12.09.15

La cuccagna penale dei “servitori‎ dello Stato”

“E’ successo un casino i ragazzi hanno massacrato un ragazzo arrestato”‎, avrebbe esclamato il m.llo della Stazione dei Carabinieri in Roma Tor Sapienza, giungendo trafelato e agitato in caserma, dopo l’esercitazione omicidiaria di una pattuglia di Carabinieri sulla pelle del povero Cucchi.
La procura della Repubblica incriminò medici e guardie penitenziari, i giudici condannarono i primi (poi prosciolti), nessuno processò quei “ragazzi” (diminutivo militaresco, compiaciuto e compiacente, della potenza degli ordigni bellici, come “little boy” della bomba atomica statunitense lanciata sul Giappone postbellico). E fu sentenziato, in epilogo, che, Cucchi, segnato da una micidiale frattura di una vertebra lombare inflitta da quei “ragazzi” e deliberatamente ignorata all’ “accertamento autoptico”, sarebbe morto per malnutrizione…

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11.09.15

Bergoglio il complice mite

“Pur meritevoli di pena hanno preso coscienza della Ingiustizia commessa e della legittimità della limitazione della loro libertà e anelano di rientrare in società emendati‎”…
Invoca giustizia misericordiosa, non evoca ingiustizia scandalosa, della legislazione penale  e della sua applicazione giudiziaria, del potere inerente, l’ “innovatore” Bergoglio, completamente frainteso o malinteso…

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6.09.15

Incorreggibili inemendabili irrieducabili, immodificabili…

Mario Calabresi di Luigi (e per ciò e solo per ciò in carriera come direttore di un quotidiano nazionale, a somiglianza di tutti i discendenti, o ascendenti o collaterali o affini o semplicemente sodali, invero, del poliziotto italico soprattutti  se eroificato), colui che, da commissario di polizia, “servi’ la patria” escogitando e reificando il “caso Pinelli”, l’accusa dell’anarchico e dei suoi compagni, a depistaggio, dalla strage di Piazza Fontana consumatasi nella Banca della Agricoltura di Milano, degli stragisti di Stato, con quella, allora solennemente esordienti…
ebbene “Mario” avrebbe deciso, in vantata diversificazione da altri omologhi, di pubblicare la foto del corpicino (vanamente) migrante, raccolto morto su una spiaggia da un poliziotto, fotografato da un altro (una foto insomma lanciata mediaticamente da due poliziotti…), commentando che,  essa,  rappresenterebbe la Storia (con la maiuscola…)
Ovviamente ammaliato dalla grandiosità della operazione di polizia, intenta alla protezione di confini patrii  dalla penetrazione  dei  migranti…

Prefiche siciliane

Una parente dei due coniugi trucidati da un immigrato mentre li rapina, con altisonanza da antica Sibilla, e lamento di prefica, enuncia che la causa e la colpa, del fatto, sarebbe dello Stato italiano e lo accusa…
Causalismo e colpevolismo tipicamente siciliani, dopo trent’anni (circa) di istruzione impartita al popolino, capillarmente tenacemente inarrestabilmente, dalla polmagistratura (polizia e magistratura organizzate e organiche, nella cultura “giuridica” autoprodotta  autonomisticamente)…
Con brutale ritorno al pensiero primitivo e magico anzi sciamanico, di cui la Sicilia dell’ultimo trentennio giudiziario è riuscita a permearsi e pervadersi, ad intridersi e a grondarne.

Renzusconismo

A Cernobbio, nel giorno dell’ossequio inverecondo del capo del Governo (segretario del piddi erede del picci, niente meno) alla creme della imprenditoria privata, da un gruppetto di “Forzisti” (militanti del partito dell’industriale politicotelevisivo Berlusconi) è data e presa visione di un filmetto  su di un Luna Park,  con immancabile autoscontro, realizzato dal loro “leader” nella proprietà Villa Certosa…
A testimonianza simbolica, perfetta quanto involontaria e inconsapevole, della condizione culturale (da Luna Park‎) della politica complessiva: autoscontro buffo e buffonesco, senza danni per alcuno, a divertimento e gratificazione e profitto e lucro comuni, a simulazione della dialettica e del conflitto, a dissimulazione delle intelligenze fra tutti, cospiranti l’arrembaggio più corsaro al  popolo italiano…

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5.09.15

Una criminalità tutta di parole 

Trentamila “trafficanti di esseri umani” correrebbero l’ Europa, diffonde minacciosamente Europol, dopo l’apparizione di altrettanti soccorritori, in Austria Germania Francia, altrove, di emigranti dalla Siria dalla Libia e da altri luoghi (esclusivamente) demicidi, dell’Africa e del Medio Oriente…
Tutti rei di reati, diffonde altrettanto minacciosamente il despota neonazifascipostbolscevista ungherese Victor Orban, mentre avvolge l’Ungheria postsovietica nel filo spinato a tripla mandata…
Tutti, comunque, “vettori” (per più o meno tipico contratto civilistico di “vettura”), trasportatori cioè, a richiesta, di umani fuggenti a distruzione e morte, di cercanti altrove (illusoriamente) integrità e vita.
O loro soccorritori.
I quali, quindi, secondo i diritti nazionali occidentali o internazionali o universali, se commettessero reato sarebbero scriminati per legittima difesa o soccorso “di necessità”,  degli emigranti.
Comunque.
Ma sarebbero rei, per Orban suddetto, preceduto e seguito, invero, da statisti e parlamentisti e governisti e cronisti, cartacei o radiotelevideofonisti, e commentisti e chiosisti e dicitisti, privati e pubblici di ogni risma e feccia (fino allo spicherista televisivo starnazzatore, accurato e zelante, di “trafficanti di esseri umani”), massimamente se italici.
Rei per traslocuzione, trasfigurazione, criminologiche, di quel soccorso, per travisamento del trasportatore o soccorritore a trafficante, del trasportato a sua merce (con, inoltre,  accorto e tendenzioso impiego di consonanze ed assonanze alle famigerate e storiche “tratte”, degli schiavi, a fatti di schiavismo).
Rei, dunque, per falsificazione, mediante soppressione, dell’accadimento reale, per sovrapposizione ad esso dell’accadimento artatamente simulato, fittizio.
E mentre, così ributtante escrezione della subumanità, significa e implica, immediatamente, il rifiuto “nazionale” del soccorso, la persecuzione del soccorritore (di quella risma e feccia, la parte più ventrale ha, perfino, auspicato e prefigurato modalità  belliche, con bombardamenti dei mezzi di trasporto, più che giudiziarie, della persecuzione).
Essa, mediatamente, spiega (come a scuola) la genesi (tendenziale) delle “incriminazioni”, dei “crimini”, dei “criminali”, la loro consistenza reale, corrispondenza a realtà, il loro effettivo statuto: pressoché esclusivamente verbale.
La legge penale, quindi, quale lingua sociopoliticante, spaventosamente mortifera, dei lestofanti (e dei necrofili, penofili, penomani ed egomani)?
L’interrogativo sconsiglia affrettate  risposte negative…

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3.07.15

I calabresi all’ assalto di Adriano Sofri

Sul “malore attivo” di Pinelli (questa la formula giudiziaria, che, per mano del poi benemerito senatore piddino D’Ambrosio, spiegò il lancio dal quinto piano della Questura dell’”anarchico Pinelli”), l’esile “Luigi” confessò escrescendo il pachidermico “Mario” (Calabresi).
Sul “malore”, indi, riconfessò “Mario”, “assumendo” la Direzione de La Stampa per ascendenza (dinastica, negli stati di polizia), poi compromettendola nella contestazione (quale esperto in materia carceraria perché carcerato) dell’ “omicida” del genitore, A.Sofri (che, mosaicamente, forse, non avrebbe nemmeno potuto nominare).
D’altronde, simbolizzò bene l’oltranza socioeticopolitica, la rappresentazione, or è qualche anno, dell’”ufficiale” incontro “compositorio” fra “le due vedove”, Calabresi e Pinelli: la prima, regalmente impellicciata, la seconda, popolanamente impannucciata.

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20.06.15

Impresentabili a priori

La “impresentabilità” sancita dal  diritto naturale o da quello civile e civico può totalmente divergere da quella sancita, direttamente, dal diritto positivo, penale o poliziesco o (generalmente) giudiziario, o, indirettamente, dai loro adepti (persone od organismi formali o informali)…
Le cui  “presentabilità” potrebbero  essere assolutamente impresentabili, perfino a priori.

Il naviglio dei penati e dei pietosi

“Neutralizzare il naviglio si sta rivelando il più efficace strumento del contrasto ai clan dei trafficanti..”
Enuncia il politicume italiano..
Bene evidenziando lo stratagemma semantico costitutivo della sua essenza, e di quella dei poteri strumentali, in particolare quello penale, che  ha ingrassato:
quando esso pratichi il razzismo, o incrimina (“legalmente”) chi rigetti o assoggetti, “i clandestini” ad esempio,  o chi glie li importi, “i trafficanti di esseri umani”…
essi, che non avrebbero altra colpa che quella d’essere, o di soccorrere (pur per mercede),   umanità ‎in pericolo di morte, con quello stratagemma assumono colpo, e divengono perseguibili e perdibili giudiziariamente a volontà…
allorché così si giustifica la incarcerazione preventiva, nei controumanitari luoghi di origine, dei fuggitivi.

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18.06.15

“Anche noi fummo migranti..”

Mediante l’analogia si è pensato di placare o rieducare la xenomisia (l’ostilità culturale verso l’immigrante)…
Ed è possibile che lo stratagemma demagogico funzioni, nelle culture pseudologiche o paralogiche come le nostre.
Ma se si indugiasse in esso, andrebbe politicamente chiarito che ‎gli  europei migravano per fare genocidi o gang, per fare macelleria delle popolazioni d’arrivo, gli africani e i popoli limitrofi migrano per andare al macello:
da “respingimenti” nel corso di  navigazioni procellose, o da concentramenti nei campi di detenzione istituiti agli approdi…
Dunque, è un’analogia da falsari, quella vista…
D’altronde, l’analogia è disconosciuta ‎quando in effetti esista…un ministro del governo renziano, interpellato nella trattoria dove si cibava, ha obiettato alla Francia di non accogliere gli africani benché innocenti, mentre accolse i terroristi italiani colpevoli…
Eppure questi erano politicamente innocenti non meno di quelli, e non meno perseguitati degli stessi.

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16.06.15

I ministri del governo renzino

Il ciccione che fa politica convinto di non schiantarla sotto il proprio peso, tal Poletti, ministro del lavoro, fonetizza le parole ed ammannisce “i concetti” esattamente come il grande comico di “quelli della notte”‎, Ferrini, che, quindi, ne fece la caricatura profeticamente.

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13.06.15

La candidatura giudiziaria 

Con l’inchiesta pubblico ministeriale del Mose, che ha ammanettato il ceto civico candidato a sindaco di Venezia, e’ stata aperta la campagna elettorale dell’esponente del ceto giudiziario, Casson, per scelta della sua dirigenza

Su mandato politico della ANM

Ha fatto campagna elettorale, il pubblico ministero assegnato alla politica dalla associazione nazionale magistrati, rifiutando il soccorso ai fuggitivi dalla fame dalle guerre dalle dilapidazioni, dalle ingiustizie d’ogni genere, nel territorio del suo Comune (Venezia)…
‎Questa la posizione culturale, prima che giuridica e giudiziaria, della ANM..

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11.06.15

Il leghismo sconcettuale 

“La mia proposta condivisa da me ma anche da altri..”
condividerebbe con altri la sua proposta, lo sdoppiato Maroni (ovviamente una proposta razzista)‎..

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8.06.15

“Vecchione” è detta la sagoma umana dell’anno morente, a carnevale,…..

“Roberto vecchioni”, colui che cantava “noi siamo i compagni …”, ed è ingrassato giocando “sulla sinistra del campo sociale”, oggi proclama  stima politica per  la lepenista “Meloni”, già baby sitter e badante di Fiorello, assurta ai ministeri della repubblica propagando  fascistismi…..
A segno di ciò che fu “la sinistra”, quel che esattamente è oggi…

Il carnevale  di Venezia

‎Per le elezioni comunali veneziane, Imposimato (membro della associazione nazionale magistrati, già veggente e senziente giudiziario nel “caso Moro”) fa propaganda per la candidatura a sindaco di Casson (altro membro  della stessa  associazione), e lo  fa a nome di M5stelle…
dunque anch’esso membro di quella associazione, la quale, quindi, oramai, permea anche il ceto politico “elettorale”, oltre che quello istituzionale…

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7.06.15

‎Renzi costituzionalista…

Il sussidio ai poveri è incostituzionale, sputacchia convinto, giuristeggiando, “Matteo Renzi”, perché l’art 1 della Costituzione prescrive che la repubblica sia fondata sul lavoro, non sul sussidio ai poveri (che, quindi, dovrebbero lavorare..)‎…
Che i poveri esistano perché la repubblica non è fondata sul lavoro, che essi abbiano diritto di pretenderlo, che, se la pretesa sia, dalla repubblica, inevasa, essi possano pretendere il sussidio di sopravvivenza, è totalmente estraneo alla capacità cognitiva della sciagura della repubblica, capo del suo Governo..

I procuratori della (politica della) repubblica

Oggi si vota in Turchia, mentre un procuratore della repubblica turca ha chiesto l’ergastolo per reato di spionaggio (“a favore dell’Occidente” ), contro  un giornalista che ha rivelato la Turchia fornirebbe armi ai ribelli siriani.
Richieste di pena simili, dai procuratori della repubblica politicanti con o senza mandato, sono frequenti, in Turchia e nell’area Geografica circostante, compresa, pare anzitutte, quella italiana..

‎Il pitocco politicante 

Marino corruppe l’università americana per carpire il titolo di “professore di chirurgia del fegato”, con esso corruppe il partito “della sinistra” per carpire il titolo di senatore, con esso corruppe lo stesso partito e la città di Roma per carpire il titolo di sindaco…con esso carpì la magistratura nominando assessore uno dei suoi esponenti…
Ecco un esempio di “catena corruttiva” ad anelli inscindibili…
Ma l’organismo generale anticorruzione italiana (fatto da magistrati paramagistrati poliziotti parapoliziotti, e loro “evangelisti” ed apostoli), nemmeno lo sospetta…

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6.06.15

Cantone lo sputtanatore generale

Per “Cantone”, la (stupeputrefacente) “Bindi” avrebbe “sbagliato”, ad elencare gli “impresentabili’, perché, “spresentando” pochi, avrebbe “presentato” molti (gli avrebbe dato il “bollino blu”, dice, nel suo napoletano dei bassi, stretto nel pensiero pubblicitario televisivo), quasi tutti…
ovviamente, per una Autority della Repubblica “anticorruzione”, comunque e sempre suo magistrato… e, magistrato penale, come lui, spresentatore per mestiere delle popolazioni italiane…

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24.04.15

La “associazione nazionale magistrati”, secondo quanto riferisce il Garantista, a conclusione di un dibattito sulla questione se indire o no sciopero di protesta avverso la legge sulla responsabilità civile dei magistrati, ed  altro, avrebbe auspicato:
“…un grande appuntamento di confronto e proposta, nel quale coinvolgere con serietà di intenti tutti coloro che operano nella Giustizia: magistratura ordinaria ed onoraria, avvocatura, personale amministrativo, forze di polizia, università, nel quale confrontarsi…”
Senonchè:
Fra gli invitati all’”appuntamento”, non si vede né l’Accusatore né il Giudice.
Per ciò, il confronto sarebbe incompleto ( il suo esito, incompiuto).
Eccetto che, i suddetti, siano stati compresi nel Soggetto “magistratura”.
Ma, se lo fossero, non si vede come, l’avvocatura, potrebbe interloquire con chi li impersona unitariamente, con l’accusatore giudicante, con il giudice accusante; con chi, naturalmente, non potrebbe che produrre condanne.
L’interlocuzione sarebbe sterile, e perfino sgradevole, per la “deformità” (epistemologica,  logica, e “giudiziaria”) dell’interlocutore, oltre che inattuabile metodologicamente.
E, se avvenisse, sarebbe mistificatoria, e infedele alla missione giudiziaria (ma anche sociopolitica ed etica), della avvocatura.
E chi la avesse ritenuta possibile in “serietà di intenti”, avrebbe avuto, di questi due termini, nozioni che sfuggono al senso della avvocatura (e, forse, anche a quello di altre categorie di “intellettuali”).
Immaginare, d’altronde, in siffatta situazione, la interlocuzione, della avvocatura con il “personale”, amministrativo di quel coacervo disfunzionale “giustizialmente”, per le (stesse) ragioni, pare inconcepibile.
Inoltre, che cosa potrebbe avere a che fare l’avvocatura, levatrice e allevatrice e preservatrice di diritti (oltre che di infinita e incessante relazione e interazione sociali in forma dialogica e dialettica, anziché “militare”), con la “polizia”, istituzionalmente funzionalmente socialmente politicamente eticamente, antipode, non si vede (almeno a colpo d’occhio).
Così che, a siffatto “confronto”, parrebbe essere stata invitata per il camuffamento di operazioni (“dialogiche”) che sarebbero irriducibilmente aliene o contrarie, ad essa ed agli interessi del popolo che, per libera elezione popolare, rappresenta.
Quanto alla “università”, intesa quale istituzione della scienza giuridica e giudiziaria sulla  legge esistente, che nella avvocatura (ebbe storicamente e) avrebbe attualmente il suo operatore e divulgatore (e fomentatore e fautore), solo con quella, essa, potrebbe interloquire, e anzitutto solidarizzare:
se, del suo fondamentale apporto culturale, la magistratura “giurisprudenziale” ne ha vietato (finanche) la menzione (salvo il suo plagio occulto, quando fosse strumentale ai suoi disegni), in ogni atto giudiziario e comunque nei suoi provvedimenti;
ciò, dacchè si protese alla conquista (definitiva) del monopolio del “sapere giuridico” e giudiziario -fino all’estremo di istituire, perfino “legislativamente”(passando per i gabinetti ministeriali e parlamentari occupati esclusivamente da suoi emissari), la “inammissibilità” (o comunque la “infondatezza”) della attività giudiziaria che non avesse appiglio  in esso- :
pur se lo avesse nella “università” e nella legge;
pur se, quel “sapere”,  fosse  (ben)  inferiore , alle  superiori  tradizioni culturali della “culla  del diritto” (universale);
pur se, menomando le prerogative costituzionali del popolo italiano riunito in Parlamento,  dettasse legge al suo posto (perfino, beffardamente, nel suo nome, con cui,  immancabilmente, intesta le “sentenze”).
Ma se solo “università” ed avvocatura potrebbero interloquire, il “confronto” in “serietà di intenti” reclamerebbe altri invitati .
Diaz

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Il pm Enrico Zucca: “Fabio Tortosa esprime l’opinione di tutta la polizia. La politica non capisce la gravità del G8”

Ciò che è certo, quindi, è che la Polizia può essere illegalitaria, nella relazione e nella interazione con le popolazioni.
Illegalitaria, d’altronde, nel modo e nella misura più elevati, attaccandole militarmente con azioni costituenti delitti contra la persona, contro la persona completamente innocente a priori (anzi, appositamente trascelta a bersaglio dell’attacco militare, predestinata a vittima della operazione militare).
Data tale possibilità, quando, la polizia, possa essere legalitaria è incerto:
quando perseguisse legalmente un delitto effettivamente commesso, l’illegalità potrebbe campare nella predisposizione delle prove a carico (tralasciando che, quando la predisposizione fosse legale, la legalità formale potrebbe avere coperto la illegalità sostanziale: si pensi alla legge sui “collaboratori di giustizia”, che ha previsto e organizzato offerta di denaro, di altra utilità, di impunità penale e civile -oggettivamente, fatti di corruzione-, ad istituzione della “leva” di chiunque, reo di reato,  si  renda disponibile, da solo o in gruppo, ad accusare chiunque altro, con certezza (data dalla “magistratura unita”,  composta di requirenti e giudicanti dotati  di un unico scopo d’ufficio, accusatorio e condannatorio), di accredito,  anche per garanzia di  impunità penale dei delitti  di falsità testimoniale che avesse commesso) della  sua  dichiarazione.
Certamente o probabilmente illegalitaria, la polizia, dunque, la sua permanenza in tale condizione  all’interno della repubblica democratica, è eversiva.
O, quando quella permanenza producesse egemonia, della illegalità, illegalitarismo, del potere relativo e dell’insieme dei poteri circostanti quello di polizia, lo Stato ospite cesserebbe (perfino) di (poter) essere democratico:  diverrebbe (immancabilmente, “Stato  di polizia” autocratico (nelle varie versioni ed accezioni geopolitiche), entro il quale ogni altra istituzione non avrebbe la possibilità (anzitutto fisica prima che politica), di essere democratica.
L’ “illegalitarismo di polizia” è (da tempo) egemone, in Italia..
Diaz

Quando ha letto le parole dell’ex celerino Fabio Tortosa, il procuratore generale Enrico Zucca ha scosso la testa. Non per la sorpresa: “Quello che esprime Tortosa è quello che hanno sempre pensato i vertici della polizia”, afferma all’Huffington Post.

Zucca è il magistrato che ha condotto l’inchiesta sulla Diaz insieme al pm Francesco Albini Cardona. Un processo che “ha svelato una pratica ancora più disgustosa della tortura e cioè la copertura della tortura. La Cassazione parla di ‘violenza inusitata’, ma anche di una ‘scellerata operazione mistificatoria perpetrata dai vertici della polizia’. Di questo non si parla e anche la politica evita questo argomento”.

Ciò che invece continua a sorprendere Zucca, invece, è il doppiopesismo: gli applausi agli agenti responsabili della morte di Federico Aldrovandi e le frasi di Tortosa fanno indignare i palazzi della politica, mentre questo non accade quando i condannati in via definitiva per il G8 di Genova continuano a occupare incarichi istituzionali.

Il poliziotto Fabio Tortosa rivendica l’irruzione alla Diaz, quale impressione riceve dalle sue parole?
È l’emersione nemmeno tanto sorprendente di una subcultura che alligna nei corpi di polizia di tutto il mondo. Tra l’altro, accanto alle espressioni di rivendicazione del massacro ha usato un linguaggio poco gentile anche nei miei confronti. Ho visto di peggio, certo rimango un magistrato della Repubblica e Tortosa è un poliziotto, siamo entrambi funzionari dello Stato.

Sta dicendo che le frasi di Tortosa sono eversive?
Niente è più eversivo per lo Stato di un servitore che ne tradisce i principi. Purtroppo nel discorso pubblico, inclusi i giornali mainstream, prevale ancora la logica del bilanciamento e cioè viene detto che durante il G8 di Genova i poliziotti avranno anche commesso dei reati ma i manifestanti hanno travalicato la legge. Ebbene, niente minaccia maggiormente la democrazia di questo ragionamento perché la polizia non può compiere reati, per nessuna finalità, ed è molto inquietante quando questo accade. Come magistrati lo scrivemmo al termine dell’inchiesta: a Genova la polizia si è mossa secondo la logica del nemico nei confronti di coloro che manifestavano, un “noi e loro” che giustificava le azioni degli agenti e dei loro vertici. Un discorso che mina il cuore della democrazia e provoca la sfiducia nelle istituzioni.

Possiamo dire che Tortosa ha sentito di poter scrivere quelle frasi perché qualcuno poi l’avrebbe perdonato?
L’atteggiamento di questo poliziotto è generato dalla copertura che ha ricevuto dai vertici. Il processo Diaz ha svelato una pratica ancora più disgustosa e cioè la copertura della tortura. La Cassazione parla di “violenza inusitata”, ma anche di una “scellerata operazione mistificatoria perpetrata dai vertici della polizia”: entrambi gli elementi sono stati poi confermati dalla recente sentenza della Corte di Strasburgo. Di questo secondo aspetto non si parla e anche la politica evita l’argomento. Così si lascia in qualche modo aperto il pensiero che un poliziotto è un buon poliziotto anche quando sbaglia.

Il Viminale promette una punizione esemplare nei confronti di Tortosa. È sufficiente?
Spesso il Viminale promette grosse punizioni ma spesso gli esiti non sono conseguenti. Anche le dichiarazioni dell’immediato dopo G8 erano ancora più dure, poi però non accadde nulla. C’è un nucleo sostanziale comune tra ciò che Tortosa esprime con un linguaggio brutale e la concezione sottostante alle dichiarazioni anche ufficiali dei vertici della polizia. Questa è la peculiarità del G8 di Genova, che è devianza non solo della truppa ma anche dei loro comandanti ai più alti livelli. Siamo molto lontani dalla tradizionale tesi delle poche mele marce. Ricordo che i vertici processati sono stati condannati in via definitiva anche per aver compilato dei verbali falsi proprio per nascondere le torture avvenute alla Diaz, e questa è la linea utilizzata non soltanto dalla polizia di Gianni de Gennaro ma anche dai successori quando hanno toccato l’argomento del G8.

Intende dire che questa difesa della violenza degli agenti prosegue ancora oggi?
Quando scrive che si sente un servitore fedele dello Stato, Tortosa esprime un concetto identico a quello espresso dal capo della polizia Antonio Manganelli quando disse che a Genova la polizia era stata attaccata e dunque si era “difesa come aveva potuto”. Ma questo concetto non ha spazio in una democrazia, perché servire lo Stato significa servire la Costituzione e le sue leggi. Se la polizia non capisce questo, allora qual è la differenza con un regime? Bisogna togliere a Tortosa l’illusione di essere un fedele servitore delle istituzioni, perché sta bestemmiando: questo è l’unico elemento grave delle sue esternazioni. Tuttavia si stanno applicando in questa vicenda due pesi e due misure.

Cioè?
La politica e lo stesso Viminale si indignano per le parole di Tortosa così come si sono indignati per gli applausi agli agenti condannati per la morte di Aldrovandi. Ma perché questa indignazione non è arrivata nel luglio del 2012, quando la Cassazione condannò in via definitiva i vertici della polizia che, come ho ricordato prima, hanno difeso fino all’ultimo l’operazione alla Diaz e hanno coperto la tortura? Non solo non c’è stata indignazione, ma all’indomani di quella condanna è apparsa una lettera sul Corriere della Sera firmata da poliziotti che esprimevano al loro capo condannato la stessa solidarietà che Tortosa esprime nei confronti del suo commilitone, condannato per lo stesso reato. Nessuno si è scomposto per quel gesto di solidarietà nei confronti di un funzionario di polizia che per la Cassazione ha coperto un atto di “abiezione totale”. Si è perso l’abc istituzionale.

In questo doppiopesismo entra anche il fatto che la politica non osa toccare Gianni De Gennaro?
Continuo a stupirmi del fatto che non ci si renda conto dell’enormità di quanto è successo al G8 di Genova e negli anni successivi. Persone prima indagate e poi condannate per reati infamanti non sono mai state sospese né hanno ricevuto un procedimento disciplinare e, anzi, hanno continuato ad avere incarichi istituzionali avallati dalla politica. Tanto per dire, i vertici della polizia coinvolti nelle indagini sulla Diaz e Bolzaneto hanno continuato a comandare sugli agenti che noi magistrati impiegavamo nell’inchiesta contro di loro: una torsione senza precedenti in totale contrasto con le prescrizioni della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo, la cui violazione è considerata nella condanna che l’Italia ha subito.

Ripeto la domanda: non è anche compito del governo pretendere chiarezza o prendere provvedimenti?
Mi stupisco del fatto che nessuno abbia depositato una interrogazione parlamentare per chiedere al governo come mai non ha risposto alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo quando pretendeva dall’Italia informazioni sugli eventuali procedimenti disciplinari a carico dei poliziotti condannati per la Diaz. Il problema è che il corpo di polizia è impenetrabile e non è semplice neppure per lo stesso Viminale avere delle statistiche e delle informazioni chiare. Nel caso della Diaz non c’è stata la copertura soltanto del VII nucleo di Tortosa, ma la solidarietà totale della polizia.

La sensazione di Tortosa è quella, insomma, di impunità totale?
Mai nessuno all’interno della polizia ha stigmatizzato pubblicamente quando successo a Genova nel 2001. I vertici, e di conseguenza anche i soldati semplici come Tortosa, hanno sempre affermato di essersi difesi dalle violenze dei manifestanti. Qualcuno dovrebbe ricordare alla polizia intera che la tortura non va fatta nemmeno al peggiore dei terroristi. Ma questo non è compito della politica, che certamente può pretendere più chiarezza e trasparenza: questo cambiamento deve avvenire dall’interno affinché nessun agente, alla morte di Carlo Giuliani, possa più esultare urlando “uno a zero per noi”, come purtroppo è accaduto.

Come può cambiare la polizia italiana?
Nelle scuole che formano gli agenti bisognerebbe insegnare in primo luogo la Costituzione e poi come si mettono le manette ai mafiosi. Perché il fine non giustifica mai i mezzi e le tante medaglie della polizia non si possono usare per bilanciare la più grave sospensione del diritto in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, come è accaduto a Genova.

Tortosa afferma che esiste un’altra verità, oltre a quella processuale.
Sono le stesse parole usate dal dirigente Canterini (il comandante del VII nucleo, ndr), ma sono anche quelle usate dagli altri vertici condannati che hanno alluso a “vere verità difformi da quella giudiziaria”. Lo ha ripetuto recentemente anche Alfonso Sabella (ora assessore alla legalità a Roma, ndr). L’unico dato oggettivo è che quando hanno potuto e forse dovevano parlare, non lo hanno fatto. C’è un tempo per ogni cosa.

Pubblicato: Aggiornato:
http://www.huffingtonpost.it/2015/04/15/zucca_n_7069710.html
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