14.02.15

Scuola del diritto

Raid nella casa della sorella di Giuseppe Bossetti, accusato dell’omicidio di Iara Gambirasio, al grido di assassina…
alle origini, etniche, del  “principio del diritto antimafia” per cui, chi abbia il benché minimo contatto col mafioso è mafioso…

Invidia dei liberi 

Si dice che Paul Cezanne abbia più volte negato l’elemosina a Germain Nouveau (sostegno di Arthur Rimbaud), che, importante poeta, dopo una vita di Boheme, aveva scelto di vivere di altrui carità: pare, perché, Cezanne, invidioso della sua libertà.

Quanto la nullità ‎può prepotere..

Renzi alle due di notte ieri in parlamento: o si approva o si “vota” (nel senso dello scioglimento della Camere).
Golpista convinto e convincente, concussore del Parlamento, violentatore del parlamentare.

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13.02.15

Una antimafia antiterrore‎ atterrirebbe?

L’ennesima normativa antiterrorismo, la più addentro all’interiorità dell’uomo (al pensiero politico “terroristico”, essenzialmente antagonistico o dissensuale o semplicemente altro da quello al comando politico), su spinta del ministro Al Fano grinfia della magistratura antimafia, che suo tramite ha requisito la competenza in materia per dilatare al massimo il proprio dominio, inquisitorio incriminatorio e condannatorio tramite il suo giudice (speciale), è stata emanata per decreto legge, per editto della cricca renziana al governo, incurante del parlamento…

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7.02.15

Cucca(gna)

Il senatore del partito democratico onorevole Cucca, “sardo”, al dibattito camerale sulla autorizzazione a procedere per il delitto di istigazione all’odio razziale attribuito, dalla magistratura, al deforme Calderoli, che ha assimilato la congolese Cecil Kyenge all’orango, così avrebbe elucubrato e detto «Le parole pronunciate dal senatore Calderoli vanno valutate nell’ambito di un particolare contesto di critica politica, evidenziando altresì che spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose».‎…

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5.02.15

‎Putin neandethaliano moderno. 

Putin in visita ad Al Sisi premier d’Egitto ha portato in dono un atomo ed un Kalashnikov (chissà cosa ha in mente, e che altro potrebbe stare in una mente come la sua)…

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21.01.15

Renzismo strusciante

Incremento di un terzo circa, degli emolumenti dei parlamentari, a decremento della eventuale infedeltà deliberativa, nelle “fiducie” al governo :
“voto di scambio”,  in qualche modo, e, inoltre, allo stesso modo, “corruzione”…
Liceizzati dalla magistratura penale associata italiana, tuttavia, che, dall’intrigante compulsivo toscano fiorentino, ottiene per decreto qualsiasi (contro)riforma della legislazione penale italiana, che la riporti all’assolutismo giudiziario antecedente il codice (liberale) zanardelliano (1889).

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Vox juris, vox populi

«Caro Saviano, il reo che ha pagato ha diritto a rifarsi una vita»

Posted on 17 gennaio 2015 by Maria Brucale in Polemiche with 14 Comments

Scrive su Facebook Roberto Saviano all’indomani della scarcerazione dei fratelli Di Lauro, Ciro e Vincenzo, figli di Paolo Di Lauro, detenuto al 41 bis, detto «Ciruzzo ’o milionario»: «Mi domando come Napoli li avrà accolti. Qualcuno avrà tappezzato la città di manifesti come quelli  che circolavano quando andò in onda Gomorra La Serie ? A Scampia ci saranno state riunioni e manifesti come quelli che furono fatti contro di me?».

Vede, caro Saviano, è un dato di fatto che Gomorra abbia reso al mondo solo un’immagine di degrado e di orrore di Scampia, tracciata anche sulle tinte tragiche di atti di indagine (spesso tradotti in condanne, talvolta non) e di atti processuali. E’ comprensibile che gli abitanti di quel quartiere si dolgano di una pubblicità negativa che si rinnova e raggiunge sempre un maggior numero di persone abbattendo la volontà, l’aspirazione di pochi o di molti, di cancellare le stimmate e rialzare la testa.

Umanamente comprensibile che venga stigmatizzata la circostanza, dato di fatto anch’essa, dei guadagni che originano dalla produzione della serie e che non si traducono in alcun giovamento per la realtà dolente di Secondigliano. Nessun reato nel guadagnare del proprio lavoro. Però, Saviano, Napoli non è Gomorra e rattrista il paragone tra le reazioni della gente – di alcuni – alla notizia della tua nuova serie e quelle alla scarcerazione di due persone che, per quanto evocativo sia il cognome che portano, hanno espiato per intero la condanna loro inflitta.

Una condanna pesante per un reato grave, associazione di stampo camorristico, ma una condanna patita per intero, senza progressione né opportunità trattamentali, senza sconti. La legge pretende che queste persone siano uscite dal carcere libere, anche dal pregiudizio. La Costituzione lo pretende. Sul punto si è pronunciata di recente la Corte di Cassazione che, con sentenza 475 del 2015, ha evidenziato la forza diffamatoria connaturata all’appellativo di “pregiudicato”- pur usato attestando il vero – ed ha richiamato «l’esigenza, sancita dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, di evitare che il cittadino che si trovi nella condizione personale e sociale di persona processata e/o condannata divenga, in maniera indenne, perenne bersaglio del discredito dei consociati».

Oggi per la legge Ciro e Vincenzo sono due uomini liberi. Hanno pagato il prezzo, hanno scontato la loro pena. Il carattere permanente dei reati associativi, la presunzione di una diuturna immanenza della partecipazione sodale da cui discende la convinzione pedissequa che chi nasce mafioso muore mafioso, non può coesistere con lo Stato di diritto. La proiezione di chi giudica un imputato deve essere lucidamente e pragmaticamente orientata alla congruità della sanzione nell’ottica della scarcerazione e della rieducazione.

Chi ha giudicato i fratelli Di Lauro ha dato un tempo alla loro pena. Un tempo lungo durante il quale la presenza nella società del detenuto si è sospesa insinuandosi una condizione, la carcerazione, che diviene perno e direzione della vita non solo del ristretto ma anche della sua famiglia e suddivide i giorni in pacchi di vestiario e di alimenti, viaggi per destinazioni lontane dalla propria casa, visite di colloquio, vaglia postali, ricezione di telefonate, spese legali.

Una condizione, la carcerazione, che è in sé mutilazione di vita, frattura di rapporti, interruzione di ogni attività lavorativa, esclusione. Chi è stato in carcere per molti anni, anche se si chiama Di Lauro, ha il diritto all’oblio, a una speranza di ricostruzione, di restituzione alla società. In assenza di tale proiezione benevola, la pena, qualunque pena, perde il suo senso, mutila la sua essenza, non ha ragione di esistere.

 

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Roberto Saviano

Roberto Saviano sui fratelli Di Lauro

14 thoughts on “«Caro Saviano, il reo che ha pagato ha diritto a rifarsi una vita»”

Prialo 17 gennaio 2015 at 16:26

Un reo che ha pagato ha diritto di rifarsi una vita???” O bella, ma quando mai in questa Italia di pulcinella un reo paga veramente per i reati che ha commesso? La giustizia italiana è capace solo di irrogare pene ridicole, del tutto insufficienti per l’entità del crimine commesso, che offendono ancora le povere vittime. Altro che pagare!

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Tepozzino 17 gennaio 2015 at 19:39

Hai ragione pienamente ragione. La giustizia è ridicola. Spesso il colpevole ha la fondata sensazione di essere un capro espiatorio. Tutti i malviventi liberi e solo a me mi condannate? Propongo la decimazione. A chi tocca nun se ingrugna. Tra l’altro avremmo processi rapidi e carceri vuote.

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Prialo 17 gennaio 2015 at 20:19

No la decimazione non assolutamente necessaria, basta escludere tutti i cavilli che le difese mettono in campo al solo fine di salvare i loro clienti malfattori. Si snellirebbero i processi e molti colpevoli andrebbero a finire si meritano: in carcere.

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Tepozzino 17 gennaio 2015 at 22:03

Sarebbe utile dato che a parole lei sembra credere nel processo che chiarisse cosa intende per cavilli. Mi sembra di ricordare che in precedenti interventi lei ritenesse che anche l’esercizio del diritto di difesa fosse una sorta di favoreggiamento. Ma come si concilia questa sua fede se è già convinto della colpevolezza di Bossetti? Guardi che se ci riflette la decimazione mensile è molto più giusta del sistema attuale dove il processo raggiunge il “quarto grado” definitivo prima ancora di cominciare.

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spago 19 gennaio 2015 at 13:36

lei vuole una pena perenne, vuole vendetta, ma uno stato civile ammette che una persona, che pure ha commesso dei reati, pagata la sua pena possa vivere in pace. Questa concezione è umana, civile e utile, perchè mirando a reintegrare mira ad evitare nuova delinquenza, la sua concezione è barbara e feroce, e dannosa, perchè crea solo una società più insicura e violenta. Inoltre per lei un cognome, una famiglia, una storia, sono una condanna senza appello, come se la persona potesse emanciparsi, cambiare, o almeno ritirarsi da quel tipo di vita. Insomma oltre che barbara è anche un’idea profondamente disperata e disperante. Per fortuna ci sono innumerevoli esempi che le cose non stanno così: e guardi per esempio alle vicende dei radicali.

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Maria Auriemma 17 gennaio 2015 at 17:17

I Di Lauro, una famiglia di feroci delinquenti. Il padre, Paolo, creatore di squadre di criminali- che continuano attualmente a spacciare imperterriti, 24 ore su 24 – ha messo al mondo 10 figli con le sue stesse attitudini assassine. Uno dei rampolli, Cosimo , ha fatto uccidere ( e ha ucciso personalmente , anche se ha fatto sparire le prove, da tipico delinquente incallito)decine di avversari “scissionisti” . Il rione dei fiori, a Napoli, é il territorio dove questo cognome detta legge e continua a ispirare terrore nei commercianti vessati dal pizzo e nella maggioranza degli onesti cittadini ivi residenti. L’altro erede di questa schifosa, maledetta famiglia, Marco, continua a imporre la violenza nei rioni settentrionali della bella e disgraziata cittá di Napoli, nonostante sia latitante da molti anni. E l’autrice del suddetto articolo, signora Brucale, ha la spudoratezza di scrivere : “chi é stato in carcere, anche se si chiama Di Lauro, …ha il diritto all’oblio…la carcerazione é mutilazione di vita(Dopo AVER ANNIENTATO PER SEMPRE LA VITA DEGLI ALTRI!), frattura di rapporti (DOPO AVER DISTRUTTO GLI AFFETTI ED I RAPPORTI TRA I COMPONENTI DELLE FAMIGLIE DELLE VITTIME !)Interruzione di ogni attivitá lavorativa( cioé SPACCIO ED OMICIDI quotidianamente!), esclusione( DAL MONDO DEL CRIMINE ! ) . E come edificante ed angelica conclusione, scrive ancora: ” ..qualunque pena..non ha ragione di esistere ” . Signora Brucale, rifacendomi a Crozza-Bergoglio che dialoga con l’egocentrico Renzi, le chiedo : Lei consuma abitualmente stupefacenti ?

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Tepozzino 17 gennaio 2015 at 19:28

Oi Marì Oi Marì nun tieni ‘n’ora e pace, a notte faci juorno, sempe pe’ sta cca tuorno. ..

Davvero, ma che hai un filo diretto col casellario giudiziario? O travagli nella redazione del fatto quotidiano?

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Prialo 17 gennaio 2015 at 20:22

Purtroppo, cortese Auriemma,

queste sue precise ed esaurtienti spiegazioni non serviranno a convincere i numerosi salva-delinquenti che pasciono bellamente in Italia.

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giovanni 17 gennaio 2015 at 19:35

Condivido la prima parte dell’articolo, Saviano non mi sta per niente simpatico, uno che cerca in ogni modo di nascondere (riuscendoci poco e male) dietro una montagna di chiacchiere il profondo odio che nutre nei confronti della sua città, il primo ad aver speculato senza ritegno arricchendosi nel diffondere un’immagine di Napoli che rispondesse esattamente ai peggiori pregiudizi diffusi nel resto d’italia infangando un popolo intero. Incapace o forse scientemente disinteressato, di evidenziare il positivo che in una realtà come quella meridionale vale mille volte più che in altre realtà. Non ha fatto certamente bene né alla città, né a tutte quelle persone impegnate quotidianamente a loro rischio e pericolo in una lotta impari, contro la criminalità organizzata e contro uno stato che, proprio come il nostro eroe è capace solo di impartire lezioni da un pulpito non certo degno di tale compito, standosene arroccato nella sua inespugnabile fortezza. Quest’uomo non può lamentarsi dei manifesti contro la serie televisiva di cui è sponsor realizzata sulla pelle dei napoletani. Per quanto riguarda il resto, siamo d’accordo che chi ha pagato il suo debito con la giustizia debba avere la possibilità di redimersi e iniziare una nuova esistenza, ma in questo caso, abbiamo ben presente di chi stiamo parlando? Lei immagina davvero che questa gente, che ha eletto la violenza, la sopraffazione e la prepotenza a filosofia di vita, che per generazioni ha fatto del raggiungimento dei propri scopi con qualsiasi mezzo una religione, venga folgorata sulla via di Damasco e come per miracolo intraprenda una nuova esperienza esistenziale? Il danno che hanno provocato questi “signori” è talmente smisurato che non può esistere pena proporzionata a compensare i danneggiati e andrebbero rinchiusi per l’eternità e dimenticati.

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yvonne 17 gennaio 2015 at 19:39

Maria , io nel mio piccolo ti dico ..sei una grande …sei una persona prima e un avvocato dopo che con passione difende il diritto ad avere diritti ….sai essere garantista in un paese ove la maggioranza è composta da giustizialisti …spesso tali perché assai poco informati sul diritto …la legge non è la scomoda vendetta dei privati…. Aldo Moro nel 1976, in una lezione universitaria, invitava a questa riflessione: «La pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta». Per questo Maria non ti sconfortare lascia scivolare le loro insinuazioni sui binari della tua più completa indifferenza lasciandoli cosi perseverare nel loro grave stato di ignoranza ….

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VINCENZO FEDELE 18 gennaio 2015 at 2:13

Condivido in pieno il contenuto dell’articolo ed il coraggio di Maria Brucale a scriverlo ed al Direttore di pubblicarlo andando senza timore contro corrente in un mondo che si pasce del Saviano-pensiero e del politicamente corretto. Tralascio la parte relativa a Saviano, che condivido comunque in pieno e, per quanto attiene la seconda parte, anche con riferimento a quanto scritto dal Sig. Auriemma sottolineo che se la “famiglia” Di Lauro delinque, deve essere lo Stato a penalizzarla secondo la Legge. Lo Stato ha inflitto una pena a questi signori. L’hanno scontata per intero e sono ritornati in libertà. Se torneranno a delinquere la Legge dovrà essere applicata. Sono certo che saranno “attenzionati” come si usa dire, dalle forze dell’ordine che devono garantire il vivere civile a tutti, ma la Costituzione non si può applicare a seconda dei propri orientamenti e dei propri comodi. Criminalizzare una intera città una intera Regione, l’intero meridione, perchè lo Stato in molti casi risulta latitante, non è un bello spettacolo. A Scampia si cerca in tutti i modi di tornare ad essere una cittadina “normale”. Tante sono le iniziative, a livello culturale, sportivo, di volontariato, ecc. Eppure il marchio viene esaltato ogni volta che se ne ha la possibilità, con ricadute negative, anche a livello internazionale che non sono assolutamente accettabili.

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Maria Auriemma 18 gennaio 2015 at 12:39

Ma dove ha letto che io criminalizzo l’intero Meridione o la bellissima cittá di Napoli? In precedenti commenti ho scritto che i guai del Meridione sono iniziati con la criminale occupazione sabauda. Oggi molti Italiani sanno che prima del 1861 non esisteva alcuna “questione meridionale” ; che , prima di quella invasione, ad emigrare in massa erano soltanto i polentoni ; che le finanze del regno borbonico erano floride mentre quelle del regno sabaudo erano disastrose e quelle della Lombardia austriaca erano , a dir poco, precarie. Che Pino Aprile (“Terroni”) ha scritto un libro encomiabile e ben documentato. L’articolo della Brucale riguarda la scarcerazione dei fratelli delinquenti Di Lauro ed il commento di Saviano. Io ho criticato il “buonismo stupefacente” della Brucale , sottolineando i crimini vergognosi, che continuano anche in queste ore, dell’ignobile famiglia DiLauro, che non é Napoli , né tantomeno può essere considerata il simbolo del Meridione . Saviano merita un’ovazione da parte di tutti gli Italiani, e soprattutto dai Meridionali, per il coraggio evidenziato nella denuncia dei crimini camorristi(“Gomorra”), per le drammatiche conseguenze che le minacce dei delinquenti hanno provocato sulla sua quotidiana esistenza, per aver denunciato la catastrofe del territorio campano, avvelenato dalle scorie micidiali (spesso provenienti dalle industrie della “civile” Padania) fatte sotterrare dalle schifose famiglie camorriste, di cui i Di Lauro sono un tipico, orrendo esempio. Scorie che continuano ad uccidere attualmente decine di individui, tra cui molti bambini. Se non fosse stato Saviano ad alzare il velo su questo enorme crimine, da chi avremmo potuto aspettarci una reazione? Dai comuni cittadini campani, indifesi ed oppressi dal terrore camorrista o dai politici corrotti e conniventi, sempre difesi da Sansonetti e dai suoi giornalisti garantisti?

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pietro diaz 18 gennaio 2015 at 13:31

Se non si erra, i Di Lauro furono condannati per delitto di associazione di tipo mafioso di specie camorristica, non di omicidio o di “spaccio” o di “pizzo” o d’altro reato non “associativo” (contrariamente a quanto prospetta un commento, sopra).

E, se non si erra, il reato associativo sorge dallo “stralcio” di una (delle tante) “formazioni sociali” (art 2 cost) della popolazione di un territorio, dallo stralcio di una parte di questa popolazione, cioè di una parte di popolo, appellandola rea per “degrado” e “orrore”, e incarcerandola (per ciò).

Ora, dato che la condizione di quella (di ogni) parte di popolo sarebbe condizione dello Stato cui pertiene, si potrebbe domandare:

è per effetto d’essa che lo Stato, benchè Pubblica Amministrazione obbligata a trasformarla e risolverla sociopoliticamente, la attacca militarmente e la imprigiona (finchè marcisca)?

Ed è ancora per effetto d’essa che, quella amministrazione, ha così numerosi adepti e propagandisti (i più fanatici, “uscenti” dalla “formazione sociale” stralciata)?

E poiché essa, Amministrazione, nella sua attività , non si limita alla (anzi non ha mai solo la) forma associativa, ma avanza bellicosamente verso quella non associativa, in azioni, offensive come altrettanti delitti, di ogni specie, si potrebbe domandare:

il degrado e l’orrore, suoi, e dei suoi adepti e propagandisti, sopravanzano quelli di Scampia o di Secondigliano?

Tanto più perchè, attaccando, ipocritamente, Queste, come fossero (e perchè paressero) altro da sé, dissimulano tragedicamente (caproespiatoriamente) che sono sè?

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Giovanni Maria Arouet 18 gennaio 2015 at 18:28

Egregio signor Diaz, il suo commento le sue argomentazioni mi suscitano, nel contempo, disappunto e disgusto. Fin dall’incipit, appare evidente che il suo intervento miri a sminuire le colpe, ad assolvere e quindi a proteggere i due ceffi pregiudicati , da anni villeggianti con”pigiami a strisce”( abbigliamento dei criminali carcerati, in illo tempore..) .Detti raffinati gentiluomini,se non si erra sarebbero stati condannati, a suo avviso, soltanto ” per DELITTO DI ASSOCIAZIONE DI TIPO MAFIOSO DI SPECIE CAMORRISTICA e non di omicidio o di spaccio o di pizzo…” Come se, se non si erra, essere associati alla camorra escludesse il coinvolgimento in omicidi, spaccio e pizzo e prevedesse esclusivamente, come attestato dallo statuto della predetta caritatevole associazione benefattrice, il volontariato a favore di anziani, non vedenti, diseredati e malati terminali. Signor Diaz, chi vive a Napoli ( io ci vado spesso, per motivi di lavoro), soprattutto in certe zone, sa che il rione dei fiori, in seguito anche alla continua sistematica attività criminale di tutti i De Lauro (padre e 10 figli ) e del loro feroce clan, ha cambiato da tempo denominazione , essendo designato come RIONE TERZO MONDO, territorio in cui vige , “grazie” ai Di Lauro, la pena di morte, il pizzo, lo spaccio h24, insomma il TERRORE,imposto attualmente dal latitante MARCO DI LAURO ; “se non si erra”, fratello benemerito dei due pregiudicati in attesa di libertà. Non soddisfatto della semi-assoluzione dispensata ai due samaritani, lei si esibisce con argomentazioni socio-filosofiche per continuare a patrocinare i diritti e le presunte ragioni dei suoi due mansueti giovanotti “…se non si erra, il reato associativo sorge dallo stralcio di una delle tante FORMAZIONI SOCIALI..di una parte di questa popolazione….appellandola rea per degrado..e incarcerandola per ciò”.Da questo linguaggio volutamente e furbescamente ambiguo emerge la minimizzazione (soltanto.. rea per “degrado”) degli ENORMI DELITTI commessi da pregiudicati appartenenti ad UNA FAMIGLIA DI DELINQUENTI FEROCI CHE, DA DECENNI, UCCIDE INNOCENTI CITTADINI, MINACCIA E FERISCE COLORO CHE NON VOGLIONO SUBIRE LA LORO PREPOTENZA, PROVOCA PATOLOGIE INCURABILI IN ADULTI E BAMBINI , COSTRETTI AD ASSORBIRE I VELENI SOTTERRATI DAL CLAN DI LAURO. Addirittura , dagli equivoci lessemi da lei utilizzati, traspare quasi il suo “candido” stupore per la condanna al carcere comminata dallo Stato ai due suindicati personaggi , responsabili di associazione criminale e che, invece,come forse a lei piacerebbe, magari come consigliori attovagliato, dovrebbero essere festeggiati in qualche celebre ristorante partenopeo, affinchè congiunti e sodali non latitanti potessero omaggiarli per le loro eroiche gesta e per lo scampato pericolo. Non contento, si impegna in ardite analisi comparative ,di carattere socio-filosofico,sottolineando l’inscindibile simbiosi “Stato-Società-camorra”, emersa realmente, talvolta,in passato, nonostante tale magmatica coincidenza sia stata , da alcuni decenni, smentita da una folta schiera di martiri , vittime della camorra, provenienti da disparati ceti sociali , magistratura, forze dell’ordine e giornalismo.Ricordo soltanto alcuni eroi , tra i tanti assassinati da quella che lei definisce equivocamente “associazione sociale ..rea di degrado” : SIMONETTA LAMBERTI, GIUSEPPE SALVIA, ANTONIO AMMATURO, PASQUALE PAOLA, FRANCO IMPOSIMATO, GIANCARLO SIANI, DOMENICO NOVIELLO, ANGELO VASSALLO e, non ultimo, ma per fortuna vivo e vegeto,il coraggioso giornalista-scrittore ROIBERTO SAVIANO., che a rischio della propria vita, continua ad opporsi individualmente e coraggiosamente al terrorismo camorrista, denunciandone quotidianamente, con i suoi scritti, misfatti e delitti che opprimono le indifese popolazioni campane(ed italiane). La succitata schiera di eroi , vittime del crimine camorrista, smentisce la sua volutamente ambigua analisi che mira ad assolvere i Di Lauro con l’assurda giustificazione che Società , camorra e Stato siano SEMPRE coincidenti.

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16.01.15

Pontefice “in volo”

Eppure, anche dal lato del diritto statale, detto “laico” o “secolare”, oltre che dal lato del diritto ecclesiastico, che presumibilmente la ha suggerita, l’affermazione del Pontefice (“non si uccide nel nome di Dio, ma le religioni non vanno insultate”) parrebbe ineccepibile, se:
per gli artt 403 ss del codice penale, posti fra i “delitti contro il sentimento religioso… “, in particolare, fra i “delitti contro le confessioni religiose” (Libro II Titolo IV, Capo I del Codice), l’offesa ad una confessione religiosa… mediante vilipendio di chi la profess(i)”, o mediante vilipendio “con espressioni ingiuriose delle cose che formino oggetto di culto…”, è vietata.
Sotto minaccia di pene pecuniarie, introdotte dal parlamento (a maggioranza berlusconiana) nel mese di febbraio dell’anno 2006; prima d’allora, sotto minaccia di pene detentive, benché inferiori a quella che, all’art 402, difendeva la religione cattolica, eletta a “religione dello Stato” (da una disposizione di chiara matrice e volontà concordatarie), fino che fu dichiarata incostituzionale (per ineguaglianza alle altre confessioni religiose), dalla Consulta, nell’anno 2000.
E, va ricordato, sul “vilipendio” in questa materia, poche questioni sono state elaborate alla luce del “diritto di critica” (quale “scriminante” delle offese), e, ancor meno, del “diritto di satira” (a differenza, ben comprensibile, dalla materia della diffamazione o della ingiuria, offensive della reputazione e dell’onore della persona, altro dal suo “sentimento religioso”).

http://ilgarantista.it/2015/01/15/il-papa-non-si-uccide-in-nome-di-dio-ma-le-religioni-non-vanno-insultate/

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11.01.15

Da una lettera di Buzzi al Garantista, con la quale proclama la sua innocenza.

“La Procura, inoltre, censura con aggettivi dispregiativi la semplice attività di lobbing, del tutto legittima. Siamo in uno Stato di diritto e non in uno Stato etico”.
Gli “aggettivi dispregiativi” cui accenna Buzzi potrebbero fungere da chiave interpretativa dell’accadimento giuridico-giudiziario che lo coinvolge.
Se essi non fossero lessico giuridico, ne sarebbe vietato l’uso, al magistrato:
-non solo perchè, esclusivamente le offese degli scritti o dei discorsi giudiziari fatti dalle parti e dai loro patrocinatori,  non sono  punibili (art 598 cp), quindi lo sarebbero quelle venienti dal  magistrato;
– non solo perchè, esclusivamente se fossero lessico giuridico (ad esempio, non lo è “ladro”, estraneo all’art 624 cp, che definisce tale chi sia autore di “furto”: a sua volta, chi “si impossess(i) della cosa mobile altrui sottraendola a chi la detiene al fine di trarne profitto…), darebbero, al magistrato, potere d’uso offensivo (senza il quale, la diffamazione che, con essi, commetterebbe, non sarebbe “scriminata”);
– non solo perchè, esclusivamente se fossero lessico giuridico (avente l’esclusiva degli enunciati incolpativi ed anche discolpativi, l’esclusiva di tutti gli enunciati penali e del loro ricalco giudiziario), che obbliga la parola del magistrato alla più “stretta legalità”, non consumerebbero abuso (art 323 cp?) del suo potere (ogni alterazione o contraffazione o  sostituzione del lessico giuridico lo consuma: il fenomeno è tanto frequente quanto pernicioso, benchè, per lo più, sia generato da imperizia, lessicale e, prima, teoretica);
– non solo per (tutto) quanto detto, dicevasi, ma anche (e sopratutto) perchè, disapplicato il lessico giuridico, sarebbe disapplicata la legge, ed il magistrato  (già letteralmente) inventerebbe, il “caso giuridico-giudiziario”.
Ebbene, quegli aggettivi non sono lessico giuridico.
Ordunque, per attenuare la visibilità delle conseguenze, all’invenzione giuridico-giudiziaria, in Italia, è assegnata una “legge di copertura” (per lo più mancante, fortunatamente, nel resto d’Europa e del mondo civilizzato), il “reato associativo”, il quale, rifiutando (intenzionalmente e strategicamente) fatti materiali (individuali o collettivi) estrinseci ed il loro lessico giuridico, nutrendosi esclusivamente di composti (anche minimi) di persone non più che viventi, ben travisa l’assenza d’essi, e “dispregia(…)” l’incolpevolezza…


Lettera di Buzzi al Garantista: «Sono innocente»
Caro Sansonetti, sono il famigerato Salvatore Buzzi, arrestato il 2 dicembre nell’inchiesta Mafia Capitale, che ti scrive la notte di Natale per chiederti di darmi un attimo del tuo tempo. Sono accusato di essere un mostro, un mafioso, un corruttore e non ho alcuna possibilità di difendermi. E la gloriosa cooperativa 29 giugno, ove lavoravano 1254 persone, è stata commissariata e nessuno ha ricevuto né stipendio né tredicesima, causando gravi disagi a tutti i lavoratori, in gran parte svantaggiati. 
Sono stato condannato a mezzo stampa e solo tu, Bordin e Ferrara avete un minimo provato a prendere le distanze dall’inchiesta; ma la presunzione di innocenza non dovrebbe valere anche per me?
Io mi reputo una persona seria e onesta, che ha lavorato tanto per creare un gruppo cooperativo ove lavorano migliaia di persone e che non ha mai rubato nulla alle aziende che amministra.
Conosco Carminati da oltre 30 anni e l’ho frequentato dal 2012, quando era un uomo libero e senza pendenze; non ho mai commesso reati con lui né, tanto meno, l’ho visto commetterne!
I miei rapporti con lui sono sempre stati alla luce del sole e non ho mai nascosto la sua frequentazione, era lui il maniaco della sicurezza, ma constato che è servita a poco. Non ho mai corrotto un politico, ma ho finanziato legalmente moltissimi esponenti politici; casomai sono io che ho subìto qualche “delicata estorsione” da qualche solerte funzionario e/o dirigente.
Sto provando a far uscire le mie ragioni e ho scritto una lunga lettera al mio avvocato, articolata sui punti più controversi, per farla avere a Rosi Bindi nella sua funzione di presidente della Commissione Antimafia della Camera. La lettera spiega analiticamente molti episodi che mi sono contestati.
Non ti chiedo di credermi a priori, ma ti chiedo di chiamare il mio avvocato e documentarti anche sulle fonti della difesa, e se ti convinco anche un po’, aiutami nella mia solitaria battaglia per far valere le mie ragioni e riconquistare l’onore perduto. Certo ho detto tante parole in libertà, ma sfido chiunque nell’intimità, se registrato, a non doversi poi scusare per qualche giudizio avventato espresso: e io ho avuto le microspie in ufficio e in auto per due anni. La Procura, inoltre, censura con aggettivi dispregiativi la semplice attività di lobbing, del tutto legittima. Siamo in uno Stato di diritto e non in uno Stato etico.
Non voglio rubarti ancora tempo, ti chiedo solo di documentarti sulle ragioni della difesa con la serietà che ti contraddistingue. Augurandoti buone feste ti porgo i miei più cordiali saluti.
– Salvatore Buzzi

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4.01.15

La supplica di un incarcerato

“Sono un pericolo per la società ma sono anche un essere umano, perciò datemi la morte”…
L’unica obiezione, etica, dell’incarcerato in atroce pena, è la rivendicazione del diritto di  morire, riconosciuto quello, dell’incarceratore, di portarlo a morire; di fatti si reputa socialmente pericoloso, come lui pretende e di cui lo convince…
neppure sa ipotizzare che la pericolosità sociale, generale, perché istituzionale, statale, di lui, potrebbe essere incomparabilmente maggiore della sua, fino a potere essere completamente creatrice e simulatrice della sua…

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3.01.15

“la capomafia di quattordici anni..” : “femminicidio” o infanticidio?

Il quattordicenne, che ha appena smesso, al compleanno, d’essere totalmente inimputabile di reato (art 97 cp), è imputabile se abbia capacità di intendere e di volere (art 98 cp), secondo il codice penale “fascista” (che, “primo”, e tra i pochi se non l’unico, al mondo, a sua tutela, quattro anni dopo quelle disposizioni, nel 1934, istituirà un  tribunale apposito, “per i minorenni”, mentre, ne “la più grande democrazia del pianeta”, quella nordamericana, anche il decenne, imputabile al pari dell’adulto, poteva, e può tuttora, essere messo a morte…).
Costui, si diceva, è imputabile di reato, se abbia capacità di intendere e di volere, ma, ovviamente, del reato che (materialmente, esperienzialmente, progettualmente, “socialmente”), si confaccia alle sua abilità:
una ingiuria una minaccia un furto, atti osceni o sessuali…; non un aggiotaggio o un falso in bilancio o una corruzione, o una bancarotta una insurrezione una cospirazione politica;  anche perché non ne avrebbe la capacità “giuridica”(non essendo imprenditore, usuario di atti corrotti, attivista politico, etc).
Ora, una quattordicenne, potrebbe essere stata, come da accusa di Procura, “a capo” di una ‘ndrina della ‘ndrangheta?
Cioè, potrebbe avere promosso o costituito od organizzato o finanziato o diretto, una associazione “di tipo mafioso” (che richiede, per legge, siffatte fondamenta, e, inoltre, d’essere)  munita di “forza di intimidazione..di assoggettamento…di omertà.. deriva(nte)” (di tanta imperiosità sociale)?
Solo se, la “associazione”, esigente manifestamente opera plurale, adulta di adulti e per adulti, fosse ridotta (giuridicamente) ad un balocco per adolescenti (e, in verità, per la strada della banalizzazione della struttura, pressoché totale, del reato, così da agevolarne al massimo la applicazione su talune popolazioni insediate nel territorio, da tempo corre  la “giurisprudenza”…).
Tanto più che, se, i nuclei delle “associazioni” repertati dalla “giurisprudenza”, sarebbero famiglie (in senso anagrafico), allargate ad altre simili, etc., il quattordicenne, in esse (inoltre paternalisticamente congegnate), più che soggetto sarebbe oggetto, sottomesso, anche giuridicamente, alla potestà (oggi “responsabilità”: art 316 cc), degli adulti. Sottomesso, emancando, per di più, di “capacità di agire” (di “contrarre”, “contrattare”, negoziare,  per sè o per altri, nella sfera sociale….).
Potestà, d’altronde, le predette, giuridicamente non dimettibili e (comunque) non dimesse dai titolari, a quanto si dice, pur quando fossero incarcerati (se ciò fosse negato, cadrebbe ignominiosamente la presupposizione della regola della incarcerazione, anche “ in 41 bis”, quella del “sepolto vivo”: la necessità di inibizione dell’esercizio del comando).
In realtà, la incriminazione della piccola malcapitata, mentre sintomatizza la americanizzazione (per il profilo sopra cennato) del “diritto penale minorile” italiano (a malgrado delle sue glorie), smaschera platealmente (era ora) la nazificazione del reato “associativo”, quale mezzo d’assalto e di eliminazione (“pogrom”) delle famiglie, singole o in gruppi, di ogni loro membro, delle loro stirpi, “etnie” (o “razze”?)… e solo perchè “di tipo mafioso”…..

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(Da IL Garantista) 2.01.15

Riccardo, pestato a morte per due petardi

Posted on 2 gennaio 2015 by Mario Di Vito in Lettere dal carcere with 0 Comments 
 
Per la Cassazione si è trattato di un omicidio «pacificamente evitabile». Nel gergo grigio e gelido delle sentenze vuol dire che sarebbe bastato molto poco perché le cose andassero diversamente. Riccardo Rasman aveva 34 anni quando entrarono a prenderlo, la sera del 27 ottobre 2006, nel suo appartamento di via Grego 18, a Trieste. I vicini avevano chiamato il 113 perché lui stava ascoltando la musica a volume troppo alto e poi si era affacciato – completamente nudo – dal balcone per lanciare due petardi nella corte interna al condominio in cui viveva.
Riccardo durante il servizio militare aveva subito diversi episodi di nonnismo che, successivamente, avrebbero portato a una diagnosi di schizofrenia paranoide. Quella sera era felice, molto felice, troppo felice, almeno per i suoi vicini di casa, ai quali non è mai piaciuto: il giorno successivo, comunque, Rasman avrebbe cominciato a lavorare come operatore ecologico. Alle 20:21 arrivò una pattuglia del 113 sotto casa sua, alle 20:34 ne arrivò un’altra di rinforzo, accompagnata dai vigili del fuoco. Rasman non voleva aprire: si era steso sul letto e aveva spento le luci. C’è da capirlo: nel 1999 Riccardo aveva già avuto a che fare con le forze dell’ordine, ne era uscito malconcio e lo denunciò, senza grosse conseguenze. Da allora, ogni volta che vedeva una divisa, aveva paura. Per questo si era rintanato e aveva spento tutte le luci e si era rintanato a letto quando aveva visto le luci blu delle volanti dalla sua finestra.
Alla fine i poliziotti riuscirono a entrare a casa sua, ne nacque una colluttazione e Rasman venne ammanettato a terra, immobilizzato, con le manette strette intorno ai polsi, del filo di ferro a tenere ferme le caviglie, addirittura un bavaglio per non farlo urlare. Messo così, in posizione prona, cominciò a respirare in maniera sempre più affannosa, fino a che i suoi polmoni non si sono fermati: le perizie dicono che gli agenti esercitarono «sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un’eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie».
Morte per arresto respiratorio avvenuta tra le 20:43 e le 21:04, si leggerà dopo nei referti. Sul tavolo c’era un biglietto, scritto proprio da lui, un attimo prima dell’arrivo della polizia: «Per favore, per cortesia, vi prego, non fatemi del male, non ho fatto niente di male». Sul muro c’erano macchie di sangue: Riccardo era stato pure picchiato, probabilmente con un manico d’ascia e con il piede di porco che i pompieri usarono per forzare la porta del suo appartamento. «Noi siamo entrati in quell’appartamento soltanto in marzo – racconta Giuliana Rasman, sua sorella -, era un disastro: c’era sangue dappertutto e una chiazza di sangue verso la cucina.
Poi dalle fotografie mi sono resa conto che l’hanno spostato con la testa verso l’entrata così da nascondere la chiazza di sangue che c’era lì. C’era una frattura, i capelli erano tutti pieni di sangue, c’era una frattura anche dietro il collo. C’era sangue sul tavolo, sui muri, sulle lenzuola, dietro il letto per terra, c’erano chiazze di sangue sul tappeto sotto il quale abbiamo trovato persino dei pezzi di carne nascosti. Riccardo era martoriato di botte sul viso, gli avevano rotto lo zigomo.
Poi c’era il segno dell’imbavagliamento, sangue dalle orecchie, dal naso, dalla bocca, si vede proprio moto bene». Il pm triestino Pietro Montone aprì un’inchiesta su questi fatti e – incredibilmente ma fino a un certo punto, visto che è sempre così – affidò tutto agli stessi poliziotti che quella notte irruppero in casa di Riccardo. Nell’ottobre del 2007 Montone chiese l’archiviazione per gli agenti che, a suo giudizio, avevano solo fatto il suo dovere, anche se era certo anche a lui che Rasman fosse morto per «asfissia posturale» dovuta proprio all’intervento della forza di pubblica sicurezza.
Il gip, però, non accolse la richiesta del magistrato che, dopo essere entrato a conoscenza delle indagini fatte dagli avvocati Giovanni Di Lullo e Fabio Anselmo, cambiò decisamente orientamento sul caso. Il fulcro del ragionamento è la prova provata del fatto che gli agenti Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe Di Blasi erano perfettamente consapevoli dei problemi mentali di Riccardo e questo avrebbe – quantomeno – dovuto indurli a usare una maggiore cautela nell’intervento.
Tra l’altro, fu posta anche una domanda fondamentale: che necessità c’era di sfondare la porta quando era palese che Rasman non stesse più causando pericoli, visto che era dentro il suo letto e non stava più lanciando petardi dal balcone?
I quattro uomini in divisa vennero rinviati a giudizio per omicidio colposo.
Il processo di primo grado fu celebrato con rito abbreviato e si concluse con la condanna a sei mesi di carcere (pena sospesa) per tre dei quattro agenti, più il pagamento di una provvisionale da 60mila euro e 20mila euro di risarcimento per danni morali alla famiglia. La quarta agente, Francesca Gatti, fu assolta con «formula dubitativa», ovvero: lei all’azione ha partecipato, e questo è certo, ma, mentre gli altri stavano legando Riccardo per terra, era in contatto via radio con la Questura. Era il 29 gennaio del 2009. Un anno e mezzo dopo la Corte d’Appello del Tribunale di Trieste avrebbe confermato tutte le sentenze del primo grado. Tutte le parti in causa – i poliziotti e la famiglia Rasman – presentarono ricorso alla Cassazione. La sentenza definitiva è arrivata il 14 dicembre del 2011: conferma della sentenza d’Appello e epitaffio: la morte di Rasman «era pacificamente evitabile qualora gli agenti avessero interrotto l’attività di violenta contestazione a terra, consentendogli di respirare». Q
uello stesso giorno, i familiari di Riccardo chiesero formalmente le scuse da parte del ministero degli Interni (mai arrivate) e annunciarono la propria intenzione di procedere anche in via civile contro i poliziotti e lo stesso Viminale. Da alcune foto, uscite fuori quando ormai era tardi per il processo, si vedono segni anche dagli angoli della bocca fino alle orecchie di Rasman: ci vorranno altre perizie per chiarire se è vero che l’asfissia non è arrivata solo per lo schiacciamento sotto il peso degli agenti, ma anche per il soffocamento dovuto al bavaglio. Sembra un dettaglio, ma la causa civile di risarcimento si gioca tutta qui. Del caso se ne tornerà a parlare presto: nell’aprile del 2013, infatti, la procura di Trieste ha nuovamente chiesto l’archiviazione del caso.
L’avvocato Claudio De Filippi, che adesso segue la vicenda per conto della famiglia della vittima, ha detto che, a suo parere, tutto questo «si colloca tra il caso Sandri, per il quale lo Stato ha pagato tre milioni e mezzo, e il caso Aldrovandi, per il quale ha pagato due milioni di euro».
Resta, in mezzo a quel complesso e lunghissimo caos di carte e di cavilli che è la giustizia civile, la storia di un ragazzo che è morto per poco, praticamente per niente. E che tutto voleva fuorché dare fastidio: «Riccardo non ha mai fatto un Tso – conclude la sorella Giuliana -, non era violento né aggressivo, voleva farsi ben volere da tutti, anche per dimostrare questo abbiamo messo nel nostro dossier testimoni che descrivono come era Riccardo. In 3 anni che aveva quel monolocale non ci avrà dormito neanche cinque volte, anche il padre conferma che Riccardo andava lì qualche volta per farsi sentire e faceva andare la lavatrice, allora la vicina cominciava a battere la porta e Riccardo per farsi ben volere le portava la verdura della nostra campagna e le scrisse una lettera per favorire il buon vicinato»
nel monolocale non ci avrà dormito neanche cinque volte, anche il padre conferma che Riccardo andava lì qualche volta per farsi sentire e faceva andare la lavatrice, allora la vicina cominciava a battere la porta e Riccardo per farsi ben volere le portava la verdura della nostra campagna e le scrisse una lettera per favorire il buon vicinato»

Si evidenzia la suesposta cronaca, per notare:
da un lato, che la delittuosità della polizia, anche perché sostenuta da Forza d’Ordine Pubblico, irresistibile materialmente e “legalmente”, è tendenzialmente superiore, per crudeltà seviziosità abiezione proditorietà, a quella della peggiore delinquenza “civica”;
da altro lato, che la magistratura è ben lontana dal perseguirla (PM chiese la archiviazione), responsabilizzarla e sanzionarla: chiunque sarebbe stato accusato di omicidio volontario, o, al meno, preterintezionale, ben altrimenti sanzionati; chiunque, nella posizione della donna-poliziotto, accedente alla abitazione per il prelievo forzoso dell’abitante, presente alla sua esecuzione con la (sopra descritta) modalità, non impediente essa (pur avendone il dovere quale agente di p.g.), perfino, riferente telefonicamente, “in diretta”, essa, all’ufficio di Questura, sarebbe stato accusato di concorso (o cooperazione) nel reato.
Per notare, quindi, che polizia e magistratura appaiono, per ciò, istituzione unitaria: e  quando ciò accada, è (per principio)  irrealizzato lo “Stato di Diritto”.

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2.01.15

La “mafia romana” dell’intervista.. 

Nella intervista a fine anno “rilasciata” al Quotidiano della Confindustria, in almeno tre passi, l’autore della iscrizione, a “registro notizie di reato”, della “associazione di tipo mafioso” romana, il dr Pignatone, ne enuncia il fondamento nella ‘collusione’, della ‘politica’ con ‘la malavita’ romana, nella ‘corruzione’, di quella, da questa.
Ora, se collusione e corruzione (già lo segnala il loro prefisso ) implicano condivisione del “ludere” e del “ruere”(del “fare..”):
come, la ‘politica’, non sarebbe stata (posta) in “condizione di assoggettamento e di omertà”, così, la ‘malavita’, non si sarebbe “avva(lsa)”, con essa, della “forza di intimidazione del vincolo associativo”.
Non si rinverrebbero, cioè, nella interazione d’esse, per attestazione dell’autore della accusa, gli estremi della “associazione di tipo mafioso”, pretesi dall’art 416 bis cp; pur se  si avessero, in ipotesi, quelli della “associazione per delinquere” dell’ art 416 cp, che si differenzia, esattamente, per l’assenza d’essi (determinanti,  quindi, per la “stretta legalità” penale).
D’altronde, neppure questo reato, al pari di quello, sarebbe integrato da una pluralità di persone colluse o corrotte, giacchè, la pluralità,  che gravitasse intorno a reati (all’origine)  “unisoggettivi” (di corruzione, di turbativa d’asta, di estorsione o altri), darebbe   “concorso di più persone nel reato” (art 110 cp), non “associazione” ( nè “per delinquere” nè “di tipo mafioso”).
A parte la questione della “costituzione” della “associazione” (requisito giuridicamente insopprimibile, affinchè sia precluso l’attacco giudiziario alle “formazioni sociali”, protette dagli artt 2, 18  cost):
chi come e quando e dove (precisamente) la avrebbe promossa, costituita, organizzata, finanziata, diretta (e chi come e quando e dove avrebbe dotato, la prima, della forza di intimidazione e di assoggettamento e della garanzia della omertà )?
Non so (ora) se il procedimento abbia risposto all’interrogativo:
se non lo avesse fatto, l’accusa romana avrebbe disapplicato finanche la “societas latronum” del ‘diritto romano’.

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1.01.15

Capodanno a Shangai

Dal piano alto di un edificio della città è lanciata una mole di monete e di banconote, false, i passanti si accalcano per raccoglierle, muoiono in trentasei…
nel Paese che da qui a dieci anni darebbe vita al “capitalismo” più produttivo del pianeta…

Topologia  del renzismo 

Nell’anno 1944, nel paesello che ha dato i natali all’attuale capo del Governo (neofascista mimetico), Rignano sull’Arno,  la moglie e le figlie del cugino di Albert Einstein, Robert, furono uccise da un reparto delle SS (in una indiretta rappresaglia avverso lo scienziato ebreo..)
Se non i genitori, certamente i nonni, di “Renzi”, erano vivi e vegeti…

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31.12.14

Il presidente “notaio” della repubblica? 

Il distinto signore, di verbosità napoletana, che, nel suo ultimo discorso da presidente della repubblica italiana, ha rivendicato (apparentemente come proprie) le (contro) riforme renzine delle istituzioni parlamentari ed elettorali borghesi, sarebbe colui che ha baciato in entrambe le guance, ricevendoli solennemente al Quirinale, i due maro’ omicidi di inermi pescatori indiani; e che ha concesso la grazia al colonnello Joseph Romano, condannato alla reclusione per il sequestro (“di Stato”) di Abu Omar?
E che si sarebbe astenuto dal concedere la grazia ad Adriano Sofri condannato senza prove (rectius, con “prove” della polmagistratura nazionale) per l’omicidio del Commissario Luigi Calabresi, sospetto “suicida” dell’anarchico Pinelli?
Se lo fosse, avrebbe sostenuto Renzi (e iniziato il renzismo) da comandante in capo delle Forze armate (art 87 cost), ed avrebbe fatto il resto da presidente del Consiglio superiore della magistratura (art 87 cost)?
Se lo avesse atto in tali qualità, i conti tornerebbero…

Grasso che cola

Avrebbe mai potuto meditare, “il bersani” (benché liquidatore della rimanente politica democratica italiana), che il procuratore nazionale antimafia (“dimissionario”)  che volle portare alla presidenza del senato malgrado l’ “emergenza democratica” della (corruzione per) confusione dei poteri, sarebbe potuto divenire, pur solo per supplenza, presidente della Repubblica?
E meditare che, come tale, anche nella prima qualità (ultrattiva: costui, in effetti, ha inondato le camere di ddl antimafia, incurante di prendere “interesse privato” in atti di presidente del Senato: art 323 cp) avrebbe potuto presiedere il Consiglio superiore della magistratura (tutta: requirente e giudicante)?
Cioè, meditare che, siffatta sua adozione “politica”, avrebbe potuto giungere a parafrasare il primo articolo della Costituzione, resa “l’Italia ..una (procura della) Repubblica”?
E meditare che ciò, peraltro, “dispone(ndo) direttamente” (art 109 cost.), “l’autorità giudiziaria”, della “polizia giudiziaria” (ma, nella realtà fattuale, senza dubbio, dipendendo da essa), avrebbe potuto portare l’Italia, pressoché formalmente (oltre che sostanzialmente: l’informazione pubblica e la sua sedimentazione, cioè acculturazione,  privata, è, oramai, quasi interamente, egemonicamente, “polgiudiziaria”) ad essere “Stato di Polizia”?
Già a guardarlo, e a udirlo, non avrebbe potuto, meditarlo, “il bersani”, ma avrebbe dovuto, fino alla astensione dalla segreteria del partito, se non dalla attività politica, allora, se necessario…

“Bernini” ?

Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, a nome  di questo, anche quale organo costituzionale della associazione nazionale magistrati (!), interloquendo ufficialmente sulla questione della divulgazione (propria o per interposizione, per lo più massmediatica), dalla magistratura inquirente e giudicante, di atti processuali da essa formati o tenuti, indivulgabili, “argomenta” che non sarebbe illecita, essendolo tuttavia, finanche penalmente, e, ancor più, che non sarebbe autopropagandistica (dopo perfettamente riuscente, anche alla stregua della credulità popolare in materia giudiziaria, demagogia), e sentenzia che sarebbe “cronaca”, doverosa e utile…
Lasciando tuttavia immaginare, a majori ad minus, come potrebbe argomentarsi e sentenziarsi, al seguito…

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30.12.14

Rosi e spine

“La mafia pesa sulla economia molto di più del Job Act (che dovrebbe alleggerirla, mobilizzarla, l’economia, in vero, a stare alla propaganda del segretario del suo partito), eppure Renzi non dedica alla lotta alla mafia quanto dedica a quello” (che tuttavia parrebbe falso, se l’attacco ai diritti dei lavoratori non è inferiore a quello dei diritti costituzionali dei “mafiosi”), diffonde “la bindi” (dalla voce lessa), passata dai conventi dei frati e delle suore e dal cattolicesimo politicante (“democristiano”), inopinatamente, alla “presidenza dell’antimafia”;  cioè, invertita (apparentemente senza neppure avvedersene),  la traiettoria esistenziale (e, forse, di “genere”), passata dall’impegno civile, per (tutto) il popolo, a quello paragiudiziario e paramilitare (assai di moda), contro (una parte, pur sempre, de) il popolo.…
E’  qui, peraltro,  il  “multiculturalismo” dei politicanti italiani…

Renzincantato

La metafora dei “gufi” cui ricorse, e cui adesso ritorna per spiegarla compromissoriamente, ai  critici, Renzi il rimaneggiatore (ma a capo del governo della repubblica), oltre che astoricamente semplificatoria della politica, parabolare come il “ragionamento” degli antichi (se non dei primitivi), sintomatizza una mentalità fiabesca,  fabulatoria di foreste incantate da animali personificati,sfanciulleggiante con cartoni animati…
Incredibilmente  fruttifera,  tuttavia, se, tanta minuscolaggine, non è bastata a deviare il “quarantapercento” (sia pure del solo “cinquanta percento”) del suffragio “elettorale ” “alle europee”,  dal “partito democratico”, di cui il fabulatore, inoltre, sarebbe “il  segretario”…

Renzi il “politicamente corr(o)tto” 

“Nessuno si illuda che Forza Italia possa fare politica senza Berlusconi”, diffonde Renzi  (nella conferenza stampa appositamente convocata) a tutela di una parte del suo fondamento politico, della sua azione governativa e (contro)riformatrice.

Pena di morte in Italia ’14

Quarantatrè impiccagioni, quattro o cinque gassificazioni, una esecuzione con altra modalità, sono le pene capitali ordinate implicitamente ed eseguite  esplicitamente dalla magistratura penale associata italiana, per mano della polizia penitenziaria preposta alla detenzione dei condannati, nell’anno 1914 quasi concluso..
sessanta mila circa il resto della popolazione penitenziaria trattenuta nella pena più atroce e civicamente mortale…
Un primato, in Europa, che quella magistratura vorrebbe conservare e diffondere…

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