24.04.15

La “associazione nazionale magistrati”, secondo quanto riferisce il Garantista, a conclusione di un dibattito sulla questione se indire o no sciopero di protesta avverso la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, ed  altro, avrebbe auspicato:
“…un grande appuntamento di confronto e proposta, nel quale coinvolgere con serietà di intenti tutti coloro che operano nella Giustizia: magistratura ordinaria ed onoraria, avvocatura, personale amministrativo, forze di polizia, università, nel quale confrontarsi…”
Senonchè:
Fra gli invitati all’”appuntamento”, non si vede né l’Accusatore né il Giudice.
Per ciò, il confronto sarebbe incompleto ( il suo esito, incompiuto).
Eccetto che, i suddetti, siano stati compresi nel Soggetto “magistratura”.
Ma, se lo fossero, non si vede come, l’avvocatura, potrebbe interloquire con chi li impersona unitariamente, con l’accusatore giudicante, con il giudice accusante; con chi, naturalmente, non potrebbe che produrre condanne.
L’interlocuzione sarebbe sterile, e perfino sgradevole, per la “deformità” (epistemologica,  logica, e “giudiziaria”) dell’interlocutore, oltre che inattuabile metodologicamente.
E, se avvenisse, sarebbe mistificatoria, e infedele alla missione giudiziaria (ma anche sociopolitica ed etica), della avvocatura.
E chi la avesse ritenuta possibile in “serietà di intenti”, avrebbe avuto, di questi due termini, nozioni che sfuggono al senso della avvocatura (e, forse, anche a quello di altre categorie di “intellettuali”).
Immaginare, d’altronde, in siffatta situazione, la interlocuzione, della avvocatura con il “personale”, amministrativo di quel coacervo disfunzionale “giustizialmente”, per le (stesse) ragioni, pare inconcepibile.
Inoltre, che cosa potrebbe avere a che fare l’avvocatura, levatrice e allevatrice e preservatrice di diritti (oltre che di infinita e incessante relazione e interazione sociali in forma dialogica e dialettica, anziché “militare”), con la “polizia”, istituzionalmente funzionalmente socialmente politicamente eticamente, antipode, non si vede (almeno a colpo d’occhio).
Così che, a siffatto “confronto”, parrebbe essere stata invitata per il camuffamento di operazioni (“dialogiche”) che sarebbero irriducibilmente aliene o contrarie, ad essa ed agli interessi del popolo che, per libera elezione popolare, rappresenta.
Quanto alla “università”, intesa quale istituzione della scienza giuridica e giudiziaria sulla  legge esistente, che nella avvocatura (ebbe storicamente e) avrebbe attualmente il suo operatore e divulgatore (e fomentatore e fautore), solo con quella, essa, potrebbe interloquire, e anzitutto solidarizzare:
se, del suo fondamentale apporto culturale, la magistratura “giurisprudenziale” ne ha vietato (finanche) la menzione (salvo il suo plagio occulto, quando fosse strumentale ai suoi disegni), in ogni atto giudiziario e comunque nei suoi provvedimenti;
ciò, dacchè si protese alla conquista (definitiva) del monopolio del “sapere giuridico” e giudiziario -fino all’estremo di istituire, perfino “legislativamente”(passando per i gabinetti ministeriali e parlamentari occupati esclusivamente da suoi emissari), la “inammissibilità” (o comunque la “infondatezza”) della attività giudiziaria che non avesse appiglio  in esso- :
pur se lo avesse nella “università” e nella legge;
pur se, quel “sapere”,  fosse  (ben)  inferiore , alle  superiori  tradizioni culturali della “culla  del diritto” (universale);
pur se, menomando le prerogative costituzionali del popolo italiano riunito in Parlamento,  dettasse legge al suo posto (perfino, beffardamente, nel suo nome, con cui,  immancabilmente, intesta le “sentenze”).
Ma se solo “università” ed avvocatura potrebbero interloquire, il “confronto” in “serietà di intenti” reclamerebbe altri invitati .
Diaz

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