25 APRILE

1.Addì 25 aprile 1945 Berlusconi S. è nato da qualche anno, figlio, forse già ambizioso, di un militare che, con la famiglia, quel giorno, si è tenuto lontano da Milano, occupata dai nazisti del Terzo Reich e dai fascisti (non Savoia ma) repubblichini di Salò e attaccata dai partigiani del CLNAI (comitato liberazione nazionale Alta Italia).
E certo è colpito dalla ignominiosa fuga dalla città, verso Como, del duce B. Mussolini, travestito meschinamente da soldato tedesco, per scampare ai partigiani che lo cercano.
Quel giorno, per di più, questi espelleranno dalla città, dopo averlo fatto in altre del Norditalia, gli occupanti nazifascisti. E dopo due giorni, il 27 aprile (anniversario dell’assassinio mussoliniano di A. Gramsci!) cattureranno e (il giorno 28 di pomeriggio) fucileranno sul posto il fuggiasco.
Impressionato dall’insieme, quindi, quel 25 aprile Berlusconi lo terrà a mente, forse già presentendo che le sue future peripezie di profilico faccendiere gli daranno il potere di redarguirlo pubblicamente.
Accadrà dopo nemmeno un cinquantennio (un istante secondo il tempo storico!) quando, acquisita un’immane potenza mediatica dopo essere stato pronto a tutto per averla – anche il lecchino dei partiti governativi di qualunque sigla - la scaglierà travestito da “liberale” (dopo risalenti travestimenti hollywoodiani da tracotante boss della mala…) sul campo elettorale, per condurre fin dentro le istituzioni dello Stato formalmente antifascista, oltre sé stesso, il suo seguito. Composto dalla destra spontanea, quella neofascista finiana, quella razzista (e neofascista dichiaratamente armata) bossiana, e un pò di destra già travestita da democrazia cristiana.
Cioè per condurre, si diceva, dentro le istituzioni, le entità politiche specificamente o genericamente discendenti da quelle che ne erano state espulse dalla Liberazione simboleggiata il 25 aprile. Cioè anche a dispetto ed a smacco, a lungo meditati, di quel giorno.
Della celebrazione del quale difatti, dal 1994, esse iniziarono la contestazione o la diserzione (o la irrisione). Perchè non accomunava tutti, antifascisti e fascisti: così istigandone subdolamente la revisione storica. O perché celebrazione non di antifascisti ma di “comunisti” totalitaristi (in Italia?!): così astutamente escludendone i non comunisti. O perché -edizione Salvini 2019- “derby tra comunisti e fascisti”: così escludendone gli antifascisti e soprattutto, spina nel fianco, gli antirazzisti. O per altre disparate ragioni.
Ognuna comunque rimuovente puntualmente, dalla celebrazione, la deplorazione del fascismo, la raccomandazione all’antifascismo e all’antirazzismo; (rimuovente) la sua istituzione quale discrimine operativo tra l’uno e gli altri, tra sfregio e annientamento dell’umanità difforme e l’opposizione militante ad essi (un decreto legislativo del governo italiano provvisorio, datato 22 aprile 1946, aveva dichiarato “festa nazionale” il 25 aprile per l’anno 1946. Poi si divisò di simbolizzare la Liberazione del Paese col 25 aprile che aveva liberato Milano e Torino. E con L. n.260/1949, proposta da Alcide De Gasperi in Senato l’anno prima, fu sancito quel giorno Festa Nazionale “anniversario della liberazione”).
Discrimine quindi altamente detettivo (non l’unico ovviamente), indispensabile da chi si fosse proposto di identificare, per debellarlo, il neofascismo. A riprova di ciò, ancora Berlusconi, suo ristatalizzatore, come visto, e disertore dichiarato, costante, annuale dal 1994 ad oggi, della celebrazione (egli d’altronde, ad ogni esordio in pubblico, a ben osservarlo, ha proteso romanamente il braccio destro fino ad ingessare le dita della mano. Talora perfino, evocativamente, da un predellino….). O anche, da ultimo, il trucemente miliziesco per tenute e per armi e ridondanze d’ogni genere neorazzinazifascista, Salvini, disertore esplicito della celebrazione trascorsa. Per di più, in spedizione pulitiva “della mafia” a Corleone, certo non dimentico dello “stile Mori”, il “prefetto di ferro” inviato in Sicilia da B. Mussolini con espresso mandato di pulizia etnica della mafia: all’ultimo sangue.
2. Il 25 aprile celebratamente antifascista, dunque, ha tutta la capacità semiologica di identificare il neofascismo. In specie berlusconiano. Difforme, certo, da quello mussoliniano, ma solo nei “fenomeni” non nelle essenze.
Qui è impossibile osservarle tutte, ovviamente, anche solo per cenni. Ma se ne consideri un paio, bastante a denotare la qualità culturale di ogni altra.
All’avvento di Berlusconi e del suo seguito, crescerà a dismisura la legislazione razzista - emulativa concettualmente, e in parte materialmente, di quella del “ventennio” -, drasticamente abolitiva dei diritti costituzionali dello straniero, ma anche del cittadino (vd alla fine). Crescerà nella stessa misura, ad un tempo, la legislazione penale e procedurale, abolitiva di (quasi) tutti i diritti costituzionali individuali e collettivi del cittadino (e dello straniero). Perchè?
Perché diritti, tutti gli ordetti, resistenziali, portati e consegnati alla Carta dalla Resistenza antifascista. E a maggiore smacco e sopruso, aboliti con legge ordinaria (per di più decretazione governativa convertita dal parlamento sulla fiducia), anziché con legge di revisione della Costituzione (come dovuto per art 138 Cost!).
Con siffatta legislazione, ad un tempo, saranno sabotati i principii del diritto e della scienza penali illuministici e torneranno a fondersi reato e peccato, reato e reo, reità individuale e collettiva; e a convivere reità del fare e del modo d’essere e del solo pensare o del mero stile di vita. Quest’ultima reità, d’altronde, in piena rievocazione del diritto penale nazionalsocialista del Terzo Reich, sebbene (paradossalmente) allora incondiviso dal coevo diritto mussoliniano; ora tuttavia rimosso dal berlusconiano!
E, nella sterilizzazione dialettica e la mortificazione operativa della Opposizione politica, sarà, con ciò, fascisticamente accresciuta la potenza, sociale e militare, degli organi della inquisizione e della punizione, della “prevenzione” e della repressione, “della legge e ordine”. Cioè dei poteri sociali quanto più possibile umiliativi assoggettativi annientativi, dell’umanità sottostante (conformemente alla teoria della organizzazione sociale fascista)..
La spettacolare crescita la porterà, com’è ovvio, al predominio culturale: con “prime notizie” delle sue imprese su tutti i Media, spacciate per referenti unici dell’esistente.
3. Come si vede nel poco che si è narrato e richiamato, celebrazione o diserzione e contestazione e irrisione del 25 aprile molto possono dire e implicare.
Visibilmente, la mortificazione della Liberazione resistenziale dal fascismo e dal razzismo, della vittoria dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Da un neofascismo ancora tragicamente "africano" (Iraq, Libia) e squadristicamente italiano (G 8 di Genova: “Scuola Diaz” e innumerevoli altri assalti), non molto diversamente dal fascismo.
Così che oggi le sue prime istituzioni sono nelle mani della organizzazione di chi, penetrandole, chiese riconoscenza per avere inibito l’avvento di Alba Dorata (Grillo, che, quindi, avrebbe avuto il controllo della formazione internazionale neonazifascista! Grillo che, d’altronde – 2013-, proclamò che il 25 aprile “era morto”….). E nelle mani della organizzazione di chi, di formazione politica su base etnica (etnia “padana”, indigena, dialettale, prescolare, civicamente sottosviluppata, e –ovviamente- esclusivistica), perversamente portato ad etnizzare ogni altro aggregato umano, cittadino o straniero, che ravvisi o che tema competitivo, ha maturato un razzismo ferale, da pulizia etnica dentro e fuori “i confini della patria”. E spregiudicatamente statalizzatolo, lo esercita.

Pietro Diaz

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