mila a lire 2 milioni e, nei casi più gravi, con l’arresto da tre mesi ad un anno). E disinteressandosi di altri atti, in favore della immigrazione.
O che, se non a quello, riportasse al passato della legge "Martelli”, che, favorendo l’immigrazione al pari della precedente, ritenendone il valore di scambio culturale, dopo quello del soccorso del bisognoso o dell’asilo del fuggitivo o del rifugio del perseguitato, tuttavia colpì anche "attività dirette a favorire l'ingresso degli stranieri...").
Nondimeno facendolo con leggerezza (art 3 comma 8 L. n. 39/1990: pena fino a due anni di reclusione, fino a sei se, in vario modo, aggravata).
1.1 L’atmosfera incupì pesantemente all’avvento di un imprenditore vorace, di caterve di suoi seguaci, di loro capziose propagande per inconscio e conscio popolari. Giunto apposta per condurre al potere legislativo e governativo, oltre sé stesso (impasto di interessi materiali), il neofascismo finiano ed il neorazzismo (esterno e interno…) bossiano.
Due concezioni del mondo eliminative con la forza, anziché intermediative con la ragione, del sociopoliticamente non concorde o discorde o avverso. La seconda protesa fino al diverso per razza o altro distintivo.
1.2 Esse esordiscono col “Decreto Dini” (D.L. 18 nov 1995: dal nome di un membro del nuovo potere politico), che, sia pure per soli sessanta giorni (entro i quali non fu convertito in legge dal Parlamento), interpolando la legge Martelli, istituì (art 7 ss):
espulsione come misura di sicurezza; espulsione come misura di prevenzione; espulsione a richiesta di parte; espulsione per motivi di sicurezza; provvedimento amministrativo di espulsione.
Insomma, un apparato giuspoliziesco di espulsione dello straniero (che è rinviato allo Stato di appartenenza, ovvero, quando ciò non sia possibile, allo Stato di provenienza, salvo che, a sua richiesta…), che marca subito la tendenza alla inversione della filoxenia (amicizia allo straniero) in misoxenia (inimicizia ad esso).
Fino alla sevizia della persona. E di fatti, lo straniero trattenuto in attesa di ammissione o di espulsione, che si allontani “dall'edificio o dalla struttura” che lo contengono è punito con la reclusione fino ad un anno. E lo straniero che essendo stato espulso fa rientro nel territorio dello Stato o vi si trattiene senza autorizzazione è punito con la reclusione dai sei mesi a tre anni.
Insomma l’essere straniero (extracomunitario ma della specie degli ultimi o degli oppressi) nel territorio dello Stato è passibile dell’afflizione corporale carceraria.
Ciò ne mostra la nuova visione ufficiale, e quella popolare al seguito.
1.3 L’assetto sociale e culturale sarà così fortemente inciso da quell’approccio, che la spinta sarà agevolata e potenziata da politici di (apparente) opposta ispirazione, quelli della legge "Turco-Napolitano".
Che, perseguito il favoreggiamento non solo dell'ingresso, ma anche della permanenza, dello straniero, nel territorio dello Stato e ricopertolo, (quasi esclusivamente) nella persona del cittadino dello Stato, di carcere fino a dodici anni, di arresti perquisizioni sequestri intercettazioni interrogatori; di vituperi dei suoi diritti e doveri costituzionali di solidarietà sociale (art 2 cost.) e di rispetto dello straniero (art. 10 cost); pervertiti rifugi e asili in centri di detenzione (eufemizzati: "centri di permanenza temporanea") di incolpevoli di qualunque reato, di innocenti a priori: riattualizzerà puntigliosamente la persecuzione penale dello straniero scaduta, quella del “Decreto Dini”.
E’ il 1998, è la legge n. 40 ed D.Lgs n. 286. E “la sinistra”, in via di principio antifascista e antirazzista, in via di prassi coltre mimetica di neofascismo e neorazzismo (in materia, ma non solo). Lo straniero extracomunitario non più hospes(amico) ma hostis(nemico) esterno alle porte, ne è respinto. E chiunque al di qua ne agevoli l’avvicinamento o l’ingresso o la permanenza , è nemico interno che la repubblica (“antifascista”) persegue brutalmente. Con ciò, lo “statale” disprezzo dello straniero tiene in simbiosi il disprezzo del cittadino (o di chiunque altro lo imitasse). Insieme al ferimento letale dell’uno e dell’altro. Insieme al misconoscimento dell’umanità dell’uno e dell’altro.
1.4 Tanta degenerazione nazionalistica, neorazzista, tanta demonizzazione della minima ombra d’intesa fra cittadino e straniero sul “patrio suol”, fatalmente concepirà ed istituirà un fronte più avanzato.
Da un lato, la caccia al migrante in (sospetto) avvicinamento via mare. Ovunque sia, anche in acque non territoriali, la nave italiana in servizio di polizia (come quella della Marina militare), che incontri… una nave, di cui si ha fondato motivo di ritenere che sia adibita o coinvolta nel trasporto illecito di migranti, può fermarla, sottoporla ad ispezione e, se vengono rinvenuti elementi che confermino il coinvolgimento della nave in un traffico di migranti, sequestrarla conducendo la stessa in un porto dello Stato.(art. 9 bis L. n. 189/2002): nave che batta la bandiera nazionale o anche quella di altro Stato, ovvero si tratti di una nave senza bandiera o con bandiera di convenienza.
Da altro lato il respingimento del cacciato, da acque extraterritoriali al paese di origine in base ad accordi bilaterali fra Italia e altri paesi, ad esempio quello con la Libia di Gheddafi nel gennaio 2009 (per evitare che i barconi attracchino al suolo italiano l’identificazione degli aventi diritto all’asilo o altro avviene in mare, sommariamente, col rischio di respingimenti alla cieca in violazione dei diritti del richiedente….);
1.5 Fra i due lati, la tensione smaniosa alla trasformazione dell’immigrato in reato (colui che, espulso dal territorio dello Stato… vi rientri è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno. E nel caso di espulsione disposta dal giudice, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. Colui che si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell’ordine impartito dal questore…. è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno. Lo straniero riespulso che sia trovato nel territorio dello Stato è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
Peraltro, è per lui preparata “la costruzione di nuovi centri di permanenza temporanea e assistenza…” e gli sono imposti “rilievi dattiloscopici” (prelievo di impronte digitali” e loro registrazione) alla prima apparizione nel territorio, immobile o mobile (navi aerei etc) dello Stato.
1.5.1 E’ la legge Bossi-Fini (secondo Governo Berlusconi), che fermando l’immigrazione fin da luoghi non statali, rigettandola nei paesi d’origine affinché torni ai mali assoluti dai quali fuggiva; reificando (trasformando in cosa ed in reo ad un tempo, si noti la congiuntura semantica) il migrante che si ostini a fuggire; perpetrando la più profonda degradazione socioeticopolitica dell’essere umano:
ben occulta (strategicamente) l’abiezione dei due promotori (qualche anno dopo saranno colti, il primo, ad appropriarsi fraudolentemente del fondo elettorale parlamentare; il secondo a mercanteggiare la propria funzione legislativa con un tenutario di giochi d’azzardo).
1.6 Tale depravazione culturale non potrà che condurre all'estremismo persecutorio della legge n. 94/2009 “Maroni-Alfano” (terzo Governo Berlusconi), che esasperasse la reificazione del migrante:
fin dal primo ingresso nel territorio dello Stato, il suo corpo è reo, è “corpo del reato”; entro esso non c’è umanità ma reità.
1.6.1 Da tanto abominio penalistico si era ritratta perfino la taterschuld(la colpa d’autore) della strafrecht (il diritto penale) hitleriano (essa di fatti pretese che l'essere umano fosse reo in quanto autore morale, oltre che materiale, di sé). E’ introdotto il reato di clandestinità: ogni straniero irregolarmente presente in Italia rischia una pena detentiva anche da uno a cinque anni. Inoltre, l’essere clandestino aggrava la pena dei reati che commettesse, ed aggrava le pene (già micidiali) di coloro che ne favorissero l’ingresso o la permanenza. I Centri di Permanenza Temporanea (CPT) sono rinominati Centri di Identificazione e Espulsione (CIE). L’evoluzione giuridica è nel fatto che, stavolta, detengono rei.
Insomma
1.7 Lo xenocidio in spoglia giudiziaria col civicidio (del cittadino che lo avesse minimamente ostacolato), sono compiuti: ma quali “crimini contro l’umanità”.
2. Ebbene, questo orroterrore legislativo di grandezza siderale, toccante vertigini di leggi razziali da Shoah e da Pogrom, ha accerchiato Riace, la sua comunità multietnica, la sapienza combinatoria, umanitaria e civica, del suo sindaco.
E così un membro della magistratura, intercettato, in Riace, un matrimonio favoreggiatore della permanenza in Italia di una immigrata (prima che si perdesse fra marciapiedi e alcove d’albergo), chiede ad un suo collega l’arresto del celebrante, il sindaco, e lo ottiene.
Ineccepibilmente, dinanzi alle disposizioni penali sul favoreggiamento dell’immigrazione sopra viste. D’altronde, il reato è tenuto apposta indeterminato, affinché sia incontrollabile il potere determinativo di polizia e di magistratura, pur se a dispetto del dettame giuridico di controllabilità legale d'esso (per di più sorto dalla consociazione legislativa neofasciorazzista Dini-Turco-Napolitano-Bossi-Fini-Maroni-Alfano).
E con esso L. D’Alessio, procuratore della repubblica nel distretto più giudiziariamente martoriato d’Italia (e forse del Vicino Oriente), ha perpetrato voluttuoso lo sfregio di Riace e del suo Bronzo: imparassero a non sfidare la prepotenza giuridica della quale comunque è funzionario.
2.1 Ma se era prevedibile lo sfregio, non lo era la beffa, più deturpante e sanguinante.
Impugnato dalla difesa di Lucano il suo arresto a domicilio davanti il “tribunale della libertà”, questo non lo revoca ma lo sostituisce. Come? Con l’obbligo di autopresentazione intermittente negli uffici di polizia, o altro? Niente affatto. Lo sostituisce vietando al cittadino residente e sindaco di Riace di dimorarvi. Cioè di amministrare i cittadini che lo hanno voluto, gli stranieri che ha ospitato, la comunione fra essi che ha conquistato, la opposizione alla separazione che ha ingaggiato, l'antirazzismo che ha praticato, l'insegnamento che ha emanato, l'esempio che ha dato.
Si potrebbe domandare:
ma se il tribunale avesse perseguito questo scopo, non sarebbe bastata la sospensione del sindaco dalla carica (sospensione penale, compatibile con quella amministrativa già disposta dal prefetto, e indipendente dalla sorte di questa)?
No, non sarebbe bastata alla estirpazione del seme, alla sterilizzazione della semina antirazzista. Il bando di Lucano dalla sua terra avrebbe ripudiato simbolicamente, ritualmente, la sua opera. Infamandola, per colmo della beffa, la compagna di Lucano, T. Lemlem, già obbligata a dimorare fuori Riace ove era arrestato Lucano, allontanatone questi, dovrà tornarvi..
Senonché
3. Il dr. D'Alessio, “gettata una bomba su Riace” (lo avrebbe ammesso o vantato?) ha filosofeggiato, spiegandosi, che “il fine non giustifica i mezzi”: iI fine di salvare dalla prostituzione stradale una immigrata non giustificava il favoreggiamento della sua permanenza (nel territorio dello Stato).
Ora a parte che, ditterio per ditterio, egli incarna un funzione ove per principio “il fine giustifica i mezzi”:
il fine della giustizia (fiat justitia: sia fatta giustizia) non solo nella iperbole (et pereat mundus: accada quel che accada) autorizza ogni orrore e disastro. Per legge e per prassi, la giustizia penale procede schiacciando (si sono viste all'opera, sub 1, l'una e l'altra..) ogni diritto personale e reale del perseguito, perfino consumando reati (di sequestro della persona, di violazione del suo domicilio, della sua corrispondenza e comunicazione, del suo avere, di suo maltrattamento, di lesione della sua mente e del suo corpo, di induzione al suicidio -una settantina all'anno- e cosi via). Reati che non punisce solo perché ha il “potere-dovere” di consumarli, perché “scriminati” (art 51 cp).
3.1 A parte ciò, si diceva, il detto del dr D'Alessio, in diritto, è gravemente errato, perché lì "il fine giustifica i mezzi":
basti pensare che se taluno, al fine di difendersi da una offesa solo supposta e in fatto inesistente, si difenda offendendo, è giustificato, non è punibile. In forza del fine prefisso, appunto (art 59.4 cp).
O pensare che se taluno, commettendo un reato avesse un fine diverso da quello che lo costituisce (dolo specifico), è giustificato, non è punibile (perché solo agendo al fine voluto dalla legge lo sarebbe: art 43.1 cp).
Dunque il dr D'Alessio che filosofeggia, in diritto è in torto.
Tanto più deprecabilmente, rimproverabilmente, inaccettabilmente, se fosse in torto nella materia, di Riace, che ha osato maneggiare.
3.2 Ove l'art. 12 (del corpusneofasciorazzista D.L.vo 289/ 1998 sopra visto) impianta due cause di giustificazione del reato di “favoreggiamento della immigrazione”:
quella di cui all'art. 54 cod. pen, per cui, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. La disposizione si commenta da sé, salvo precisare: che il pericolo che taluno si prostituisca è pericolo di danno grave alla persona, giacché è delitto contro la persona quello che abbia ad oggetto la prostituzione. Che esso, incombente sulla sposa del matrimonio celebrato da Lucano, non era altrimenti evitabile. Che il matrimonio “favoreggiatore” fu senz'altro proporzionato al pericolo.
E quella di cui allo stesso art 12, per cui non costituiscono reato le attività di soccorso e di assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato...... Anche questa “causa di esclusione del reato” si commenta da sé. Salvo precisare che sia il soccorso latamente inteso, sia la assistenza umanitaria, sono certo capaci di recepire contenutisticamente il bisogno, per la sposa, del matrimonio che la sottraesse alla prostituzione.
3.3 E comunque, si ricorda quanto sub 3.1, che se Lucano avesse supposto esistenti pur inesistenti condizioni delle cause di giustificazione, egli non sarebbe punibile.
Ebbene
4. Ignoravano il dr D'Alessio, i colleghi dell'ufficio gip e del tribunale, che per art 273 comma 2 procedura penale, risultando il fatto compiuto in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità, non era permesso arrestare Lucano?
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Logorrea del diritto e caso Cappato

1.Tale “DJFabo”, dopo un sinistro stradale gravemente infermo e irreversibilmente e insopportabilmente sofferente, deciso a porvi fine, consulta i Radicali Marco Cappato, Lina Welby e altri (del “giro” suicidiofilo ed eutanatofilo ).
Questi gli prospettano la pratica della “sedazione profonda”, con sospensione dei supplementi respiratori e alimentatori e attesa della morte dolce (gli prospettano eutanasia, dove la propria morte, voluta , è da altri indotta).

Egli tuttavia preferisce il suicidio (dove la propria morte, voluta, è da sé indotta), con modalità (anch’essa) dolce, eu, da eseguirsi in un Centro svizzero opportunamente attrezzato.

Presi contatti e intese tramite i familiari, vi è condotto in automobile da Cappato.

Ivi giunto, verificata accuratamente, in lui, la persistenza della volontà del suicidio, è posto ad eseguirlo mediante assunzione, da sé, di un farmaco letale.

2. Cappato, che aveva esplicitamente agito per “disobbedienza civile”, (con Welby) è accusato di “rafforzamento dell’altrui proposito di suicidio” e di “aiuto al suicidio”. E, prosciolto dalla prima accusa, è rinviato a giudizio sulla seconda, davanti la Corte di Assise di Milano. Per rispondere del reato di cui all’art 580 del codice penale.

La Corte, ritenuta (sostanzialmente) la configurabilità del “diritto al suicidio”, a conclusione di un lungo discorso (qui sintetizzato al massimo) dalle implicazioni logiche non sempre controllate, nel quale infatti:

- la inviolabilità della libertà personale posta in art. 13 della Costituzione darebbe anche libertà di suicidio (cioè darebbe libertà di violare l’inviolabile, sia pure dal suo titolare?);

- il “diritto alla vita” (art.2) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, darebbe anche diritto di ucciderla (cioè darebbe “diritto di morte”, sia pure per il suo titolare?);

- il “diritto a morire” rifiutando i trattamenti sanitari (recentemente introdotto da L. n. 219/2017) sarebbe “diritto al suicidio” (laddove, regolando la morte da altri indotta, eutanasia, nulla ha che vedere con la morte da sé indotta, suicidio).
Ritenuto quindi, si diceva, il “diritto al suicidio” (adduce la Corte, anche in forza della inversione storica della base culturale della disposizione “fascista” che apertamente lo disconosceva) quale parte del “diritto vivente”.
Ritenuto inoltre che, vietato a chiunque di “istigare” al suicidio o di “rafforzarne il proposito”, ne è vietato l’ “aiuto” che fosse anche istigazione o rafforzamento, non quello che non lo fosse. In altre parole, è reso l’aiuto istigazione (o rafforzamento), malgrado, essi, nell’art. 580 cit., siano alternativi, siano posti cioè a dilatare l’area del divieto, non a contrarla (laddove la Corte la contrae fino ad espellerne ogni forma di aiuto che non fosse istigazione o rafforzamento….).

Ritenuto infine che, la contrazione, non sia conseguibile in via di interpretazione dell’art 580 cit. ed esiga l’intervento della Corte Costituzionale (che la intrida di “diritto al suicidio”, “diritto alla vita”, “diritto a morire” e via dicendo….; la Corte, peraltro, non distingue minimamente tra volenti suicidio necessitato, quello di "DJ Fabo" – che potrebbero ricevere eutanasia per legge 219 cit.- e volenti suicidio “discrezionale” – che egoisticamente potrebbero disperdere un bene sociale, contro il dovere di solidarietà sociale in art 2 Cost.-):

Le rimette la questione (la Corte di Assise) aggiunge anche un altro profilo di incostituzionalità, la parità delle pene della istigazione e dell’aiuto, senza avvedersi della inconciliabilità dei due profili, giacché il primo punta ad escludere, il secondo ad includere, l’aiuto “non istigatorio né rafforzativo”.

La Corte costituzionale, udite le ragioni della parti (fra queste il Governo, rappresentato in giudizio dalla Avvocatura dello Stato, contrario alle eccezioni sollevate), sospende la decisione e la rinvia ad una udienza di settembre 2019, invitando (tacitamente) il Parlamento a, frattanto, deliberare in materia.

3. Ora, se la Corte avesse ritenuto di non potere decidere, perché spettante al Parlamento rendere l’aiuto istigazione o rafforzamento, contro la loro alternatività in art 580 cp; come pure espellere dall’art 580 cit., ogni altra forma di aiuto:

avrebbe dovuto dirlo immediatamente (come da prassi) e spogliarsi del giudizio (senza oziare fino a settembre venturo, che la ritroverebbe nella medesima condizione).

Mentre, se avesse ritenuto di potere decidere, avrebbe dovuto farlo:
accogliendo una delle due eccezioni sollevate dalla Corte di Assise e dichiarando la illegittimità dell’art. 580 “nella parte in cui….e in cui…” (come da prassi).
O rigettandole perché infondate.

Oppure rigettando “nei sensi di cui in motivazione” (cioè dando la interpretazione costituzionale dell’art 580 cit., eventualmente accreditando quella della Corte di Assise…).

Dunque, perché ha sospeso il giudizio con “rinvio a data fissa” (su ciò qualcuno ha obbiettato che mai si era visto che la Corte mettesse in mora decisoria il Parlamento; che essa ha esorbitato dalle sue attribuzioni; che sarebbe sollevabile conflitto di attribuzioni fra poteri dello stato. Conflitto che tuttavia, assurdamente, la Corte stessa dovrebbe risolvere…)?

Qualcuno dei suoi membri - ovviamente non della quota, un terzo, eletta dalla magistratura, perché matrice della sopra vista ottenebrazione su “diritto al suicidio” & C. (qui esplode il paradosso, per cui, il giudizio sulla legittimità costituzionale del “diritto vivente” lo emetterebbe chi gli ha dato vita….) - ha temuto di mortificarla pubblicamente e ha premuto il pedale del freno? Ad un tempo lasciando che sia un legislatore profano e incolto (l’attuale) a mettere in scena la bruttura?

E’ probabile.

Ma potrebbe essere stato, anche, turbato, oltre che dall’entità della complicazione (interpretativa) del semplice, dalla perversione delle sue conseguenze.

4. L’art 580 cit. punisce “istigazione e aiuto al suicidio”, ma non punisce il suicidio (pur potendo: tempo addietro, la punizione del corpo del suicida, mediante sfregio o simile, era sancita).

Per ciò, se il suicidio non è vietato (penalmente e civilmente e negli altri rami del diritto nazionale), è libero. E’ cioè nel potere di fatto, di chi lo volesse. E ciò è altro che essere nel suo diritto, altro dall’essere un suo diritto (come la elementare teoria relativa da tempo insegna).

Per di più, se lo fosse, le posizioni degli altri rispetto ad esso non sarebbero libere (simmetricamente a quel potere di fatto) ma vincolate. Se lo fosse, gli altri sarebbero obbligati a rispettarlo, nessuno potrebbe, né dovrebbe (art 40.2 cp), impedirne l’esercizio. E ove ciò fosse, (forse anche ) l’istigatore al suicidio, (certo) il rafforzatore del relativo proposito, e comunque l’agevolatore o ausiliatore del suicidio, cooperando all’esercizio di un diritto, sarebbero punibili tanto quanto il suo titolare (come si è visto non punito).

Per cui, la presupposizione, alla eccezione di illegittimità costituzionale, del “diritto al suicidio”, condurrebbe logicamente alla illegittimità costituzionale dell’intero art 580 cit….
Certo contro la volontà dell’eccepiente.
Inoltre, 
volendo, la Corte di Assise, tutelare (suicidiofili) aiutanti al suicidio, doveva andare fino alla Corte costituzionale per farle dire l’indicibile (che l’aiuto al suicidio dell’art 580 ct., è istigazione..), quando, distinguendo fra aiuto che non entra, nella fase della esecuzione del suicidio (come quello di Cappato, che ha condotto “DJFabo” al Suicidiario svizzero, ma non è andato oltre..), e aiuto che vi entra (come quello di chi avesse consegnato a “DJFabo” il farmaco letale per la assunzione), avrebbe potuto escludere che il primo fosse causa del suicidio (e quindi che fosse punibile)?
Di fatti, per la teoria causale generale, la causa esprime morfologicamente l’effetto, ne determina la forma concreta e la preassume (essa consegna per la assunzione il farmaco letale). Se non lo fa, se è prodromo che ponga esclusivamente l’antecedente del sorgere e dell’accadere dell’effetto, è condizione. Ove lo fosse, anche la lettura scientifica degli artt 40, 41 del codice penale, esclude che, essa, sia causa.

D’altronde, se così non fosse, ogni condizione, delle innumerevoli antecedenti ogni causa, sarebbe causa, con indebita sottrazione (morfologica) di questa al “principio di previa determinazione” (naturalistica e giuridica).

5. E’quindi probabile che la visione di ciò abbia turbato il frenatore della Corte costituzionale, comunque rasserenato dalla constatazione che “il diritto vivente”, di origine tutta magistratuale, per quanto abbia mirato (eversivamente) a sostituire “il diritto vigente”, non se la passa bene.
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ALICE FRA MEDEA E ANTIGONE

Interrogata sull'avere lanciato dalle scale del carcere ove era rinchiusa i suoi due bimbi uccidendoli risponde: ho inteso liberarli.
Erano carcerati come lei, pur non essendo accusati, a differenza di lei. Quindi, il Paese incarcera non solo l' accusato ma anche chi non lo sia, o chi, avendo meno di quattordici anni, comunque e' improcessabile.
Tuttavia, interrogata Alice, una giovane tedesca, non lo è stato chi la teneva in carcere insieme ai bimbi, dal secondino al capo del Dap, sebbene certamente concausanti l'eccidio, pur se per ordine altrui.
Nè lo è stato l'ordinante l'incarcerazione di Alice, il giudice, che la ha incolpata di avere detenuto dieci chili (lordi) d'erba celandola nei pannolini dei bimbi. Sebbene anche lui certamente concausante l'eccidio.
Lui, peraltro, incarcerante senza che alcuno o alcunché glie lo imponessero, anzi benché molto glie lo vietasse, o comunque gli permettesse di non farlo (artt 1, 2 l. n 62 2011):
essendo prescritto che non si incarceri la madre di bimbi sotto l'anno, salve eccezionali esigenze di custodia (manifestamente assenti). Tanto meno se queste siano altrimenti soddisfacibili: offerto l’arresto domiciliare, é stato rifiutato.
Insomma, se il giudice aveva il potere, di incarcerare, non avendone il dovere, lo ha esercitato assai male, coinvolgendo inaccusati, per di più infanti, completamente inoffensivi e certo gravemente offendibili.
Non interrogato costui, non lo è stato nemmeno chi gli dette il potere di incarcerare chi non fosse ancora condannato. E il potere di condannare, e di incarcerare, chi maneggiasse erbe quasi fossero esplosivi, senza, ad un tempo, imporgli di condannare chi maneggiasse alcool o tabacco, micidiali assai più degli esplosivi (su base annua e mondiale).
Non è stato interrogato, quel legislatore, certo anch'egli concausante l'eccidio, malgrado avesse avuto la sfrontatezza di equiparare l'inequiparabile, erbe ed esplosivi, quanto a dannosità sociale; e la sfrontatezza di non equiparare, quanto a pena, alcool o tabacco ed erba (tutte sostanze ricreative, l'ultima anche sanitaria, ma le prime micidiali, si ricorda). Sfrontatezza di potere assoluto, di arbitrio puro, intollerante di subordinarsi a logica etica civiltà politica diritto, così come intollerante di ogni insubordinazione sociale. E di fatti nell'ultimo quarto del 'novecento ha dato avvio a persecuzione e sterminio delle neoculture giovanili "psichedeliche", divarianti o dissenzienti o disobbedienti, comunque altre dalla propria. La persecuzione e lo sterminio dei diritti individuali e collettivi sottesi, con inusitata violenza etnocida, poi estesa alle masse indistinte del consumo ricreativo e perfino sanitario.
Ebbene, nessuno dei predetti è stato interrogato sulla propria opera, se dovesse o potesse giungere a concausare quell’eccidio, o se dovesse fermarsi ben prima.
Cosicchè.
Alice approda ad una sorta di "terra dei Lestrigoni" (al pari degli sventurati erranti dell'Odissea come dei migranti contemporanei) recando l'erba di cui si nutre personalmente e di cui forse nutre i suoi bimbi convertendola in panni e cibo e riparo. Avendone diritto e dovere che esercita con ciò che ha (estranea, non per sua volontà, alla economia "legale", va alla "illegale").
Inoltratasi, è ghermita da un nugolo di armati; gettata in una cella con i bimbi in attesa del giudice, da costui giudicata passibile di annientamento personale, per la familiarità con l'erba (chi uccide l'erba?), è chiusa in carcere.
Lì essa è invasa da un tale sentimento di ingiustizia, “legale” ma sopraffattrice della giustizia umana; è ferita da un tale senso di tirannia, da divenire Medea tradita da Giasone smanioso di potere: nella tragedia euripidea.
Ed acquisisce una tale consapevolezza della legge giusta di contro alla legge ingiusta, da divenire Antigone, che la oppone alla tirannia di Creonte: nella tragedia sofoclea.
Per ciò, ella è cosi fieramente adontata, sdegnata, irata:
che, i bimbi, non li lascia in terra empia, quale Medea li allontana per sempre. E per sé, incarcerandosi senza fine, quale Antigone si avvia al suicidio.

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LEGGE PENALE ANTIFASCISTA E RITO FUNEBRE FASCISTA

Origine
1. All’avvento della Costituzione della Repubblica Italiana (1948), il partito che aveva “disciolto” (alla sua maniera...) quelli che la fondano e che sono da essa riammessi alla istituzione politica (art. 49 Cost), sconfitto, è bandito dalla dodicesima “disposizione transitoria e finale”, per la quale “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.
Il "Partito Nazionale Fascista” era stato disciolto con R.d.l. (regio decreto legge) 02.08.1943 n°704 (prima, con R.d.l. 29.07.1943 n°668, era stato soppresso il Tribunale speciale per la difesa dello Stato; poi, con R.d.l. 02.08.1943 n°705, erano stati soppressi la Camera dei fasci e delle corporazioni e con R.d.l. 09.08.1943 n°721 il regime corporativo).
Bandito, si diceva, nel senso che è interdetto dalla riapparizione sulla scena sociopolitica in qualsiasi forma e segno.
Che è interdetto dal neofascismo, fin dal minimo sintomo.
E, già allora, sotto minaccia di pena, dalla legge n 1546 del 3 dicembre 1947 (la Costituzione d R.I è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale qualche giorno dopo, il 27 dicembre): Norme per la repressione dell'attività fascista e dell'attività diretta alla restaurazione dell'istituto monarchico; è punito con pena detentiva:
Art. 1 - Chiunque promuove la ricostituzione del disciolto partito fascista, sotto qualunque forma di partito o di movimento che, per l'organizzazione militare o paramilitare o [...];
Art. 3 - Chiunque svolge attività fascista o attività diretta alla restaurazione dell'istituto monarchico, impedendo o ostacolando con atti di violenza o di minaccia o con [...];
Art. 4 - Chiunque, al fine di svolgere alcune delle attività prevedute negli articoli precedenti, promuove, forma, dirige o sovvenziona una banda armata di tre o più persone, è [...];
Art. 6 - Chiunque, per mezzo della stampa o in altro modo, pubblicamente istiga a commettere alcuno dei delitti preveduti negli articoli precedenti, [...];
Art. 7 - Chiunque esalta pubblicamente con i mezzi indicati nell'articolo precedente le persone e le ideologie proprie del fascismo o compie pubblicamente manifestazioni di [...];
La legge, posta a prevenzione del neofascismo, d’altronde, era stata preceduta da decretazione posta a repressione del fascismo (nelle sua passate attività), fin dal periodo monarchico (dopo il “25 luglio” e l’ "8 settembre" 1943), dai decreti luogotenenziali di Umberto II Principe di Piemonte, che concentrano le Sanzioni contro il fascismo nel Decreto Legislativo Luogotenenziale 27 luglio 1944, n. 159:
Art. 2 - I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver annullate le garanzie costituzionali, distrutte le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesse e tradite le sorti del Paese condotto alla attuale catastrofe, sono puniti con l'ergastolo e, nei casi di più grave responsabilità, con la morte.
Art. 3 - Coloro che hanno organizzato squadre fasciste, le quali hanno compiuto atti di violenza o di devastazione, e coloro che hanno promosso o diretto l'insurrezione del 28 ottobre 1922 sono puniti secondo l'art. 1120 del Codice penale del 1889. Coloro che hanno promosso o diretto il colpo di Stato del 3 gennaio 1925 e coloro che hanno eseguito o contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista sono puniti secondo l'art. 118 del Codice stesso. Chiunque ha commesso altri delitti per motivi fascisti o valendosi della situazione politica creata dal fascismo è punito secondo le leggi del tempo.
Art. 5 - Chiunque, posteriormente all'8 settembre 1943, abbia commesso o commetta delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato, con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore, di aiuto o di assistenza ad esso prestata, è punito a norma delle disposizioni del Codice penale militare di guerra.
Art. 8 - Chi, per motivi fascisti o avvalendosi della situazione politica creata dal fascismo, abbia compiuto fatti di particolare gravità che, pur non integrando gli estremi del reato, siano contrari a norme di rettitudine o di probità politica, è soggetto alla interdizione temporanea dai pubblici uffici ovvero alla privazione dei diritti politici per una durata non superiore a dieci anni.
Evoluzione
2. La Legge 20 giugno 1952, n. 645, nota come legge Scelba (dal nome del ministro dell’Interno del "Governo De Gasperi" che ne curò col vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Attilio Piccioni, la formazione e la emanazione), dà sfogo penale alla attuazione della dodicesima disposizione vietante la riorganizzazione del disciolto partito:
allestendone la prevenzione penale e dandone anzitutto la nozione:
Art. 1 - Riorganizzazione del disciolto partito fascista - Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.
Quindi vietando e punendo i collettivi (associazioni, movimenti, gruppi, in decrescente ordine di solidità interna) che, per fini, mezzi, modi delle loro attività potrebbero attuarla, incriminandone chi li promuova organizzi diriga o partecipi;
Art.2 - Sanzioni penali - Chiunque promuove, organizza o dirige le associazioni, i movimenti o i gruppi indicati nell'articolo 1, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni e con la multa da 2.000.000 a 20.000.000 di lire. Chiunque partecipa a tali associazioni, movimenti o gruppi è punito con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da 1.000.000 a 10.000.000 di lire .
Poi, temendo che ciò non basti a prevenire, vietando anche ai singoli “Apologia del fascismo”:
Art.4 - Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità indicate nell'articolo 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000. Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche.
Ed ancora, temendo che nemmeno ciò basti, vietando ad essi “Manifestazioni fasciste”:
Art. 5 - Chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste è punito con la pena della reclusione sino a tre anni e con la multa da 400.000 a 1.000.000 di lire.
Insomma, la legge accresce a tal punto la prevenzione della “riorganizzazione del disciolto partito fascista”, la prevenzione della organizzazione di ogni neofascismo, da vietare ai singoli, si diceva, prima che ai collettivi, quelle manifestazioni, predisponendo un “reato di mera condotta”, che sussiste per la sola conformità di questa al modello, che non richiede altro. Tanto meno richiede che, (quel)la condotta, possa concretamente portare alla riorganizzazione. E di fatti (pare strategicamente chiaro nella progressione vetativa appena esposta), il reato la reprime molto prima che appaia, che si materializzi, non appena ne affiori la astratta possibilità. In rivalsa della Costituzione della Repubblica antifascista sul fascismo e a stabilizzazione della sua vittoria (sono numerose anche le disposizioni penali repressive della monarchia sabauda e preventive del suo ritorno; qui sono omesse per restare al tema. Si nota incidentalmente che, per art. 10 della legge in esame: Norme di coordinamento e finali: Sono abrogate le disposizioni della L. 3 dicembre 1947, n. 1546, concernenti la repressione dell'attività fascista, in quanto incompatibili con la presente legge. La presente legge e le norme della L. 3 dicembre 1947, n. 1546, non abrogate, cesseranno di aver vigore appena che saranno state rivedute le disposizioni relative alla stessa materia del Codice penale).
Trattamento giudiziario
3 Il precedente rilievo è stato fatto per ben introdurre alla discussione sulla sentenza pubblicamente evocata dal (dolente) figlio del prof. T. a sostegno della liceità del rito funebre dedicato al genitore insieme con il collettivo organizzato (in associazione movimento o gruppo? in Partito..) detto Casa Pound.
E’ la sentenza (con altra da questa richiamata, vd dopo) n. 1382/14.12.2017 Cassazione penale, che giudicando delle manifestazioni di un collettivo (reputate dall’accusa) neofasciste, su ricorso proposto da Procuratore generale presso Corte d’appello di Milano, enuncia:
Secondo l'ipotesi accusatoria i predetti, in concorso tra loro, con altri soggetti per i quali si è proceduto separatamente e con numerose altre persone, rimaste non identificate, «partecipando in..., alla pubblica manifestazione commemorativa in ricordo di (omissis) e Consigliere Provinciale del di (omissis) militante del (omissis) e di (omissis) militante della (omissis) iniziativa promossa da alcuni appartenenti al partito (omissis) compivano manifestazioni usuali del disciolto partito fascista quali la "chiamata del presente", il cd. "saluto romano", l'esposizione di uno striscione inneggiante ai camerati caduti e di numerose bandiere con croci celtiche. In particolare.., (omissis) e (omissis) in piazzale (omissis) rispondendo alla ...[chiamata del presente] alzando il braccio destro effettuavano il "saluto romano"».
CONSIDERATO IN DIRITTO: Si è premesso in diritto che, alla luce degli interventi della Corte Costituzionale (sentenze nn. 74 del 06/12/1958 e 15 del 27/02/1973), la fattispecie penale in contestazione non colpisce tutte le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, ma solo quelle "che possono determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste in relazione al momento e all'ambiente in cui sono compiute" e tra queste non solo "gli atti finali e conclusivi della riorganizzazione" ma anche manifestazioni, espressioni, gesti, comportamenti, quali "possibili e concreti antecedenti causali di ciò che resta costituzionalmente inibito" e quindi "idonei a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste". Con la conseguenza……… che la suddetta fattispecie si configura come reato di pericolo concreto e che le manifestazioni del pensiero fascista e dell'ideologia fascista in sé non sono vietate, attese la libertà di espressione e di libera manifestazione del pensiero costituzionalmente garantite, ma lo sono solo se hanno i connotati di cui sopra e pertanto pongono in pericolo la tenuta dell'ordine democratico e dei valori allo stesso sottesi. B) nel caso di specie, benché incontestato che gli odierni imputati avessero preso parte ad una manifestazione pubblica in questione compiendo i contestati gesti usuali del disciolto partito fascista, si è ritenuto che queste condotte non realizzassero il pericolo sopra enunciato, per cui non integravano il reato di cui all’art. 5 I. n. 645 del 20 giugno 1952. Al riguardo, i giudici hanno ritenuto dirimente la natura puramente commemorativa della manifestazione e del corteo, organizzati in onore di tre defunti, vittime di una violenta lotta politica che ha attraversato diverse fasi storiche. A questo esclusivo fine, erano, dunque, dirette le condotte in contestazione senza alcun intento restaurativo del regime fascista. In questo senso depongono le modalità ordinate e rispettose del corteo, svoltosi in assoluto silenzio, senza inni, canti o slogan evocativi dell'ideologia fascista, senza comportamenti aggressivi, minacciosi o violenti nei confronti dei presenti, senza armi o altri strumenti. Si è in tal modo escluso che la manifestazione in esame, pur in presenza di ostentazione di simboli e saluti fascisti, avesse assunto connotati da suggestionare gli astanti inducendo negli stessi sentimenti nostalgici in cui ravvisare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista. Ciò a differenza di altri casi in cui la giurisprudenza di legittimità ha ravvisato, sulla base dei principi sopra indicati, gli estremi del reato in oggetto (il caso di chi intona "all'armi siam fascisti", inno considerato come professione di fede ed incitamento alla violenza; il caso di chi compie il saluto romano armato di manganello durante un comizio elettorale; il caso di coloro che dopo la lettura della sentenza compiono il saluto romano e gridano più volte la parola "sieg heil"). 2. Passando alle deduzioni in diritto, occorre rilevare che con sentenza n. 11038 del 2/03/2016, dep. 2017, Goglio ed altri, Rv. 269753, questa Sezione della Suprema Corte …..ha affermato il principio secondo cui il delitto di cui all'art. 5 della legge 20 giugno 1952, n. 645 (come modificato dall'art.ll della legge 22 maggio 1975, n. 152) è reato di pericolo concreto, che non sanziona le manifestazioni del pensiero e dell'ideologia fascista in sé, attese le libertà garantite dall'art. 21 Cost., ma soltanto ove le stesse possano determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste, in relazione al momento ed all'ambiente in cui sono compiute, attentando concretamente alla tenuta dell'ordine democratico e dei valori ad esso sottesi. 3. …….Il ricorrente (P.G ndr) trascura, però, che la richiamata pronuncia di legittimità muove proprio dall'interpretazione della c.d. legge Sceiba, offerta dalle sentenze della Corte Costituzionale sopra citate, ribadendo in proposito come «vada escluso che la libertà di manifestazione del pensiero possa andare esente da limitazioni lì dove la condotta tenuta risulti violatrice di altri interessi costituzionalmente protetti (si veda quanto affermato dalla stessa Corte nella sentenza n. 65 del 1970 in tema di apologia punibile e di tutela dell'ordine e sicurezza pubblica) e tra questi rientrano le esigenze di tutela dell'ordine democratico cui è preposta la disposizione transitoria in tema di divieto di ricostituzione del partito fascista...ma il fatto deve trovare nel momento e nell'ambiente in cui è compiuto circostanze tali da renderlo idoneo a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste... Non è, dunque, la manifestazione esteriore in quanto tale ad essere oggetto di incriminazione, bensì il suo venire in essere in condizioni di pubblicità tali da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione». Alla stregua di quanto considerato il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile.
A Confutazione (d'esso)
Senonchè (ovviamente ritratto questo scritto dall’approfondimento di varie questioni pur importantissime, e costrettolo ad obiezioni essenziali):
a) Le due sentenze della Corte Cost. richiamate da Cassazione (basti qui quanto ne ha riportato sopra questa Corte) non furono "di accoglimento", delle eccezioni di illegittimità costituzionale dell’art 5 della legge 1952 cit., ma furono di rigetto per infondatezza “nei sensi di cui in motivazione”. Cioè l’articolo non fu toccato, fu solo “interpretato”, dalla Corte. Per ciò esse non ebbero alcun effetto (ri)normativo d'esso, ebbero solo un effetto dissuasivo, delle Corti di merito e di legittimità, da interpretazioni contrarie a quella adottata (non vietate comunque, e per ciò lecite, e perfino capaci, mutate le prospettazioni, di convincere la Corte della loro legittimità costituzionale e di indurla a non reagire - con pronuncia di illegittimità costituzionale delle disposizione denunciata, usuale rimedio alla interpretazione deviante- ).

b) entrambe le sentenze trattarono manifestazioni di singoli , in art 5 cit, non manifestazioni di collettivi, in art 1 cit. ;
c) per ciò non calzavano al caso, in Cassazione, di manifestazioni di collettivi;
d) non calzava al caso nemmeno la sentenza di Corte Cost. richiamata dalle due omologhe predette, la n.1 17 gennaio 1957, anch’essa enunciante su manifestazioni di singoli, non di collettivi;
e) quindi la base giuridica premessa da Cassazione è falsa;
f) se Cassazione si fosse attenuta al caso proprio, avrebbe dovuto mobilitare il reato dei collettivi in art 1;
g) e quando lo avesse fatto (con un minimo di consapevolezza) avrebbe appreso che la “manifestazione esteriore di carattere fascista”, compiuta da un collettivo, lungi dall’imporre (l’accertamento de) il pericolo concreto (della riorganizzazione del disciolto partito fascista), lo riorganizza da sé, per il solo fatto di corrispondere al modello (vd chiarissimo l’art. 1). Perché reato di condotta, ma anche (stavolta, a differenza di quello in art. 5, sopra cennato) di evento (di riorganizzazione);
h) per ciò della “chiamata del presente” (in effetti, dipanando la formula: chiamata evocativa dell’assente come presente -ma ovviamente- quale fascista foriero di neofascismo…), che sarebbe commemorativa (a dire di Cassazione), non allusiva esortativa propiziatoria. O del “saluto romano”, che sarebbe neutro se non accompagnato dal manganello (lo fu durante il fascismo?): è da chiedersi esclusivamente:
sono manifestazioni? manifestazioni esteriori? manifestazioni esteriori di carattere fascista? manifestazioni di collettivi? Sono queste domande retoriche?
La risposta affermativa fornisce quanto occorre alla integrazione del reato in art. 1 cit.
D’altronde, il rito funebre della locale Casa Pound fu intriso di militarismo (militismo, da milizia) essenza del fascismo. Giacchè non ve ne è stata specie, moderna, che non sia sorta da militari (generali, colonnelli) o da civili vestiti da militari ( Mussolini, Hitler…). O antica, che non sia sorta da armati.
E’ il militarismo, peraltro, che vivendo internamente di autoritarismo, esternandosi (necessariamente) lo riproduce, fino al totalitarismo e all’assolutismo.
i) e comunque, quanto a (sostenibilità giuridica del) l’assunto delle suddette Corti per cui le manifestazioni di artt. 1 e 5 citt, dovrebbero preludere la “riorganizzazione del disciolto partito fascista…anche ad evitare la limitazione della libertà di manifestazione del proprio pensiero di cui all’art 21 Cost.":
da un lato esso non ha neppure intravisto la strategia preventiva della legge (sopra esposta) ed il conseguente vincolo interpretativo. Da altro lato ha frainteso valore e funzione infracostituzionali della dodicesima disposizione cit:
che bandendo (financo) il pensiero neofascista (ovviamente pubblico), quale pensiero politico controcostituzionale, (non è limitata dal ma) limita la libertà in art 21 cit. d’altronde “diritto del cittadino” (Cost. Parte I, Titolo I), dinanzi a diritto della repubblica antifascista (Disp. trans. cit);
l) ma quando le Corti, infine, si intestardissero a pretendere, negli artt. 5 e 1 citt, "pericolo concreto", allora pongano e valutino, fra le circostanze che lo accertino:
- le interviste al segretario nazionale di Casa Pound (quella di A.Trocino a S. Di Stefano: ormai siete sempre in tv e lei ha avuto molti ascolti. Siete stati sdoganati? «Siamo stati sdoganati dai risultati elettorali, da Ostia a Bolzano, da Lucca a Lamezia Terme…». Un paradosso per un fascista. Lei è fascista? «Certo. Siamo gli eredi della tradizione che dopo Rsi e Msi è stata interrotta da An». Il fascismo è stato regime, dittatura e alleanza con i nazisti. Una tragedia della storia italiana. «È stato certamente uno stato totalitario. Ma ci ha anche lasciato la tredicesima, il tfr, la cassa integrazione»).
- i “disegni di legge” di Lega e Cinquestelle, partiti al Governo e maggioranza in Parlamento, verso la abolizione delle “leggi antifasciste".
E si domandino in proposito:
se ciò che l’antifascismo combatte è il fascismo, non è fascismo ciò che combatte l’antifascismo?
Pietro Diaz

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“Mattarella dimettiti”: genesi e formazione del governo gialloverde

1. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri (art. 92.2 Cost). Così egli forma il Consiglio dei Ministri, composto dai suddetti, e costituisce il Governo della Repubblica (art. 92 cit.).
1.1. Se le nomine suddette (giuridicamente) estrinsecano un potere; se questo, oltre che positivo (il PdR nomina taluno, a PdC o a Min.) non fosse anche negativo (il PdR non nomina talaltro, a PdC o a Min.), sarebbe un dovere.
Ma in tal caso altri avrebbero il potere. Altri che non sarebbero PdR, e potrebbero essere chiunque. Ad esempio autocandidati alla PdC (Di Maio prima versione); o candidanti altri (Conte) alla PdC (Di Maio seconda versione, prima solo poi con Salvini). “Eletti dal popolo” sì, ma nessuno, rispetto al potere suddetto, alla sua funzione, al processo di formazione del Governo.
Altri per ciò arrogantisi potere mai avuto, usurpanti potere altrui (quello in art 92.2 cit.), extracostituzionali se non incostituzionali (e senza nemmeno sospettarlo, verosimilmente…).
2. Le nomine sub 1 estrinsecano cotanto potere, nel PdR, perché Capo dello Stato e rappresentante l’ unità nazionale (art. art. 87.1 Cost.), Tale perché eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri, a scrutinio segreto e (fino all’eventuale terzo scrutinio) a maggioranza dei due terzi. E perché eletto dal Parlamento nella unità inscindibile dei suoi membri (per la esplicazione di una serie di funzioni, in art 87 cit., fra le quali, appunto, quella in parola). E perché eletto dall’insieme degli eletti dal popolo, assai più rappresentativamente che se eletto dal popolo (Di Maio, Salvini e simili) pro quota.
2.1 Il Governo, d’altronde, è storicamente costola del Capo dello Stato (il monarca assoluto o relativo, o suoi equivalenti), che nel sistema parlamentare come il nostro esprime il PdC oltre i ministri a moderazione del proprio potere. Invece non moderato (smodato, Trumpista?) nel sistema presidenziale (sistema che peraltro potrebbe darsi de facto, benché moderato dal parlamentarismo di Mattarella: è il caso di Conte, che vive tenuto sottobraccio dai due viceministri che in effetti lo hanno nominato, vive in condizione, per ciò, costituzionalmente inidentificabile. D’altronde, visibilmente non dirige la politica generale del Governo…né mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo d’esso, né promuove o coordina l’attività dei ministri: contro l’art 95.1 cost.).
2.2.Da ultimo. Formato il Governo, come è noto, spetta alle Camere il responso, mediante dazione della fiducia (art 94.1 cost), (anche) sulla legittimità del procedimento. Responso che in specie la ha ritenuta… E ciò benché di essa non ve ne fosse neppure l’ombra, per quanto visto.
3. Più concretamente. I capi di due partiti, insieme “maggioritari” in Parlamento, hanno fra loro contrattato la nomina di Ministri e di PdC (oltre il “programma di Governo”). Con valore di obbligazione la hanno presentata al PdR affinchè ne prendesse nota e la ratificasse, sebbene ciò comportasse sostituzione nel suo potere, e hanno atteso. Il PdR (già professore di diritto parlamentare e giudice della Corte Costituzionale, dunque ben diversamente dai contraenti avveduto in materia) lo ha dissimulato ( “per ragion di Stato”?) ed è stato al gioco. Su una nomina tuttavia si è impettito, quella del ministro della Economia e Finanza, che ha respinto.
3.1. Il PdC “incaricato” (Conte) avrebbe potuto, anzi dovuto, proporre altro nome (tanto che lo farà al “reincarico”, qualche giorno dopo). In vece rinunzia all’incarico. E non appena il PdR ne darà comunicazione e anticiperà incarico ad altri, il capo di uno dei due partiti, in piazza (fisica e mediatica) aizzando il (suo) popolo, marcerà verso l’ ”impeachment” (la messa in stato d’accusa del PdR, che solo il Parlamento in seduta comune e a maggioranza assoluta dei suoi membri, e su istruzione penale di apposita Commissione, potrebbe ambientare e decidere: art 90.2 cost.): per “attentato alla costituzione” (il capo di un partito semi alleato, Meloni, evocherà “alto tradimento”, perché' il PdR avrebbe dato campo a “nazioni straniere”).
3.2. Contemporaneamente, “sui social”, quattrocento nuovi “profili” inopinatamente sorti erutteranno il più trucido attacco al potere (ed alla persona) del PdR, con eversiva intimazione “Mattarella dimettiti”. Il PdR frattanto ha incaricato PdC Cottarelli. Questi accetterà con riserva. La scioglierà negativamente, quando la campagna per l’impeachment rientrerà tatticamente, e poco prima del reincarico a Conte, il quale definirà il CdM sostituendo al MEF il ministro respinto. Nei giorni dal 27 al 31 del mese di maggio passato.
4. “Attentato alla Costituzione”, dal PdR che ha ripristinato il proprio potere di nomina di un ministro, per i restanti esercitato da altri? Pur se la fattispecie avesse mantenuto la latitudine originariamente prevista dai Costituenti a massima garanzia della legalità della funzione, a rendere possibile la repressione penale di ogni abuso presidenziale, essa sarebbe inapplicabile all’ineccepibile uso, del potere, fatto dal PdR (peraltro, la letteratura in tema ha, invero erroneamente per quanto detto, ritenuto che la fattiscpeie dovesse ricalcare quello in art. 283 cp: “attentato contro la Costituzione dello Stato”, assai meno lata, soprattutto dopo la riforma forzitaloleghista del 2006: L. n. 85).
4.1 “Alto tradimento”, fattispecie non meno lata della precedente (e così voluta dai Costituenti per la medesima suddetta ragione), anch’essa inapplicabile a quell’ineccepibile uso del potere, fatto dal PdR, qualunque “nazione straniera” (invero mitologata “dalla Meloni”) lo avesse contornato (peraltro, la fattispecie, nella letteratura in tema non riesce ad avere palpabili spoglie, tanto che, o è chiamata a ricalcare la precedente, contraddittoriamente; o a ricalcare improbabili fattispecie di diritto penale militare; o infine a calcare la violazione del “giuramento di fedeltà alla Costituzione”, prestato dal PdR al momento della investitura. Singolare, perciò, la fermezza concettuale “della Meloni”).
4.2. Dunque accuse pretestuose, intese tanto a rimproverare al PdR la sua (inattesa) ribellione all’interpartitico patto governativo quanto ad assoggettarne l’attività futura (Mattarella reincaricherà Conte e terrà a ministro, pur in altro dicastero, Savona). A conferma: accuse gestite in piazza, a fomentarne i linciaggi, accuse di rappresentanti del popolo paradossalmente soppressive dell’organo rappresentativo e delle sue prerogative, il Parlamento.
5. Reagisce la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, ravvisando il delitto di cui all’art. 277 del codice penale, per attentato alla libertà individuale del presidente della repubblica (e altro delitto, di “offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica”: art 278 cp) . Ma nel sistema del codice penale, la “libertà individuale” è libertà della persona (Libro II Titolo XII, Capo III, Sezione II). Laddove gli attacchi al PdR ebbero ad oggetto il suo potere, l’esercizio d’esso. la loro collocazione nella Costituzione, la relativa istituzione. Che altre disposizione del codice guardano, nello stesso Libro ma nel Titolo I, dei “delitti contro la personalità interna dello Stato”, di cui il PdR è parte. Ad esempio la disposizione, in art 289 cp, che incrimina “l’attentato contro organi costituzionali”, di chi compia atti violenti diretti ad impedire in tutto o in parte, anche temporaneamente, al Presidente della Repubblica l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferite dalla legge…. O la disposizione, in art. 287 cp., che incrimina l’”usurpazione di potere politico” (quello del PdR, sopra illustrato, da un “eletto dal popolo”. O, addirittura, la disposizione, in art 283 cit, che incrimina l’”attentato contro la Costituzione dello Stato”,, di chi, con atti violenti, commetta un fatto diretto a mutare la Costituzione dello stato o la forma di governo (la formazione di questo da parte di “eletti dal popolo” anziché dal PdR, e con sola ombra di PdC).
6. Si è richiamata la suddetta reazione, a precisazione della realtà giuridica. Ed allo scopo precipuo di mettere in scena un possibile “contrappasso”: il capo del partito più visceralmente giustizialista, giustiziabile a sua volta. Non certo allo scopo di circoscrivere all’ambito giudiziario la reazione, effettivamente politica, al sovvertimento in atto dei poteri repubblicani.

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C’è trafficante e trafficante… (liberamente tratto da un rapporto, su Il Dubbio, di Daniele Zaccaria).

1.Il Fentanyl è una sostanza stupefacente cento volte più potente della morfina e dell’eroina con cui viene mescolata. Chi l’assuma sovente ne muore (oltre 20mila morti negli Stati Uniti lo scorso anno).
Chi l’assuma, per ciò, tende al suicidio? Non sapendo perché vivere, in aggregati (dis)umani mortiferi?
E’ probabile.
E chi lo metta in circolo, per ciò, non ucciderebbe ma aiuterebbe il suicidio?
Ucciderebbe solo indirettamente, in collaborazione col suicida?
E’ verosimile.
Peraltro gli ordinamenti giuridici occidentali in genere liceizzano il suicidio (vietandone solo, si diceva, istigazione e aiuto).
1.1 Il Fentanyl da sessantanni è un oppiaceo sintetico, antidolorifico in minime quantità. E’ smerciato in concentrazioni molto più elevate, se non anche fabbricato, dai Cartelli della droga, ed è prodotto da alcune industrie chimiche.
2. L’altro ieri improvvisamente ha fatto la sua apparizione nello Stato del Nevada, eseguendo la condanna a morte di Scott Dozier, (ritenuto) responsabile di un duplice omicidio commesso nel 2002. La ha fatta in compagnia del Midazolam, un dolorifico convulsivante, atto ad inebriare di sevizie boia diretti e indiretti (le loro equipes), fan diretti (i parenti delle vittime) e indiretti (popolo dei media) e dispositori del pollice verso (procuratori e giudici).
Chi lo ha spacciato allo Stato suddetto? Di quale spacciatore esso è stato acquirente?
3. Sulle prime si è pensato ai Cartelli della droga. Anche perché le industrie chimiche o farmaceutiche, moralizzandosi, da qualche tempo respingono le commesse o le dissimulano (tanto più quanto più spudoratamente lo Stato ostenti quel che ne fa, travestendolo da atto di giustizia).
Poi, nel corso di una inchiesta indetta (dal gruppo abolizionista della pena di morte Reprieve e dall’Unione americana per le libertà civili: Aclu) a seguito del rifiuto del Dipartimento di giustizia dello Stato di comunicare in che modo avesse avuto il Fentanyl (e dopo la sua rimozione da un Tribunale che ha imposto l’esibizione delle fatture di acquisto della sostanza), si è scoperto che lo aveva avuto dalla Cardinal Health (il principale distributore negli Usa della molecola del Fentanyl).
Al quale fraudolentemente, come l’ultimo furfantello, aveva rivolto piccole ordinazioni (distanziate di almeno un giorno l’una dall’altra), perché non ne sospettasse la destinazione. Che tuttavia avrebbe avuto l’obbligo di dichiarare (come si vede, la illegalità dei Dipartimenti di Giustizia è assai maggiore di quella dei giustiziandi).
Peraltro, la legge americana permette solo a medici e istituzioni sanitarie di ottenere una licenza dalla Food and Drug administration per somministrare farmaci non programmati. Il Dipartimento di giustizia ha frodato anch’essa.
3.1 E così Dozier è avviato a lasciare la terra tra indicibili patimenti e convulsioni, per mano gaudente dello Stato del Nevada.
4. Nondimeno all’ultimo minuto l’avvio si è inceppato. Poiché ha alzato la voce la industria produttrice del Midazolam, la Alvogen, non appena ha scoperto che, la sostanza, le era stata carpita, con frode simile alla precedente, dal Dipartimento suddetto (dunque, carpitore di sostanze letali al recondito fine di uccidere, e di farlo con sevizie: il peggio dei “trafficanti di morte”, il più immorale e sleale, poiché anche il crimine ha un codice d’onore).
Tuttavia non cambierà molto, verosimilmente, se non la sofferta rinuncia, dei boia di Stato, all’ebbrezza delle sevizie nella esecuzione della pena. Dozier se ne andrà "sereno".
5. Ma, riprendendo il titolo, fra trafficanti extrastatali e trafficanti statali, una differenza c’è. Se i primi riforniscono di Fentanyl condannati a vivere che vorrebbero morire (in aggregati ove lo Stato medesimo è assassino). I secondi lo iniettano, su condannati a morte da essi stessi, che vogliono vivere.
Esattamente la differenza fra chi aiuta il suicidio e chi fa omicidio.
Pietro Diaz

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Il senatur…

Nella notte sull’11 marzo 2004 "umbertobossi", “già barista, fattorino, installatore di antenne, impiegato all’Aci, supplente, infermiere, finto medico, cantante” (così lo qualificarono M. Travaglio, P. Corrias e Renato Pezzini, in L’Illusionista”: Chiarelettere) e allora “senatur” nel parlamento italiano, in situazione tuttora misteriosa (a casa con moglie e figli, in un Motel con una avvenente cantante?) ha una emorragia cerebrale, un ictus, che lo lascerà deforme zoppo ipocinetico ipofasico ipofonico, ebefrenico. Lo lascerà (irreversibilmente e completamente) privo di capacità naturale, della facoltà di agire finalisticamente, un grumo di materia umana: inerme e inerte.
La qualità di parlamentare dovrebbe essergli revocata, insieme a quella di rappresentante legale della Associazione “Lega Nord” Partito, e a quella di suo Capo politico (quest’ultima non per obbligo di legge, opta il partito se tenere a capo uno così).
Affinché agisse giuridicamente dovrebbe essergli nominato un tutore, previa interdizione giudiziaria.
Senonchè siffatta condizione sarà accuratamente dissimulata o taciuta, anzi ne sarà simulato l’opposto. Egli continuerà ad essere e più volte a divenire “senatur”, mediante falsificazione implicita della capacità di elettorato passivo (oltre che attivo), della sua eleggibilità al Parlamento. E con ciò della condizione del mantenimento dei privilegi economici sociali politici (esorbitanti), fino alla esplicazione della funzione legislativa!
D’altronde la condizione, benché tragicomica, propizia consenso elettorale, al Partito, e rimborsi elettorali (un euro a voto).
E propizia altro. La schermatura della direzione effettiva del Partito rispetto a sgradevoli conseguenze di sue imprese, se illecite (non solo civilmente o amministrativamente) penalmente, perché duramente responsabilizzanti.
Ad esempio (l’ultimo della serie invero) la frode sui rimborsi elettorali, generanti indebito lucro di cinquanta milioni di euro, secondo una sentenza di un tribunale della Repubblica (in Genova).
Rispetto alla trama decettiva, “umbertobossi”, incapace di agire neutramente, tanto meno era capace di agire delittuosamente, per frode, che richiede intelletto.
Quindi, solo per anteposizione della sua persona il delitto risultò opera sua.
Dovendo necessariamente essere opera altrui, di membri del suo “cerchio magico” (o di questo al completo), organizzati e uniti nella strumentalizzazione del povero decerebrato. Se una inquadratura penalistica d’acchito non potrebbe rappresentarli quali “associazione per delinquere” (art 416 cp), comunque li rappresenterebbe quali effettivamente delinquenti con la frode suddetta (art 640 cp). E impunemente e conclusivamente lucranti i rimborsi elettorali (il “cerchio” essendo frazione del partito loro destinatario).
Chi in proposito ambisse ad altra prova, di ciò, potrebbe utilmente notare che:
il suddetto non si difese, nessuno lo difese, opponendo al processo la sua condizione clinica. Eppure a colpo d’occhio egli avrebbe potuto anzi dovuto essere dichiarato penalmente incapace di intendere e di volere per infermità di mente (art 88 codice penale), dichiarato non punibile per tale causa e prosciolto (art 530.3 procedura penale). Se, prima, il processo non fosse stato sospeso per la incapacità dell’accusato di parteciparvi coscientemente (art 70 ss cpp).
Ma ciò non accadde perché, altrimenti, la investigazione giudiziaria avrebbe puntato alla ricerca degli autori della programmazione organizzazione cooperazione direzione effettive del reato (art 112 n.2 cp), li avrebbe trovati e incolpati. Incolpati ovviamente in concorso con l’allora rappresentate legale (formalmente impegnato) del Partito, Bossi, tuttavia non punibile ex artt. 88, 111.1 cp.
E chi ambisse ad ulteriore prova potrebbe utilmente notare che Salvini, al tempo del processo rappresentante legale di Lega Nord, obbligato giuridicamente a tutelarla poiché offesa dal reato (lo proclama oggi mentre questua inverosimili e implausibili colloqui col presidente della repubblica al fine di spiegargli che la sentenza disponente confische del profitto del reato sarebbe stata “politica”), omise di costituirsi parte civile, di svolgere accusa privata nei confronti dell’accusato. Perfino nei confronti di “Belsito”, (osceno) contabile della attività delittuosa della Lega.
Dunque il processo a Bossi “capace”, coprì altri interessi e interessati.
Ma per la fraudolenta comune acquisizione del profitto del reato, lui e non altri, lui pur non dovendo per infermità, va accumulando condanne a pena pesantemente detentiva: a Milano per appropriazione indebita, con i figli, di parte dei rimborsi, a Genova per truffa d’essi.
Risiedono qui la facinorosità l’efferatezza e l’abiezione degli “scagnozzi”.
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