3 – 12 – 2008

Oltre novanta Paesi incriminano la omosessualità, dodici sono negli Stati Uniti di America, qualcuno la punisce con la morte.Nessun altro Paese li punisce, o processa per crimina contro l’umanità, o per genocidio.Lo Stato del Vaticano nuntiat gaudium magnum.
Mediaset avrebbe denunciato davanti organismi europei, or’è un anno, il privilegio fiscale di Sky, invano, oggi il governo Berlusconi lo abolisce, non c’è un nesso, il suo incredibile capo lo afferma, anzi nega di avere saputo alcunchè, sarebbe stata opera di suoi ministri, evidentemente infedeli o incapaci se non gli hanno neppure ventilato che stavano per rovesciargli addosso il più eclatante abuso di Potere Pubblico ( art.323 c.p. , con vantaggio patrimoniale suo e danno del concorrente….., per lo meno).Finalmente dopo ventanni di nuovo codice di procedura un Tribunale sardo dichiara inamissibile la lista dei testimoni di accusa del pubblico ministero perchè priva delle circostanze sulle quali avrebbe deposto, finalmente è stato vietato al pubblico ministero quando da ventanni abusando platealmente del suo “potere forte” si permetteva, speriamo che il divieto si diffonda, ben oltre il caso di specie, che vede accusati numerosi agenti pubblici per violenze varie a detenuti ….  Solo  udendolo alla radio interrogato quale “testimone assistito” nel processo per il sequestro di Abu Omar, nel quale era giornalista per conto dei sequestratori, i Servizi Segreti, apprendo che tal Renato Farina, sarebbe divenuto “onorevole”, deputato al parlamento alle ultime elezioni per conto del “partito della libertà”…….

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25 – 07 – 2008

Fallisce la conclusione, che “l’unica strada” sia “riaprire Pianosa e l’Asinara”, il procuratore nazionale antimafia (che per  per interloqure come fa, dovrebbe appellarsi incessantemente al ventunesimo articolo della costituzione), posta la premessa, sragionante (sragionamento  persecutorio del persecutore), che ogni emissione di chi sia totalmente segregato sia una comuincazione in codice, e, comunque, sia atto o azione delittuosa, di qualsiasi delitto (eccetto quello, di emissione stessa  che “il 41 bis”,  contro il  principio di legalità,  si incarica informalmente di punire):la conclusione dovrebbe sostenere non quella “strada”, bensì quella della eliminazione fisica del comunicante segregato, della pena di morte, per intenderci, eseguita la quale….In tale fallacia “conclusionale”, del procuratore, d’altronde, sta “l’intervallo lucido”, che opportunamente occulta il pensiero reale, la lucidità intermittente che inibisce la scomparsa totale della civiltà giuridica…

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Scilipoti, il manifesto fascista

Interi brani del testo programmatico dei Responsabili sono copiati di sana pianta da quello redatto nel 1925 per il partito di Mussolini. Leggere per credere

(06 aprile 2011) I copia-incolla, si sa, sono ormai frequenti in tutti i mestieri: dagli studenti che fanno la ricerca con un paio di clic su Wikipedia ai giornalisti pigri che si ispirano qua e là per la Rete. Quello che ha fatto il parlamentare Domenico Scilipoti, l’ex dipietrista diventato l’instancabile anima dei Responsabili, supera però ogni aspettativa.

La scoperta originaria, pare, è di Antonio Scalari, che ha postato questo semplice confronto sulla sua pagina Facebook:

Dal manifesto del Movimento di Responsabilità Nazionale di Domenico Scilipoti

Responsabilità Nazionale è il movimento recente ed antico dello spirito italiano, internamente connesso alla storia della Nazione Italiana. Responsabilità è politica morale.

Una politica che sappia coinvolgere l’individuo a un’idea in cui esso possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà, il suo futuro e ogni suo diritto.

Responsabilità di Patria è la riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà.

Responsabilità è concezione austera della vita, non incline al compromesso, ma duro sforzo per esprimere i propri convincimenti facendo sì che alle parole seguano le azioni.

Dal manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile:

Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre. …. un’idea in cui l’individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto Codesta Patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni.

E’ concezione austera della vita, è serietà religiosa [… ] ma è duro sforzo di idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che siano esse stesse azioni.

Un caso? Piuttosto improbabile. resta solo da chiedersi come sia saltato in mente a Scilipoti di prendere un manifesto fascista e di farlo diventare, con un po’ di correzioni, il testo base del manifesto dei Responsabili.

(notizia tratta dall’Espresso )

Gli sta bene a Giovanni Gentile, al suo tragedico individualnazionalismo, al suo spiritualismo sordo alle domande materialistiche della realtà, reincarnati in “Scilipoti”, e nel pubblico ministero Di Pietro, sua guida spirituale..

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Sentenza storica in Germania: se il carcere non è dignitoso, il detenuto va liberato.

Sentenza storica in Germania: se il carcere non è dignitoso, il detenuto va liberato
A proposito di diritti
Patrizio Gonnella*

La Corte Costituzionale tedesca, con una sentenza storica, obbliga le autorità penitenziarie del Paese a rilasciare un detenuto qualora non siano in grado di assicurare una prigionia rispettosa dei diritti umani fondamentali. Si tratta di una decisione giudiziaria che rovescia una giurisprudenza precedente molto più cauta e che nella gerarchia dei valori costituzionali ritiene di anteporre il valore della dignità umana a quello della sicurezza.

Il caso riguardava un detenuto originario del Nord-Reno Westfalia. Costui era stato rinchiuso durante la sua carcerazione per 23 ore su 24 in una cella di 8 metri quadri con annessa toilette non separata da alcun muro divisorio. Il detenuto doveva condividere lo spazio con un’altra persona; per cui ognuno di loro aveva a disposizione solo 4 metri quadri, bagno compreso. In quelle condizioni c’era stato 151 giorni. Gli era consentito farsi la doccia solo 2 volte alla settimana. Inoltre, la persona con cui condivideva la cella era un fumatore e ciò, a dire della Corte, aggravava la qualità della vita.

Il sistema penitenziario tedesco è organizzato su base federale. La Regione – alla quale egli aveva fatto ricorso – gli aveva dato torto. La Corte Costituzionale federale gli ha invece, lo scorso 9 marzo, dato ragione. Secondo i giudici supremi tedeschi non si può vivere in meno di 6-7 metri quadri.

Se lo Stato non è in grado di assicurare una simile minima condizione detentiva allora dovrà in extrema ratio rinunciare alla punizione e liberare i detenuti in surplus rispetto agli spazi disponibili. Di conseguenza i detenuti che vivono in condizioni simili a quelle descritte potrebbero richiedere l’interruzione, oppure il rinvio della pena.

La decisione tedesca – più radicale nei contenuti rispetto ad analoghe prese di posizione di corti nazionali di altri paesi – di fatto apre la via alle liste di attesa penitenziarie che già sono state realizzate in altri paesi del nord Europa.

Il governo norvegese, oramai 25 anni fa, così intitolò il piano di edilizia penitenziaria “ridurre le attese per scontare la pena”. Era ovvio per il governo scandinavo non incarcerare persone alle quali non potesse essere assicurato un posto letto. Le liste di attesa per detenuti sono un’invenzione norvegese. Se non c’è posto in carcere si aspetta a casa che il posto si liberi.

Poi sono arrivati il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e la Corte europea sui diritti umani a fissare gli standard ineludibili di vita penitenziaria, tra cui i metri quadri che ogni detenuto deve avere a disposizione affinché lo Stato non incorra in trattamenti inumani e degradanti.

I giudici di Strasburgo hanno nel luglio del 2009 condannato l’Italia perché nel caso Sulejmanovic (detenuto di origine bosniaca) aveva costretto un prigioniero a vivere in meno di 3 metri quadri e ciò secondo i giudici europei costituisce una ipotesi di violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani del 1950 che proibisce la tortura. Da allora centinaia sono stati i ricorsi presentati alla Corte che da un momento all’altro dovrebbe iniziare a decidere a riguardo.

D’altronde la Germania – ove è stata presa una decisione che ben può essere definita epocale – ha un tasso di affollamento inferiore al 90%, ossia ha più posti letto che detenuti. L’Italia è messa molto peggio: ha un tasso di affollamento che sfiora il 150%. In Europa siamo superati solo da Bulgaria e Cipro. Anche per questo è stata avviata dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, presieduta da Pietro Marcenaro, una indagine conoscitiva sulla situazione delle carceri in Italia. Martedì scorso sono iniziate la audizioni.

*Articolo pubblicato su Italia Oggi
18 marzo 2011

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Finché morte non ci liberi

Finché morte non ci liberi
Ergastolo ostativo: detenzione senza sconti. E senza recuperi.
di Silvia Zingaropoli

Dicono che in Italia l’ergastolo vero, quello «per tutta la vita», in realtà non esista. Dicono che «più di 15/20 anni di galera, alla fine, in Italia non se li fa nessuno». Dicono anche che, in Italia, la certezza della pena non sia di casa. Dicono tante cose, in Italia. Ma non dicono che proprio in Italia ci sono circa 1.200 detenuti che, in carcere, ci resteranno finché “morte non ci separi”.

PENA PER I REATI DI MAFIA. Nato negli anni ’90, quale dura risposta dello Stato alla rapida diffusione dei reati di mafia, l’ergastolo ostativo è appunto la pena prevista per tutti gli imputati condannati per associazione mafiosa. O meglio, non tutti.
L’ergastolo ostativo è previsto solo per chi decide di non collaborare con la giustizia. E a volte i motivi di tali reticenze sono legati a molteplici fattori, non sempre dati dalla malvagità dell’individuo.
Nonostante un apposito Comitato europeo, in passato, abbia duramente condannato questo tipo di pena in quanto «inumana e degradante», i vari governi italiani che si sono succeduti negli anni non hanno fatto alcun passo indietro. Anzi, il ministro Alfano ha più volte ribadito la sua volontà di riaprire le carceri di Pianosa e dell’Asinara, luoghi storici del cosiddetto “carcere duro”.
La storia di Alfredo e la ’subcultura’ siciliana

È il caso di Alfredo Sole, detenuto da più di 20 anni e attualmente recluso al carcere di Opera. Iniziamo col dire che, probabilmente, Alfredo da quel carcere non ne uscirà mai sulle sue gambe.
Dopo qualche trafila, riusciamo a comunicare con lui. Gli chiediamo di raccontarci la sua storia. «Il primo motivo per cui mi trovo in carcere», ci spiega, «è legato a quella subcultura siciliana (per fortuna oggi sempre meno presente) per cui le istituzioni vengono tenute fuori da tutto ciò che riguarda i problemi personali e familiari».

LA VENDETTA D’ONORE. Quella subcultura quindi, secondo Alfredo, farebbe sì che «vendicare l’uccisione del proprio fratello diventa una priorità personale, dove lo Stato deve restare fuori. La mia colpa è stata quella di avere quella mentalità».
Alfredo ci tiene anche a dire che non rifarebbe nulla di quello che ha fatto, ma non è «una risposta scontata» ha aggiunto. «Con il senno di poi comprendi che non era l’unica scelta. Distruggere altre vite, e di conseguenza la propria, non può essere un prezzo da pagare per soddisfare la propria sete di vendetta. Quella ’soddisfazione’ non è altro che illusione distruttrice».

PEGGIO DELLA PENA CAPITALE. L’ergastolo ostativo, ovvero, «una pena di morte con vesti civili», per usare le parole del nostro interlocutore. Infatti, ci spiega il detenuto, «una pena che uccide la speranza non può che essere peggiore della pena capitale. Pochi sanno che l’ergastolano ostativo non vedrà mai la luce». Perché è escluso dalla possibilità di usufruire dei benefici di legge.

NIENTE PERMESSI E BENEFICI. Permessi premio, semilibertà, libertà condizionale: sono tutti i benefici previsti dalla nostra Costituzione. Secondo la Carta, infatti, in Italia nessun essere umano dovrebbe scontare una condanna a vita o, come lo chiama Sole, un «fine pena mai». Invece «l’ergastolo ostativo viola l’art. 27 della Costituzione nella totale indifferenza sociale e istituzionale», ha spiegato.
«Venti anni di galera e non c’è ancora un piano trattamentale. Non c’è una osservazione per delineare la mia personalità. Dopo venti anni.. il nulla. Se questo non è abbandono, non saprei in che altro modo definirlo…». Che fine abbia fatto, dunque, il principio rieducativo della detenzione, nel caso dell’ergastolo ostativo, non si sa.
E secondo Alfredo Sole non è solo un problema di indifferenza da parte delle istituzioni, ma è un fatto anche legato alla carenza di operatori interni che possano porre la loro attenzione sull’uomo-detenuto.
«Alcuni mesi fa», ci ha raccontato, «feci istanza al magistrato di sorveglianza per una licenza premio. Mi aspettavo il rigetto con la solita novella dell’art. 41 bis (l’ostativo). Ma la motivazione di rigetto fu un’altra. Le riporto per intero la parte interessante: «(…) rilevato che manca il programma di trattamento di cui l’esperienza dei permessi premio costituisce parte integrante (…) Rigetta allo stato l’istanza». Manca il programma di trattamento dunque. E così si butta la chiave.

ERGASTOLO SENZA REDENZIONE. Se un ergastolano ‘normale’ sconta la sua pena nella consapevolezza che uscirà di prigione se avrà fatto un percorso carcerario ‘da manuale” (cioè buona condotta, partecipazione trattamentale, ecc), «un ergastolano ostativo sconta la sua pena nella consapevolezza che quel ‘fine pena mai’, qualunque sia il suo percorso carcerario, è reale. Non uscirà mai, almeno che non ceda al ricatto istituzionale». Ovvero, uscirà solo se deciderà di collaborare con la giustizia. E «la collaborazione è intesa come ‘metti qualcun altro al posto tuo’».

Domanda. Sole, non ha mai pensato di collaborare con la Giustizia?
Risposta. Non posso negare di averci almeno pensato. Sono entrato in carcere a 23 anni. Dopo qualche anno fui scaraventato al regime del 41 bis. Un nuovo tipo di carcerazione dove le torture psicologiche, le umiliazioni, le provocazioni, erano all’ordine del giorno e spesso anche della notte. In una carcerazione di questo tipo ti si presentano solo tre tipi di scelta: collaborare con la giustizia, il suicidio, l’ostinazione ad andare avanti nonostante tutto e tutti. Io scelsi la terza, ma non senza aver considerato anche le altre due scelte.
D. Come si vive sapendo di non avere prospettive per il futuro?
R. Oggi sono un uomo di 43 anni con nessuna prospettiva per il futuro. Ma nonostante tutto credo di essere cresciuto andando verso un cambiamento totale della mia personalità. Nel momento in cui ho smesso di ‘giustificare’ le mie azione del passato, sono riuscito a comprendere gli errori della mia breve vita libera, anche se non mi sono riappacificato con me stesso. Difficile scontare una pena così in modo sereno.
D. Com’è la giornata-tipo di un ergastolano ostativo?
R. Prima di risponderle come si sviluppa la mia giornata, deve conoscere cosa è ‘un giorno’ per un ergastolano. Per chi deve scontare una breve condanna, il trascorre di un giorno è per lui molto importante perché da conteggiare. Chi ha una condanna più o meno lunga conta i giorni e i mesi. Chi ha una condanna all’ergastolo conta gli anni, come se fossero mesi. Una giornata per l’ergastolano non è contabile, è inesistente, così come lo sono le settimane. Una giornata è sempre uguale a se stessa negli anni. È una frazione di tempo nell’infinito.. cioè.. nulla».
D. Il nulla…
R. Io trascorro il mio ‘nulla’ dividendomi tra gli studi universitari di filosofia e la corrispondenza con l’esterno. Tutto il resto è ‘automatizzato’. Non ci sono sviluppi, ci sono solo gesti ripetuti da venti anni. Anche questa inutilità giornaliera imposta al detenuto fa parte di quella che io definisco ‘filosofia spersonalizzante”.
D. E poi cosa resta?
R. Poco o nulla. Senza un vero ‘percorso’, il carcere resta solo una discarica sociale.

Domenica, 27 Marzo 2011

( http://www.lettera43.it/attualita/10525/finche-morte-non-ci-liberi.htm )

“Tra i primi fervidi e impassibili torturatori del “41 bis”, prontamente spostatosi (politicando con i DS, da “pubblico ministero” esemplare), al sottosegretariato al ministero della giustizia per poterlo essere più direttamente; oggi, emarginato nella politica, si ostina a farlo nella finzione, regista e sceneggiatore e attore, delle glorie di quella tortura, minacciosamente inasprita dal titolo dello spettacolo (che al momento colonizza la supina isola di Sardegna): “chi ha paura muore ogni giorno”…

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Lampedusa, visita di Le Pen e Borghezio Lei: «Assistere i migranti solo in mare»

Associazioni, cittadini e studenti hanno contestato i due politici: annullata conferenza stampa per evitare tensioni

PALERMO – Questa mattina sono giunti in visita a Lampedusa l’europarlamentare leghista Mario Borghezio e la leader del Front National francese Marine Le Pen. L’intento annunciato dai due politici è quello di rendersi conto personalmente della situazione di grave emergenza che sta vivendo Lampedusa in seguito agli sbarchi di clandestini provenienti dalle «zone calde» del Nord Africa. Con il miglioramento delle condizioni climatiche e marittime proprio oggi un nuovo flusso di migranti si è riversato sull’isola. Nella tarda mattinata è infatti giunto il primo dei barconi avvistati nelle ultime ore nel Canale di Sicilia. A bordo una settantina di persone, in buone condizioni di salute. In mare sono state avvistate almeno altre cinque imbarcazioni che approderanno in giornata a Lampedusa.

SIT-IN E CONTESTAZIONI – Le Pen e Borghezio sono stati accolti in aeroporto dal sindaco Bernardino De Rubeiis. I due hanno poi visitato il centro di accoglienza di Lampedusa. Assieme all’accoglienza del sindaco lampedusano anche quella non entusiasta di cittadini, studenti e associazioni che hanno effettuato un sit-in davanti l’aeroporto di Lampedusa e mostrato striscioni di contestazione nei confronti dei due politici. Proteste anche al centro di accoglienza dove un gruppo di manifestanti, militanti dell’associazione Ascasa e di Legambiente hanno urlato slogan contro Le Pen e Borghezio: «Lampedusa non è razzista» e mostrato alcuni striscioni: «Non sei benvenuta madame Le Pen», «Madame Le Pen dégagez avec Borghezio», «Liberté-égalité-fraternité aussi paour les sans-papiers», «Il mondo è a colori – fatevene una ragione».

TENSIONI TRA POLIZIA E MANIFESTANTI – La polizia, in tenuta antisommossa, ha creato due ali protettive per evitare il contatto tra i manifestanti e l’auto che accompagnava Le Pen e Borghezio nella loro visita al centro d’accoglienza. Proprio per la presenza dei manifestanti è stata annullata la conferenza stampa prevista in municipio e i due politici hanno incontrato i giornalisti davanti al cancello del centro di accoglienza, presidiato in ogni angolo da polizia e carabinieri. Tra le forze dell’ordine e i manifestanti ci sono stati attimi di tensione quando la polizia ha tentato di togliere uno striscione, ma il parapiglia è stato evitato dopo che un ambientalista ha garantito che avrebbero rispettato il patto di non impedire il passaggio dell’auto con Le Pen e Borghezio.

LE PEN: «SOCCORRERE I MIGRANTI IN MARE» – L’esponente dell’estrema destra francese parlando con i giornalisti a conclusione della sua visita al centro d’accoglienza di Lampedusa ha dichiarato che sarebbe opportuno soccorrere i clandestini in mare, facendo arrivare attraverso le navi acqua e alimenti evitando in questo modo il loro sbarco nell’isola. «Invece di accoglierli a Lampedusa l’Italia dovrebbe inviare le navi con acqua e alimenti e assistere i migranti in mare, evitando che sbarchino nell’isola». E ha aggiunto: «L’Europa non può accoglierli tutti, ci sono già 7 milioni di disoccupati. Ci farebbe piacere prenderli tutti nella nostra barca ma non è così grande, andremmo a fondo tutti e due noi e loro: aggregheremmo miseria a miseria».

BORGHEZIO – Sulla sede in cui creare l’Agenzia europea per il dritto d’asilo, l’eurodeputato della Lega Nord, Borghezio, si è espresso per Lampedusa contro l’ipotesi Malta proposta da Catherine Ashton: «Noi sosteniamo le Ong che propongono la candidatura di Lampedusa». «Europa svegliati, ma non con i baciamano, ma con aiuti seri alle popolazioni del nordafrica», ha aggiunto, «dall’Unione europea aspettiamo fatti, va bene per esempio il cosiddetto piano Marshall, ma va attivato in fretta». Riguardo al «baciamano» del premier Silvio Berlusconi al leader libico Gheddafi, Borghezio, rispondendo a una domanda dei giornalisti, ha detto: «Penso quello che pensano molte persone, non dico altro».

LUMIA E BONIVER – Il senatore del Pd Giuseppe Lumia definisce la visita dei due politici a Lampedusa come mera propaganda per il proprio tornaconto politico. «Non abbiamo bisogno della propaganda razzista e xenofoba di personaggi come Le Pen e Borghezio. La smettano di strumentalizzare il problema dell’immigrazione per bieco tornaconto politico e prendano esempio dai giovani di Lampedusa che hanno dato loro una grande lezione di civiltà, ribadendo l’accoglienza e la solidarietà della piccola isola».«Il fenomeno dell’immigrazione», aggiunge, «si affronta solo con una politica europea di sviluppo nei paesi di provenienza e di integrazione nei paesi di arrivo. Se oggi tutto questo manca è colpa del governo Berlusconi». «Fossi stata anch’io oggi a Lampedusa avrei fischiato la Le Pen», dure anche le parole della parlamentare Pdl Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen. La Boniver ha infatti parlato di fischi «salutari» per Marine Le Pen: «Questa straordinaria comunità alle prese con gli sbarchi ininterrotti ed un’emergenza palese dai contorni ancora indefiniti necessita di tutto tranne che di una lezioncina dall’ultra destra francese. Ancora una volta è prevalso l’antico spirito di accoglienza e solidarietà nei confronti di una massa di immigrati irregolari che dovranno trovare sistemazione in altri centri».

IL SINDACO DE RUBEIIS – Anche il sindaco di Lampedusa Bernardino De Rubeiis si è mostrato critico nei confronti delle affermazioni dell’esponente dell’estrema destra francese che ha sostenuto di dover aiutare i migranti «solo» in mare evitanto così che giungano sull’isola: «Chi parla di respingimenti non è gradito, non può mettere piede nell’ isola».

Valeria Catalano
14 marzo 2011

(Corriere del mezzogiorno)

“assistere i migranti solo in mare”, esortano, generosamente sacrificandosi, i due, migranti via terra, a Lampedusa, dalle aree politicamente più squallide e penose del centreuropa..

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Napoli: appello al Pd a sostenere De Magistris da avvocato diritti civili

Napoli, 3 mar. – (Adnkronos) – “Perche’ Luigi De Magistris no? Chiedo al Partito democratico di compiere per una volta un atto di umilta’ e di smetterla di tirare fuori dal cappello persone sconosciute ai piu’ che con Napoli hanno poco a che fare”. Lo ha detto l’avvocato napoletano dei diritti civili Elena Coccia, che ha rivolto un appello al Pd a candidare l’ex pm Luigi De Magistris a sindaco di Napoli. L’avvocato Coccia ha poi messo in “relazione la bella partecipazione dei cittadini alle primarie, indipendentemente dall’infausto esito di esse, con la grandissima manifestazione del 13 febbraio a Napoli promossa dalle donne. C’e’ una grande voglia di partecipazione che in questi anni ci e’ stata negata da quelle stesse persone che sono scese in lizza, fingendo di volere unire la sinistra ma in realta’ per dividerla -ha detto l’avv. Elena Coccia- Napoli ha bisogno di tutti noi, di Luigi De Magistris, bisogna includere non vietare”.
(03 marzo 2011 ore 21.04)

(repubblica Napoli )

Sono sopratutto gli avvocati, in questo caso perfino un (sedicente) “avvocato dei diritti civili”, a non cogliere l’essenza sociopolitica di un pubblico ministero, per di più in carriera infraistituzionale, per di più in compagnia di un suo simile (del quale è emulo), per di più, con lui, a capo di un partito politico “del sette per cento”.
Eppure, potrebbero coglierla più di chiunque, ed anzi chi, se non loro, dovrebbe sociopoliticamente farlo?
A meno che ne siano i cortigiani, i più impudenti (perchè, ad un tempo, infedeli al loro mandato sociopolitico).

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L’avvocato di Sakineh scrive ad Aki: ‘’Sono stato torturato selvaggiamente’’

Roma, 1 mar. (Adnkronos/Aki) – “Sono stato torturato selvaggiamente, ma non mi arrendo e non chiuderò gli occhi di fronte a tanta ingiustizia”. E’ quanto scrive Javid Houtan Kian, avvocato dell’iraniana Sakineh Mohammadi Ashtiani, in una lettera scritta dal carcere e indirizzata ad alcuni media internazionali, tra cui cita AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL. L’uomo, che secondo il Comitato internazionale contro la lapidazione è stato condannato a morte e rischia una impiccagione immediata, chiede in particolare che il suo messaggio arrivi al Vaticano, affinché si mobiliti sul suo caso.

All’inizio della lettera, consegnata clandestinamente a un suo contatto, Houtan Kian fa riferimento ad alcune testate internazionali che hanno seguito il caso Sakineh, tra cui Aki, Bbc, Le Monde e Voice of America, chiedendo che il suo messaggio sia portato anche all’amministrazione Usa, al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, a ong come Avvocati senza frontiere e a Mina Ahadi, presidente del Comitato contro la lapidazione. “Ho trascorso molti giorni in una cella in isolamento nel carcere di Evin a Teheran e da 15 giorni mi hanno portato di nuovo nel carcere di Tabriz, nella sezione per i tossicodipendenti e i malati di Aids”, scrive Houtan Kian, arrestato il 10 ottobre 2010.

L’uomo è finito in manette insieme a Sajjad Ghaderzadeh, figlio di Sakineh, e a due giornalisti tedeschi (questi ultimi liberati due settimane fa) che li intervistavano a Tabriz sul caso della donna condannata alla lapidazione per adulterio e complicità nell’omicidio del marito. L’avvocato scrive di avere “12 denti rotti” e “bruciature di sigarette sui testicoli”. “A causa degli evidenti segni delle torture che ho subito, non mi è stato concesso di farmi visitare da un medico”, scrive ancora l’avvocato, che in una serie di interviste ad Aki a settembre 2010 aveva chiesto una mobilitazione internazionale per salvare Sakineh. “Mia madre risiede da tempo negli Usa e, quando ha saputo del mio arresto è tornata subito in Iran – scrive ancora l’uomo – Ora è stata rinchiusa in un carcere del ministero dell’Intelligence, per evitare che rilasci interviste sul mio caso”.

Nella lettera, scritta su alcune pagine di un diario in cui i punti salienti sono evidenziati con l’inchiostro rosso, l’avvocato racconta la sua vicenda, ricordando che già suo padre nel 1980 è stato fucilato con l’accusa di aver collaborato con un partito di opposizione. Spiega che, dopo l’arresto a ottobre, ha trascorso una prima giornata nel carcere di Tabriz, per essere poi trasferito in aereo, con gli occhi bendati, a Teheran, “nella sezione 209 del carcere di Evin”.

Nel famigerato carcere della capitale, “sono stato condotto in un sotterraneo dove hanno iniziato a torturarmi – scrive Houtan Kian – Mi hanno spento una sessantina di sigarette tra le gambe e intorno ai testicoli”. “Nei primi due mesi di isolamento mi davano solo un pasto a colazione, di solito un pezzo di pane con del formaggio o tre datteri – prosegue – In questi mesi ho perso circa 50 chili. A causa delle percosse, ho perso 12 denti e ho il naso rotto, che ancora sanguina”.

“Molte notti mi conducevano nel cortile della prigione e, dopo essere stato bagnato con le pompe a pressione, ero costretto a correre per ore, restando nudo al freddo fino alle 4 del mattino. A quel punto mi portavano dentro per gli interrogatori – dice – Riportato a Tabriz, sono stato ricoverato nell’infermeria del carcere e i medici mi hanno detto che è un miracolo se sono ancora vivo. Ora mi trovo nella sezione 7 del carcere di Tabriz insieme a tossicodipendenti e malati di Aids”.

Le sue colpe, spiega, sono “aver difeso con coscienza e coraggio i miei assistiti, aver denunciato la corruzione della magistratura di Tabriz, aver svelato segreti di stato ai media stranieri, aver rivelato le vere ragioni della morte di attivisti come Zahra Kazemi e del giovane medico di Kahrizak, Ramin Pour-Andarjani, l’aver scritto articoli sulle ultime elezioni presidenziali, denunciando brogli”.

Tornando poi a parlare del caso di Sakineh, Houtan Kian scrive, nella lettera consegnata ad Aki dal Comitato internazionale contro la lapidazione: “Per questo incarico non ho chiesto alcun compenso. Mi sono anche occupato dei due figli di Sakineh, contribuendo alle loro spese”. Sul caso, “ho rilasciato diverse interviste a media stranieri, la prima a una giornalista svedese”. In merito a questa intervista, l’avvocato dice di aver scoperto in seguito che il traduttore era una spia.

Infine l’avvocato parla con rammarico di Sajjad Ghaderzadeh, figlio di Sakineh. Il giovane, anche lui incarcerato a ottobre, in un controverso documentario girato dalla tv ha ammesso, probabilmente sotto pressione, le colpe della madre. “Purtroppo, Sajjad ha accettato di diventare un collaboratore del ministero dell’Intelligence – conclude – fornendo dettagliate informazioni sul caso”.

( http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Lavvocato-di-Sakineh-scrive-ad-Aki-Sono-stato-torturato-selvaggiamente_311739462596.html )

Se la magistratura italiana carcera l’avvocatura (vd, tra altri, l’avvocato che aveva letto in aula la dichiarazione di un accusato di “mafia”) come quella iraniana, come distinguerle, sul piano della civiltà giuridica e giudiziaria?
lo sprovveduto (il complice involontario dell’una e dell’altra) risponderebbe:
carcera ma non tortura e sarebbe convinto di averle distinte (davanti l’opinione pubblica e sè stesso)…

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La Cassazione contro Luigi Tosti “Rimuovete il giudice anti-crocifisso”

Il Pg della Suprema Corte chiede la ratifica della decisione disciplinare del Csm, che aveva già rimosso il magistrato dal servizio. All’origine, la scelta di non celebrare le udienze nelle aule con il simbolo religioso. L’ex magistrato: “Ricorrerò a Strasburgo”

La Cassazione contro Luigi Tosti “Rimuovete il giudice anti-crocifisso” Il giudice Luigi Tosti
CAMERINO – Luigi Tosti, il giudice del Tribunale di Camerino rimosso dalla magistratura per il rifiuto di celebrare udienze nelle aule con il crocifisso, non può più far parte dell’Ordine Giudiziario. Questo il parere del sostituto procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, che ha chiesto ai giudici delle sezioni unite civili di respingere il ricorso presentato dalla difesa di Tosti alla Suprema Corte, contro la sentenza disciplinare del Csm che, lo scorso gennaio, aveva disposto la sua rimozione dalla magistratura.

Tosti è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio dal 2006, e successivamente allontanato dalla magistratura con il verdetto del Csm dello scorso gennaio. In totale si era astenuto dal trattare 15 udienze, tra il maggio e il luglio del 2005. In sede penale, però, Tosti è stato assolto in via definitiva dall’accusa di omissione di atti d’ufficio: la Cassazione, nel febbraio 2009, annullò senza rinvio “perché il fatto non sussiste” la condanna a sette mesi di reclusione e a un anno di interdizione dai pubblici uffici che la Corte d’Appello dell’Aquila aveva inflitto al giudice di Camerino. Per la Suprema Corte in quell’occasione la condotta di Tosti (sostituito da altri giudici) non aveva impedito lo svolgimento delle udienze.

La decisione degli ermellini avverrà soltanto con il deposito della sentenza che, per legge, è previsto entro un mese dallo svolgimento dell’udienza. L’ex magistrato dichiara di aver intenzione di proseguire
l’iter giudiziario: “Sono pronto a ricorrere alla Corte di Strasburgo se non avrò giustizia dalla Cassazione”, dice Tosti. “Non si può imporre a nessuno di subire una manifestazione di fede come quella dell’ostensione del crocefisso. Sono stato assunto in servizio in un tribunale laico e non ecclesiastico. La mia battaglia di libertà e laicità proseguirà nelle sedi opportune qualora il mio ricorso non dovesse essere accolto dalle sezioni unite”.

(08 febbraio 2011 da “La Repubblica” )

Il magistrato era stato assalito dal dubbio, da un lato, che la immagine della crocifissione del gesù (pena capitale, al tempo, esprimente la “giustizia” riservata ai miseri del bacino medirterraneo), issata nelle aule processuali, desse annuncio troppo realistico, una minaccia simbolica quasi, della sorte riservata ad ogni accusato (e la sua esperienza gli forniva numerose prove della ipotesi)….
da altro lato, che la immagine lasciasse trasparire che, come su quella crocifissione era stato edificato l’impero materiale e spirituale, armato e disarmato, del clero che, in duemila anni, aveva sottomesso, insieme ad ogni popolazione, ogni altro potere civile, così, su ogni “crocifissione”, quale simbolo della pena giudiziaria, fosse stato edificato, e consolidato ogni giorno, il corrispondente impero materiale e spirituale, armato e disarmato, della magistratura penale italiana…

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Il difensore che attacchi la prova d’accusa e’ un calunniatore da arrestare… la svolta “dialettica” del pubblico ministero…e la “parità delle armi”…

FOGGIA, sabato 5 febbraio 2011 – ORE 16.34
Duplice omicidio di Cagnano: avvocato in manette per calunnia

Un avvocato di 52 anni, Berardino La Porta, di Cagnano Varano (Foggia), è stato posto agli arresti domiciliari su disposizione del gip del Tribunale di Lucera Ida Morelli per i reati di favoreggiamento personale e calunnia. Il giudice ha accolto la richieste cautelare avanzata dal procuratore della Repubblica, Domenico Seccia, e dal pm inquirente Alessio Marangelli. L’arresto – a quanto è dato sapere – è legato all’indagine sul duplice omicidio degli allevatori Pietro e Sante Zimotti, fratelli di Cagnano Varano, assassinati il 7 dicembre 2010. La Porta era il difensore di Cosma Damiano De Gregorio, di 47 anni, arrestato assieme ad altre persone perchè ritenuto responsabile del duplice omicidio dei due fratelli. Secondo l’accusa, l’avvocato avrebbe accompagnato in procura, dopo l’arresto di Cosma De Gregorio, uno dei testimoni dell’accusa che avrebbe ritrattato le dichiarazioni fatte in precedenza, accusando i carabinieri di aver verbalizzato accuse da lui mai fatte. La Procura ha ritenuto che La Porta abbia preso parte attiva alla ritrattazione del testimone, tanto da chiedere al giudice l’emissione del provvedimento restrittivo. Il testimone è indagato a piede libero.

( http://www.teleradioerre.it/news/articolo.asp?idart=61080 )

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I “rei senza reato”

I “reati di posizione” incriminano rei senza reato, rei non di avere commesso un fatto, di reato, ma di avere una, di essere in una, “posizione” ( prevalentemente etnica o sociale), rei, cioè, di avere “commesso sé stessi” (rei per “colpa di vita“, insegnò la scuola penale nazista).
Sono “reati di posizione” quelli di “accordo“, di “cospirazione“, di “gruppo“, di “riunione“, di “associazione“, di insiemi variamente denominati di rei, delinquenti esclusivamente di sé e su sé, stessi, di rei in quanto esistenti in quegli insiemi.
La legge penale italiana, con la sua applicazione giudiziaria, pullula di siffatti “reati”, anzitutto nel territorio centromeridionale del Paese, coinvolgendo pressoché esclusivamente “terroni” (le fasce economicamente più’ fragili della popolazione), poi (da qualche anno) nel territorio centrosettentrionale di esso.
In non più di venticinque anni (circa), dalla vigenza penale delle “associazioni di tipo mafioso“, per giunta estese, da un quindicennio, ai “concorrenti esterni” d’esse, decine di migliaia di persone, individui famiglie, quartieri urbani, tratti della popolazione, interi strati di popolazione, sono stati incriminati criminalizzati condannati incarcerati torturati (in “41 bis”), spogliati d’ogni avere (benché misero).
Di tale “storia”, del suo enorme urto sociopolitico, la Associazione vuole programmare e svolgere lo studio più profondo e istruttivo.
Iniziando, oggi, dalla comparazione della legge penale italiana a quella dei Paesi europei, asiatici, africani, “americani”… per accertarne conformità o difformità, porle in rapporto ai rispettivi sistemi geosociopolitici, trarre appropriate conclusioni.
La Associazione cerca volenterosi che intendano partecipare a questa (immane) ricerca ( i risultati saranno via via dibattuti ed editi).
Chi aderisca lo comunichi al sito della Associazione.

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Droga: Arrestato ingiustamente? Non ha diritto a riparazione anche se droga era detenuta per uso personale

<< Con la sentenza n. 27376 depositata il 14 luglio 2010, la Corte di
Cassazione ha stabilito che non ha diritto alla riparazione per il
danno subito dell’ingiusta detenzione, l’imputato che viene
ingiustamente detenuto per possesso di droga, anche se dopo il giudice
ritiene che il possesso di stupefacenti può configurarsi “uso
personale”. Secondo il giudizio della Corte che ha quindi negato la
riparazione per l’ingiusta detenzione, il legislatore ha attribuito a
questa condotta una connotazione negativa, pertanto l’imputato,
quand’anche detenga la droga a uso personale, non ha diritto alla
riparazione per l’ingiusta detenzione. Secondo quanto si legge dalla
parte motiva della sentenza infatti la condotta attribuita al soggetto
“pur non costituendo reato, è comportamento cui l’ordinamento
attribuisce una connotazione negativa, configurandolo come illecito
amministrativo e predisponendo una complessa serie di interventi volti
al superamento, da parte del soggetto coinvolto, del problema della
tossicodipendenza. Deve dunque ritenersi pacifica la qualificazione in
termini di colpa lieve di un tale comportamento, che costituisce in
ogni caso violazione di legge” >>.

(Data: 02/08/2010 10.00.00 – Autore: Luisa Foti – Sito : www.studiocataldi.it)

Ma se l’ingiusta detenzione implica, soltanto e non più, ingiusto maneggio, dall’addetto, delle norme, sostanziali o processuali, sulla supposizione e rappresentazione della illiceità penale, che non sia ingiusto il maneggio, dall’addetto, delle norme, corrispondenti, sulla supposizione e rappresentazione della illiceità amministrativa, non potrebbe influire.
Altrimenti, la illiceità amministrativa giocherebbe come illiceità penale, tra i presupposti della esclusione della riparazione in parola.
Dunque in Cassazione nemmeno si vuole, o si riesce a, distinguere tra le categorie ordinamentali delle illiceità, e nemmeno si vuole, o si riesce a, cogliere, la rilevanza giuridica di esse…

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Costretta a 24 giorni di ingiusta detenzione una 45enne malata di Aids: lettera denuncia al ministro

da una notizia pubblica il 02/08/2010 sul sito www.riviera24.it :

“Una lettera al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per denunciare un episodio di malagiustizia con protagonista un’imperiese di 45 anni, M.B., costretta a subire 24 giorni di carcere, malgrado fosse malata di Aids, epatite C e altre patologie e malgrado fosse stata condannata, in contumacia, a 6 mesi di reclusione per molestie, senza poter partecipare al processo, perche’ la notifica dell’udienza e’ avvenuta quand’era in ospedale, cosi’ come la notifica dell’esecuzione della pena, avvenuta via posta, con lei sempre in ospedale. Promotore di questa denuncia e’ l’avvocato Mario Leone, di Imperia, che in questo modo ha inteso evidenziare una lunga serie di mancanze della Giustizia, legate alla medesima vicenda.

Investita sulle strisce, il 23 dicembre del 2009, la donna riporto’ una frattura biossea della tibia e della gamba destra; una contusione polmonare con fratture costali, un pneumotorace con versamento idrico e pleurico e altre patologie (tra cui un’enterite da clostridium difficile) – dovute in gran parte alle sue pregresse malattie – che la costrinsero a una lunga degenza in ospedale. Dimessa il 19 aprile del 2010, fini’ piu’ volte in ospedale. L’ultima, il 22 giugno scorso. L’8 febbraio 2010, tuttavia, avrebbe dovuto comparire davanti al giudice Emilio Varalli, di Imperia, a un processo per un vecchio caso di molestie, risalente al 26 novembre 2006 e riguardante una lite con la titolare di un ristorante.

Trovandosi in ospedale, pero’, la donna, ignara dell’udienza, venne giudicata in contumacia e condannata a 6 mesi di reclusione e 200 euro di ammenda. La sentenza, notificata a mezzo di postino e non tramite l’autorita’ giudiziaria, e’ diventata esecutiva ed e’ cosi’ scattato l’ordine di carcerazione, eseguito la notte del 2 luglio scorso. Malgrado fosse gravemente malata, il giudice ha chiesto alla Polizia di eseguire l’ordine e la donna e’ stata portata presso la sezione femminile del carcere di Pontedecimo. Nel frattempo (parliamo del maggio scorso) il suo avvocato presento’ alla Corte di Appello, di Genova, un’istanza di remissione in termini, per l’impossibilita’ dell’imputata di partecipare all’udienza per molestie, dovuta al fatto che era in ospedale.

Istanza che e’ stata accettata soltanto, il 29 luglio scorso e grazie alla quale l’imputata e’ potuta tornare a casa, sebbene in pessime condizioni di salute aggravate dalla detenzione in carcere. ‘Contestiamo il fatto che la notifica della sentenza sia avvenuta via posta e non tramite autorita’ – spiega l’avvocato Leone – ma contestiamo anche il comportamento del magistrato di sorveglianza che ha voluto tenere in carcere una donna malata di Aids e altre patologie. Senza contare che, giunta in penitenziario, gli agenti le avrebbero imposto di non riferire nulla, alle altre detenute, delle sue condizioni di salute, altrimenti sarebbe scoppiata una rivolta. Proprio per questo motivo l’avrebbero segregata in una cella, senza neppure farla uscire per l’ora d’aria, altrimenti avrebbe potuto parlare. Inoltre, per tenerla buona, l’avrebbero sedata con potenti psicofarmaci, senza farle seguire come si deve la sua terapia. Al momento di portarla in carcere e di scarcerarla, inoltre, non hanno neppure voluto chiamare un’ambulanza, nonostante non si reggesse in piedi’.

Dal carcere di Genova, la donna e’ uscita in stampelle ed e’ dovuta andare alla stazione di Pontedecimo, in taxi, a proprie spese. E’ cosi’ tornata in casa, per finire di nuovo in ospedale. ‘Vogliamo che il ministro Alfano – ancora l’avvocato Leone – faccia luce su questa vicenda che non onora la Giustizia italiana’.

di Fabrizio Tenerelli ”

…tuttavia il postino ha cercato l’accusato, per notificargli l’inferno giudiziario, ma con l’uso che fanno i giudici, oggi, dell’art. 157 bis cpp, avrebbe potuto cercarlo nessuno, essendo stato, da quella norma (fatta su richiesta irrespingibile della magistratura) in quella prassi (promossa e battuta invariabilmente seguita dalla magistratura), incorporato l’accusato nell’avvocato, notificandosi a questo per quello, ignorandosi processualmente, tamquam non esset, come se non fosse, quello, se non avesse nemmeno il diritto di sapere come e perché la magistratura gli distrugge la vita… notificandosi all’avvocato per l’accusato anche se fosse stato revocato o avesse rinunciato, come tale, o come se avesse il dovere (legalmente inesistente) di fare lui a sue spese il messo notificatore, o, peggio, il nuncius dominicus, il messaggero dei capricci o dei castighi del padrone, o, peggio, della sua fine.. …

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Cassazione: sesso estremo con la moglie? E’ stupro anche se lei inizialmente lo accetta

<< Chiedere rapporti ‘particolari’ alla propria consorte mette a rischio di una condanna penale per stupro. L’avvertimento arriva dalla Corte di Cassazione secondo cui si tratta di violenza sessuale anche se lei, inizialmente, ha accettato quel tipo di rapporti. E’ quanto emerge da una sentenza (n.27587/2010) con cui la Suprema Corte ha confermato una condanna per violenza sessuale inflitta ad un 48enne che costringeva la sua compagna ad avere rapporti anali. Nella ricostruzione del fatto la Corte evidenzia che lei, inizialmente, aveva accettato di avere rapporti ‘non convenzionali’ con il partner ma poi, aveva iniziato a negarli. Il marito a quel punto l’aveva costretta a subirli ancora ricorrendo anche a minacce. Anche la Corte di Appello di Salerno aveva emesso una sentenza di condanna che ora Piazza Cavour ha confermato. In Cassazione l’uomo si è difeso deducendo che quei rapporti erano stati sempre accettati da lei anche prima del matrimonio. Respingendo il ricorso la Suprema Corte ha fatto notare il semplice fatto ch lei abbia inizialmente detto si non vale a giustificare la condotta prevaricatrice quando è sopraggiunto il dissenso della moglie. Tale dissenso è “implicitamente da lui confermato quando ha dichiarato che la stessa aveva abbandonato il letto coniugale andando a dormire in un’altra stanza sul divano o a terra, avvolgendosi in una coperta”. Tanto basta, secondo Piazza Cavour, per ritenere che sussistano “specifici e concreti elementi comprovanti la sua responsabilità”
(Data: 16/07/2010 10.44.00 – Autore: Roberto Cataldi) >>.

Ancora una volta sempre e solo il dissenso, quale stato od atto del soggetto passivo, della condotta passiva, a fare le veci della violenza o della minaccia, quali stati ed atti della condotta attiva, prevista e imposta nell’art. 609 bis cp;
ancora una volta gli elementi dell’evento rimpiazzano quelli della condotta, l’evento, senza condotta, basta alla integrazione del reato, i giudici dettano, non applicano, legge…

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E’ povera, le tolgono figlio dopo parto

Decisione assunta da giudici del tribunale minori di Trento
20 luglio, 19:33
“(ANSA) – TRENTO, 20 LUG – Subito dopo il parto, una giovane madre in difficolta’ economiche si e’ vista sottrarre il figlio dal tribunale per i minori di Trento. Il caso e’ stato reso noto dallo psicoterapeuta Giuseppe Raspadori, consulente tecnico di parte del tribunale, che ha criticato il meccanismo con cui i giudici dei minori applicano la sospensione della potesta’ genitoriale. La giovane, senza problemi di tossicodipendenza, ha un reddito mensile di 500 euro e aveva scelto di tenere il figlio”.

La opzione tra l’aiuto economico al povero che abbia figli e la asportazione al povero anche dei figli, in un regime plutoclassirazzista, a guida giudiziaria, quale quello italiano, potrebbe farsi nel primo senso?

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