23.02.14 – Renzi ” l’indiano “

Primo atto di Renzi Presidente del Consiglio, una telefonata ai due marò trattenuti in India:
ai “delinquenti” comuni, sepolti vivi nelle carceri italiane, promise di “asfaltarli”, l’avventuriero istituzionale, agli assassini di Stato dedica la propria investitura…
Italianamente, peraltro…

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Cassazione Erariale….

Figli di un dio minore

Giancarlo ALLIONE

Lunedì 10 febbraio 2014

L’Italia è un paese curioso, dove tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di condizioni personali e sociali, ma dove, nei fatti, diritti e doveri variano a seconda del tipo di lavoro.
La scorsa settimana Eutekne.info ha dato conto di due sentenze della Corte di Cassazione dal contenuto paradigmatico, non perché i giudici abbiano deciso in modo discriminatorio, ma perché hanno messo per iscritto alcuni effetti del sistema giuridico-economico-mediatico vigente.

Con la sentenza n. 1846 del 29 gennaio, la Cassazione ha respinto il ricorso di un contribuente contro un accertamento che aveva rideterminato il suo reddito sulla base degli studi di settore, non avendo ritenuto i certificati medici prodotti idonei a provare l’impossibilità di produrre un ammontare di ricavi pari a quello richiesto dallo studio.
Secondo la sentenza, la malattia non rappresenta di per sè un fatto che consente di disapplicare lo studio di settore, essendo necessario dimostrare che abbia impedito nei fatti l’esercizio dell’attività.
Capito? Un certificato medico non basta per giustificare un livello di ricavi inferiore a quello che la Repubblica si attende. Sappiamo tutti quanto è facile avere un certificato medico, non è quindi possibile prestarvi fede di per sè. Occorre dimostrare (ma come?) che la malattia, per quantità e qualità, ha oggettivamente impedito o limitato la capacità lavorativa.

Ma se il lavoratore, anziché essere un autonomo, fosse stato un dipendente, sarebbe bastato produrre un banalissimo certificato del suo medico non solo per starsene a casa tutto il tempo necessario a curarsi in santa pace, ma anche per percepire ugualmente lo stipendio. Il tutto, incluso appunto lo stipendio e non solo le corrispondenti tasse, a carico della collettività. Nessuno sindacherà mai se la sua malattia era tale da impedirgli davvero di lavorare. Credo che l’INPS potrebbe mostrare dei numeri interessanti su quanto sia di molto più cagionevole la salute degli italiani il lunedì rispetto al mercoledì.

Prima conclusione. Se un lavoratore autonomo la domenica pomeriggio sente salire la febbre, è meglio che si prenda una tachipirina e lunedì se ne vada a lavorare lo stesso. Oltre a quanto ha sempre saputo, cioè che la collettività non si farà mai carico del suo mancato reddito, ora deve anche sapere che non può accampare di essere stato malato come scusa per non aver raggiunto il target di fatturato che lo Stato gli ha assegnato e che gli saranno chieste le imposte sul reddito che, causa la malattia, non è riuscito a produrre.
Tuttavia, anche se va a lavorare, deve fare attenzione. Se il lavoro lo fa per un ente pubblico, la probabilità di dover aspettare un’eternità il pagamento è molto alta, e così veniamo alla seconda sentenza.

Con la decisione n. 5467 la Cassazione ha ribadito il principio dell’indifferenza della situazione economica dell’impresa rispetto agli omessi versamenti penalmente rilevanti. Quando si tratta di pagare lo Stato non c’è crisi che tenga e il mancato pagamento, quando è reato, è tale anche se a causarlo è stata una Pubblica Amministrazione che non onora i suoi debiti.
Ma allora, tutte le volte in cui l’imprenditore ha somme sufficienti solo per pagare i dipendenti, dovrà necessariamente commettere un reato, se gli importi sono rilevanti? No, non è obbligatorio.
Poniamo che disponga di una somma di 300.000 euro e che questa corrisponda al “netto in busta” dei suoi dipendenti.
Egli dovrà spiegare loro che dispone solo di 300.000 euro e che loro, i dipendenti, non essendo né parlamentari, né consiglieri regionali, né dipendenti pubblici e neppure pensionati, non appartengono ad alcuna delle classi sociali che devono prendere lo stipendio cascasse il mondo nelle quantità e nei tempi stabiliti. Di conseguenza dei 300.000, più o meno per 75.000 andranno all’erario, 75.000 all’INPS e quel che resta a loro.
Qualcuno fra i dipendenti potrebbe obiettare che c’è un contratto di lavoro, che loro hanno fatto tutto quanto è stato richiesto e che l’azienda ha servito l’ente pubblico nelle quantità, qualità e tempi pattuiti.
L’imprenditore dovrà però essere fermo nello spiegare che pagarli di meno non è un reato, mentre lo è non versare le ritenute e lui non intende trasformarsi in un criminale. Dovrà esortarli a spendere meno per i figli o a non pagare l’affitto di casa, insomma a farsi bastare quello che resta dopo aver versato INPS e ritenute.
Qualcuno, fra i più indomiti, eccepirà che l’azienda sarebbe sana se lo Stato pagasse e che, non pagando i dipendenti, la si condanna a morte certa. A questo punto, all’imprenditore non resterà che chiudere dicendo che dell’azienda e dei suoi dipendenti non importa niente a nessuno, purchè lo Stato abbia tutto quello che gli è dovuto (credo ragionassero così anche i nobili del settecento quando requisivano il raccolto dei loro contadini).
Seconda conclusione. Sede in Irlanda e produzione in Cina.

http://www.eutekne.info/Sezioni/Art_450056.aspx?utm_source=einewsletter&utm_medium=link&utm_content=Art_450056.aspx&utm_campaign=articolo

Giancarlo ALLIONE http://www.eutekne.info/Sezioni/Autore_giancarlo_allione.aspx?idrecensore=175

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Grasso

…a parte che, penalisticamente, potrebbe essere un delinquente giuridico-giudiziario, logicamente, potrebbe essere un semidemente…

Corruzione: Grasso, attuale legge non soddisfa requisiti  (AGI) – Trieste, 10 feb. – “Ritengo che l’attuale legge non soddisfi i requisiti tecnico-giuridici per poterla veramente reprimere”. Lo ha detto il presidente del Senato, Pietro Grasso, a margine di un incontro a Trieste sulla cultura della legalita’. Ricordando di aver presentato una proposta di legge anti-corruzione il giorno stesso del suo insediamento parlamentare, il presidente del Senato ha auspicato che “si possa modificare questa legge che e’ all’ordine del giorno della Commissione Giustizia del Senato e nella fase della discussione”. Secondo Grasso, “bisogna avere lo spazio e il tempo perche’ il Senato si occupi anche di questo”. – Dal punto di vista tecnico, occorrono, a giudizio del presidente del Senato, “gli strumenti per potere far si’ che i processi vadano a buon fine e non siano tagliati dalla prescrizione, quindi sotto questo profilo bisogna aumentare le pene o modificare l’istituto della prescrizione”. Tra le altre misure da adottare, ha aggiunto Grasso, “bisogna modificare alcune figure di reato come la concussione per induzione che vede colui che viene indotto come un mezzo complice che ha una pena minore mentre prima tutto cio’ non c’era. Questo – ha rilevato – porta una difficolta’ nelle denunce” . Infine secondo il presidente del Senato, “ci vorrebbero strumenti perche’ si possa indagare sul traffico d’influenza con delle pene piu’ gravi”.

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“…finalmente….. l’avvocatura…”

08/02/2014
Delibera Assemblea Straordinaria del 7 Febbraio u.s.
Elemento Grafico
FotoRiportiamo qui di seguito la delibera dell’Assemblea Straordinaria Generale degli Iscritti del 7 Febbraio 2014.

 

L’Assemblea Generale Straordinaria degli iscritti all’Ordine degli Avvocati di Cagliari
riunitasi il 7 febbraio 2014,
RILEVATO
• che il diritto di difesa costituzionalmente garantito sta subendo un attacco senza precedenti;
• che anche gli ultimi provvedimenti governativi, presentati come di riforma del processo civile, confermano la oramai consolidata tendenza a comprimere sotto diversi profili i diritti costituzionali. In questo senso vanno, tra gli altri: l’introduzione di filtri discrezionali sull’ammissibilità delle impugnazioni, la mortificazione del principio costituzionale di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali; la previsione di una responsabilità solidale dell’Avvocato rispetto all’esito della causa; la sostanziale cancellazione del sistema delle impugnazioni attraverso l’abolizione del divieto di reformatio in peius, l’esclusione del controllo di legittimità sulla motivazione in caso di doppia decisione conforme nel merito e la conseguente tendenziale cristallizzazione degli orientamenti giurisprudenziali, la crescita esponenziale, costante, progressiva, incontrollata ed incontrollabile dei costi di accesso alla giustizia, cui non ha corrisposto alcun effettivo e concreto reinvestimento delle somme per migliorare il funzionamento del sistema, già da troppo tempo gravato da pesantissime carenze di mezzi e di organici, cui non è dato segno di voler porre alcun rimedio.

CONSIDERATA

la gravissima compressione dei diritti dei non abbienti attuata attraverso la drastica ed ingiustificata riduzione delle risorse da dedicarsi alla loro difesa, da sempre assicurata ai più deboli in modo pieno e qualificato dall’Avvocatura, cui si è ritenuto da ultimo di imporre, senza preventiva concertazione, un ulteriore taglio dei compensi, in alcun modo commisurati alla quantità e qualità dell’opera prestata.

RITENUTO

intollerabile, poiché gratuito e rispondente a deplorevole demagogia, il malcelato tentativo di addossare la maggiore responsabilità del cattivo funzionamento della giustizia e dell’eccessiva durata dei procedimenti giudiziari principalmente agli Avvocati, senza tenere in alcuna considerazione il servizio da loro reso quotidianamente per assicurare a tutti una effettiva difesa e le risorse economiche che costantemente l’Avvocatura immette per tentare di ovviare alle gravi carenze di mezzi, strumenti e perfino materiali d’uso comune, i cui oneri dovrebbero essere assicurati dai pesanti costi richiesti per l’accesso alla giustizia. Con totale svilimento della funzione difensiva, determinato e reso ancor più sensibile, quanto intollerabile, dalla pratica giudiziaria quotidiana, nella quale all’Avvocato si chiede di assumere un ruolo di supplenza rispetto alle carenze organizzative degli uffici.

PRESO ATTO

che il Ministro della Giustizia ha disatteso ogni tentativo degli organi rappresentativi dell’Avvocatura di intraprendere un dialogo, gli interventi sopra richiamati costituiscono l’unica risposta che il Governo ha ritenuto di dover rendere ai cittadini, noncurante dei continui richiami della Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo avverso la constata inefficienza ed inefficacia del “sistema giustizia” che, si ribadisce, “impediscono di fatto l’effettiva tutela dei diritti dei Cittadini, quali la dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge, con riflessi negativi in merito al pieno sviluppo della persona”, ledendo i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della Convenzione di Tutela dei Diritti Umani e della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.

CONSIDERATO

più specificamente e con viva preoccupazione, che i citati interventi, troppo di frequente attuati attraverso l’illegittimo ricorso alla decretazione d’urgenza, con riflessi negativi sotto il profilo sostanziale, processuale e sistematico, comportano la palese e grave violazione:

• degli artt. 3 e 24 comma 1 della Costituzione, che garantiscono a tutti i Cittadini l’effettiva possibilità di agire in giudizio per la “tutela dei propri diritti ed interessi legittimi”;
• dell’art. 111 della Costituzione, per l’intenzione di consentire che la sentenza venga resa senza una motivazione subordinando quest’ultima al pagamento di un contributo.
• dell’art. 6 della “Carta Europea dei Diritti dell’Uomo”, che sancisce per “tutti i cittadini europei il diritto ad un “equo processo” garantendo il diritto che la causa sia esaminata equamente, pubblicamente, ed entro un termine ragionevole da un Tribunale indipendente ed imparziale, costituito per legge” […].
• dell’art. 14 della “CEDU” e dell’art. 1 del Protocollo 12 della “CEDU”, i quali garantiscono che i diritti e le libertà riconosciute dalla Convenzione, nonché il godimento dei diritti previsti dalla legge siano assicurati senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, razza, religione opinioni politiche di altro genere, l’origine nazionale e sociale, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione”.

CONSIDERATO ALTRESÌ

• che l’art. 2 comma 7 della legge 146 del 1990, come modificata dalla legge 83/2000, stabilisce che “le disposizioni relative al rispetto dei termini di preavviso minimo e di indicazione della durata dell’astensione non si applicano nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell’ordine costituzionale”.
• che nel caso di specie l’Assemblea dell’Ordine degli Avvocati di Cagliari ha ravvisato un fondato, serio, grave, attuale, pregiudizio ai diritti della persona costituzionalmente garantiti e tutelati dalle convenzioni e trattati internazionali sui diritti dell’uomo cui lo stato italiano aderisce;
• che la gravità della situazione impone di assumere, con senso di responsabilità e per il rispetto nutrito dall’Avvocatura per le Istituzioni, ogni più ferma iniziativa,

DELIBERA

• l’astensione degli Iscritti da ogni attività nelle udienze civili, penali, amministrative e tributarie, a decorrere dal giorno 11 Febbraio 2014 ad oltranza, fino a quando non saranno manifestati da parte del Ministro della Giustizia e del Governo segni concreti di voler instaurare un confronto ed una concertazione con gli Organi Istituzionali e politici dell’Avvocatura sulle riforme ed i temi della Giustizia;
• di invitare i Colleghi a richiedere la cancellazione dalle liste del patrocinio a spese dello Stato e delle difese d’ufficio;
• di proporre l’integrazione dell’ordine del giorno dell’assemblea già indetta dall’Unione Regionale delle Curie per il 18 Febbraio 2014 con la richiesta di invito ai Consigli degli Ordini degli Avvocati della Sardegna ed a tutti gli Organi ed Organismi rappresentativi dell’Avvocatura a rassegnare, in segno di protesta, le proprie dimissioni.
• con espresso invito a tutti gli Iscritti, stante l’importanza delle questioni da discutere;
• a partecipare all’assemblea straordinaria del 18.02.2014;
• ad assumere ogni iniziativa utile a diffondere ed illustrare il contenuto della presente delibera.

Cagliari, lì 7 Febbraio 2014

Il Consigliere Segretario
Aldo Luchi

Il Presidente

Delibera dell’Assemblea Straordinaria Generale degli Iscritti all’Ordine degli Avvocati di Cagliari riunitasi il 7 febbraio 2014.

 
Ettore Atzori

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28.01.14

Cancellieri

Nella menzione di coloro ai quali “la ministra” parla, l’avvocatura manca, se non fosse tra  “signore e signori”.…

fa capolino  tra i ringraziati per la “fattiva collaborazione”: al primo presidente al procuratore generale ai magistrati al personale amministrativo,  unici facitori i di  Giustizia (dà chiaramente ad intendere,  l’anzidetta: “collaborazione” del garzone, dunque,  quella della avvocatura?).

E’ possibile che nessuno  le abbia mai riferito:

che l’avvocatura è titolare (nazionale) del potere di “azione civile” e del potere di  (re)azione amministrativa e tributaria…(anzitutto secondo Costituzione:  24.1, 113.1  Cost., che, una prefetta-ministra, dovrebbe avere al meno orecchiato)?

E che è  inoltre titolare (nazionale) dell’Ufficio di difesa nel processo penale civile amministrativo?

E che, infine e comunque, è (all’occorrenza) Difensore sociale contro ogni (specie di) Accusatore sociale?

E’ possibile (d’altronde,  basta udirla o vederla,  per supporlo)…

 

 

sabato 25 gennaio 2014

Anno Giudiziario 2014 – Intervento del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri in corte di appello a Cagliari

Corte di Appello di Cagliari

Signor Presidente della Corte di Appello,
Signor Procuratore Generale,
Signor Rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura,
Autorità tutte,
Signore e Signori,

Prendo la parola in questa cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2014, rivolgendo prima di tutto, un ideale saluto al Signor Presidente della Repubblica, garante del corretto equilibrio tra i poteri dello Stato e custode della nostra Costituzione.
Desidero, inoltre, ricordare le vittime della terribile alluvione che nello scorso novembre ha duramente colpito questa splendida terra ed esprimere la mia personale vicinanza alle loro famiglie e a tutte le persone che, con grande sacrificio, stanno collaborando alla ricostruzione.
Un  ringraziamento particolare debbo poi rivolgere al Presidente Corradini, al Procuratore Generale Cons. Angioni, ai magistrati e a tutto il personale amministrativo che, anche in questo distretto, tra molte difficoltà, danno il loro contributo al funzionamento della giustizia.
Allo stesso modo desidero ringraziare il foro per la fattiva collaborazione prestata e per la disponibilità offerta nel condividere le problematiche del sistema giudiziario.
Ho ascoltato con grande attenzione la sua relazione, Sig. Presidente. Lei, con efficacia e precisione, ha descritto lo stato della giustizia in questo distretto, non mancando di soffermarsi sulle luci e le ombre che lo contraddistinguono e sui possibili effetti delle più recenti innovazioni legislative proposte dal Governo di cui faccio parte.
Le considerazioni contenute nella sua relazione offrono numerosi elementi di interesse e sono di stimolo per una proficua riflessione su quanto già è stato fatto e quanto ancora occorre fare per rimuovere le perduranti criticità del servizio giudiziario.
La sua relazione conferma, comunque, che tra le mille difficoltà e problemi che da tempo affliggono la giustizia italiana, anche in Sardegna si colgono i segni di un sistema tutt’altro che rassegnato all’inefficienza.
Proprio per queste ragioni, l’anno 2013 ha visto il Ministero della giustizia impegnato a fondo su alcuni temi fondamentali nei più delicati settori di competenza, tutti connotati da emergenza e tutti essenziali per la corretta tutela dei diritti.
Mi sono ispirata ad un approccio pragmatico consapevole della fase critica che attraversiamo e delle urgenze poste anche da scadenze europee che il Governo è chiamato a rispettare. In questo quadro gli obiettivi dell’azione del Ministero hanno riguardato innanzitutto i due aspetti del contenimento dei tempi della giustizia e del miglioramento della condizione carceraria, oggetto quest’ultimo anche del pressante appello rivolto alle Camere dal Presidente della Repubblica.
Quanto al primo aspetto, ho già avuto modo in questi giorni di ricordare le difficili condizioni in cui versa l’attività giurisdizionale, stretta da un arretrato pesante e da una imponente domanda di giustizia.
Per questo, sin dall’esordio del mio mandato, ho individuato due linee prioritarie di intervento:
1) la riorganizzazione e la razionalizzazione del servizio giudiziario anche sotto il profilo territoriale;
2) lo smaltimento dell’arretrato, soprattutto del settore civile.
Si tratta di questioni interdipendenti tra loro considerato che una più razionale distribuzione delle risorse esistenti sul territorio è condizione essenziale per migliorare l’efficienza operativa.
Sul piano organizzativo l’intervento più importante ha riguardato l’avvio della nuova geografia giudiziaria, misura strategica indispensabile per distribuire più razionalmente le poche risorse disponibili ed eliminare le inefficienze.
Le regole applicate hanno comportato in Sardegna il mantenimento di tutti i tribunali preesistenti con una razionalizzazione limitata alla soppressione delle sole sezioni distaccate.
La positiva valutazione della Corte Costituzionale ha confermato la coerenza complessiva dell’intervento, mentre i decreti correttivi, alcuni già adottati ed altri allo studio, consentiranno di apportare ogni modifica necessaria, nella consapevolezza che un’opera di così vaste dimensioni rende certamente opportuno, nella prima fase di attuazione, un attento monitoraggio.
Tali decisioni e i primi monitoraggi ci confortano in ordine alla bontà della riforma. Al riguardo, proprio in questo distretto la nuova carta giudiziaria ha preso avvio senza necessità neppure di provvedimenti di mantenimento in uso delle strutture edilizie delle sedi soppresse (ex art. 8 d.lgs n. 155/2012), grazie ai tempestivi provvedimenti organizzativi emanati dai presidenti degli uffici accorpanti.
Altri interventi sono stati varati nel settore civile, sia per arginare adeguatamente i flussi in entrata e sia per garantire lo smaltimento dell’arretrato.
Sotto il primo aspetto è destinata ad operare la media-conciliazione obbligatoria che, già prima della declaratoria di incostituzionalità, aveva dato prova di apprezzabile potenzialità deflazionante e che da poco è stata reintrodotta. Al riguardo, Sig. Presidente, il suo personale apprezzamento mi conforta ulteriormente sulla bontà della decisione adottata, valutata dall’Unione europea come modello più avanzato di media-conciliazione in ambito continentale.
Su questa linea di azione i dati appaiono incoraggianti perché emerge un’inversione di tendenza all’accumulo di arretrato. In questa direzione si muovono anche gli ulteriori interventi approvati con il c.d. “decreto del fare”, mediante l’introduzione dei giudici ausiliari nelle corti di appello; del tirocinio formativo presso gli uffici giudiziari per i migliori laureati in giurisprudenza; l’aumento dei magistrati addetti all’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione con compiti di assistenti di studio.
Non meno importante è stato l’impegno organizzativo e tecnologico con l’intensificazione del processo di informatizzazione, la stabilizzazione dei tribunali per le imprese, l’adozione di progetti volti a migliorare l’organizzazione dei servizi.
Oggi il deposito telematico degli atti e le comunicazioni on line di cancelleria sono disponibili su tutto il territorio nazionale e i pagamenti telematici sono una realtà d’uso quotidiano in 21 distretti su 26, con significativi risparmi e minori possibilità di errore.
A partire dal 30 giugno 2014 il processo civile telematico sarà obbligatorio per legge per tutti i procedimenti monitori.
E’ stato già avviato anche il potenziamento dell’informatizzazione del processo penale, perché sono fermamente convinta che pure in tale ambito sia possibile recuperare efficienza e risorse attraverso l’introduzione a regime di comunicazioni e notifiche on line e la digitalizzazione degli atti del processo.
La delicatezza e la sensibilità della materia penale mi hanno indotto a ricercare soluzioni organiche e coerenti anche attraverso il contributo di operatori qualificati e con grande esperienza in questo difficile settore.
E’ mia intenzione inoltre introdurre meccanismi di deflazione capaci di eliminare le attività relative a quei fatti che, per la modestia degli interessi concretamente in gioco, non meritano il vaglio processuale.
Parallelamente si dovrà potenziare l’efficacia dei riti speciali senza dibattimento ed agire sul sistema di notificazione degli atti giudiziari.
Si intende poi realizzare una calibrata revisione dei meccanismi delle impugnazioni nella prospettiva di una efficace riduzione dei tempi complessivi delle procedure.
Tutto questo andrà compiuto anche attraverso la razionalizzazione della spesa improduttiva e l’incremento di efficienza derivante dall’ormai consolidato programma di  diffusione delle buone pratiche, sia amministrative che giurisdizionali.
Basti al riguardo citare il recupero di efficienza ed il notevole risparmio di spesa che deriverà dal completamento della procedura per l’acquisizione e la gestione centralizzata dei servizi di intercettazione telefonica, telematica e ambientale (c.d. gara unica nazionale).
Nella lotta alla criminalità organizzata intendo dare impulso ad un sempre maggiore utilizzo degli strumenti di cooperazione giudiziaria e delle misure di prevenzione patrimoniali utilizzando i lavori dell’apposita Commissione di studio già istituita presso il Ministero.
Un particolare impegno è stato profuso nel settore penitenziario, al fine di riportare il nostro Paese all’interno di parametri rispettosi degli standard richiesti dall’Unione Europea e dalla Corte di giustizia, ma ancor prima per restituire dignità alla condizione dei detenuti e a chi opera con sacrificio ed impegno all’interno del sistema penitenziario.
Il Presidente della Repubblica ha ricordato al Paese che le condizioni di detenzione sono un essenziale indice di misura della civiltà, non soltanto giuridica, di una nazione.
In questa ottica che vanno lette le azioni che abbiamo intrapreso sul piano amministrativo e normativo.
Nelle scorse settimane tali azioni sono state illustrate a Strasburgo ed hanno ottenuto un pubblico apprezzamento dai nostri interlocutori istituzionali.
Sul versante normativo, il Consiglio dei Ministri ha varato, poco prima di Natale, un nuovo intervento, dopo quello dell’estate scorsa, di ampliamento delle misure alternative al carcere e di rafforzamento della tutela dei diritti delle persone detenute. Ritengo un passo importante l’aver introdotto meccanismi di tutela giurisdizionale sollecitati in molte occasioni dalla Corte Costituzionale. Allo stesso modo la figura del Garante nazionale costituisce un ulteriore elemento di attenzione alle condizioni delle persone private della libertà.
Il quadro è complesso ma possono registrarsi alcuni significativi risultati sia sul piano della riduzione complessiva del numero dei detenuti, sia su quello relativo alla riduzione del numero delle persone in custodia cautelare. I detenuti presenti in carcere alla data del 21 gennaio u.s., sono 61.619, a fronte dei quasi 70.000 raggiunti nel 2010, mentre i detenuti in custodia cautelare sono circa 7.000 in meno rispetto a tre anni fa.
E’ massimo lo sforzo per migliorare l’azione amministrativa finalizzata a modificare la quotidianità della vita all’interno dei penitenziari. Si sta tentando di dare tutela e risposte alle situazioni più difficili, anche sul piano sanitario e particolare attenzione si sta prestando alle donne e ai minori che hanno rapporti con il carcere.
L’ambizione è quella di non limitarsi ad una mera esecuzione burocratica della sentenza di Strasburgo ma di cogliere questa occasione per avviare una profonda revisione del modello di detenzione.
Sia chiaro, tutto ciò non va a detrimento della sicurezza della collettività. In questo senso intendo rassicurare i cittadini e quanti legittimamente esigono che l’emergenza carceraria non determini arretramenti sul piano della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Le nuove misure sono infatti prive di ogni automatismo e vengono riconosciute da parte del magistrato di sorveglianza sulla base di una valutazione positiva della personalità del detenuto.
La magistratura di sorveglianza avrà quindi un ruolo essenziale nel diffondere una nuova cultura che sappia abbandonare l’idea di un sistema penitenziario avulso dalla giurisdizione, ristabilendo le indispensabili sinergie tra la giurisdizione di sorveglianza e l’amministrazione penitenziaria.
Come già detto, i primi positivi segni di questa strategia multifattoriale appaiono incoraggianti per la tendenza progressiva alla diminuzione della popolazione carceraria che è stata registrata.
I risultati raggiunti attraverso l’abnegazione, la passione, l’impegno e la cultura organizzativa profusi, anche in questo Distretto, dagli operatori della Giustizia, dagli avvocati e dal personale penitenziario, dimostrano che l’attuale condizione di difficoltà del sistema non deve divenire alibi per la rassegnazione o l’immobilismo.
La politica ha responsabilità decisive, ma a tutti è richiesto di dare il proprio contributo di intelligenza e di impegno per migliorare la risposta di giustizia nei confronti del Paese, senza la quale non può darsi effettiva attuazione ai diritti costituzionalmente garantiti.
Con la consapevolezza che questo sia un obiettivo effettivamente perseguibile, formulo i migliori auspici per il nuovo anno giudiziario in questo distretto.
Vi ringrazio.Annamaria Cancellieri
Ministro della Giustizia

 

 

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…che gli avvocati scioperino è affare loro non di noi giudici…

La “normativa secondaria”, evocata dalla sentenza (SSUU 26711/2013 richiamata nella notizia), sarebbe dicibile “regolamento”? E, questo, avrebbe che vedere col “regolamento” la cui violazione integra (con altro) l’elemento oggettivo della fattispecie in art 323 cp? (Che vedere) con la violazione che, quando sia spinta “intenzionalmente” (come nella sentenza in commento traspare) ad arrecare ad altri un “danno ingiusto” (certamente, in specie, arrecato, poiché colpito un diritto oggettivo, del processo, e impresso, a questo, un esito – pur solo virtualmente – indipendente dall’esercizio fiduciario di quello), integra il delitto in art 323 cit.? Tanto più, se, ove, a norma del regolamento, il difensore non comparisse, non mancherebbe (semplicemente) “il difensore” (sostituibile e da sostituire, con altro “d’ufficio”, ex art 420.3 cpp), mancherebbe l’Ufficio di Difesa: uno dei tre costitutivi del processo…  senz’esso,  incostituibile?
pdiaz

sentenza Cass., Sez. II, 22353/2013

Il caso può essere sintetizzato come segue:

– un difensore assisteva in appello una donna già condannata in primo grado per estorsione e colpita dalla misura cautelare del divieto di avvicinamento alla vittima;

-nel giudizio dibattimentale di appello (non abbreviato), il difensore aveva fatto tempestivamente pervenire alla Corte d’Appello la rituale dichiarazione di adesione all’astensione proclamata dall’Avvocatura, senza comparire all’udienza (ciò è consentito dall’art. 3 del Cod. di Autoregolamentazione);

– la Corte prendeva atto della dichiarazione e nominava un difensore d’ufficio, disponendo comunque la celebrazione del processo, “trattandosi di imputata sottoposta a misura cautelare”;

– non è dato sapere cosa abbia detto il difensore d’ufficio;

– la sentenza di condanna di primo grado veniva confermata in appello;

– il difensore presentava ricorso in Cassazione, rilevando la nullità della sentenza d’appello per violazione del diritto di difesa, per non essere stato concesso il rinvio in ragione dell’adesione all’astensione, posto che l’imputata non era in carcere, ma solo colpita da misura restrittiva meno afflittiva e non aveva comunque chiesto che si procedesse, neppure ai sensi dell’art. 4 del Cod. di Autoregolamentazione;

– ciò nonostante la Cassazione, in spregio ad ogni principio regolatore del diritto di protesta, oltre che delle Fonti di diritto, affermava che, “il giudice nel valutare le circostanze che, rendendo urgente la trattazione, impediscono l’accoglimento di una richiesta di rinvio del dibattimento motivata dall’adesione all’astensione (…), non è legato dai pricipi fissati dall’avvocatura per autodisciplinare l’astensione medesima, ma deve autonomamente procedere al bilanciamento degli interessi in gioco in quanto il Cod. di autoregolamentazione è un atto che vincola i soli associati;

come dire, insomma, che

siccome è dovere del giudice contemperare le esigenze di protesta di un’associazione forense con quelle dell’imputato al diritto ad un giusto processo e di speditezza della giustizia;

siccome, in pratica, nel caso di specie si trattava di una persona comunque limitata nella libertà anche se non detenuta, la quale aveva tutto il diritto di essere processata e condannata – presto e subito – anche senza il suo avvocato e anche se non lo aveva chiesto,

era, dunque, giusto processarla anche senza il difensore, perché quello era senz’altro il desiderio dell’imputata.

La violenza della forzatura giuridica contenuta in quella sentenza e l’evidenza del disprezzo della complessiva funzione dell’avvocatura anche in relazione agli atti regolamentari assegnati alla stessa dal Legislatore sono implicitamente riconosciute – peraltro inconsapevolmente – dalle stesse SSUU nella sentenza 26711/2013, dove si afferma che – considerato che, in base alla richiamata disposizione legislativa è stato adottato da parte degli organismi di categoria, il 4 aprile 2007, il Codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati, e che tale codice, con le modifiche apportate nel corso delle successive audizioni, è stato valutato idoneo dalla Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali con deliberazione del 13 dicembre 2007, la quale ha disposto la pubblicazione del codice stesso e della citata delibera sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sul sito Internet della stessa Commissione; – considerato, dunque, che il codice di che trattasi assume valore di normativa secondaria alla quale occorre conformarsi.

La sentenza della II sezione sembra pertanto fare sfoggio di un esercizio muscolare-discrezionale che non solo non le compete, ma che piuttosto disprezza la funzione difensiva, pur evocando – peraltro in modo forzato e non pertinente – principi incostituzionali in apparente copertura a tale atteggiamento.”

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6.1.14

Le Forze del disordine e della insicurezza pubbliche

Sulla scorta del chiaro servizio televisivo (rai tre), epifania (anche per il giorno ospitante), illustrazione pubblica, di sistematici attacchi, casuali, alla popolazione inerme, con ingiurie minacce percosse lesioni omicidii, perpetrati, dagli organi  dell’Ordine e della Sicurezza pubbliche, con abusi della forza armata in dotazione, con intimidazioni dei testimonii di quei fatti, le loro sottomissioni onerose, finanche, con l’omertà se non la complicità degli organi (PM) della “azione penale obbligatoria”, con la complicità (fino alla falsificazione dei verbali dei rapporti delle relazioni delle comunicazioni delle repertazioni delle refertazioni, di ogni divulgazione narrativa o assertiva del Corpo solidale e inseparabile)… :

che cosa avrebbe da dire l’art 416 bis.3 cp, vietante e puniente (fino alla tortura “del 41 bis”) “l’associazione.. di tipo mafioso”, quella ove “coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti…”?

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6.1.14

“Narcos” e  “antidroga”

Contro la legalizzazione della droga si schierano i commandos nazionali antidroga (composti in parti uguali da magistrati e poliziotti), giacché, la legalizzazione, debellerebbe in un istante ì commandos narcos prodroga, senza il conflitto armato (in forma giudiziaria) con i quali, “i nostri”, non sopravvivrebbero, nella gratificante e plaudente scena sociale che ognora li ospita…e, inoltre, non lucrerebbero l’immane quanto fraudolento profitto globale che ognora spudoratamente incassano…

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5.1.14

Legalitarismo Italiano

Il legalitarismo, delle magistrature delle polizie dei loro sostenitori mediatici sociali etici religiosi politici al seguito indefesso acritico e servile, è “la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini farebbero le peggiori cose per  il gran bene di tutti..  “: così John Maynard Keynes sulla ideologia del capitalismo, pienamente parafrasabile per quella del legalitarismo italiano…

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G8 di Genova, 3 superpoliziotti agli arresti dopo 13 anni per i pestaggi alla scuola Diaz

“Gratteri”, coautore della “macelleria messicana” alla Scuola Diaz, ha qualcosa che vedere col “Gratteri” di una DDA suditalica, figlio d’un macellaio (a quanto si dice), “macellatore” (a sua volta) in forma giudiziaria (oltre che del diritto e della grammatica italiani) di talune popolazioni meridionali (appositamente dette) “di tipomafioso”?

Se non avessero che vedere, chi dei due avrebbe priorità nel cambio del nome?

http://www.repubblica.it/cronaca/2014/01/03/news/g8_di_genova_tre_superpoliziotti_finiscono_agli_arresti_domiciliari-75013320/?ref=fbpr

L’irruzione della polizia nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001 GENOVA – Arresti domiciliari per tre superpoliziotti per le violenze alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. A subire la decisione del Tribunale di sorveglianza sono Spartaco Mortola, che allora dirigeva la Digos di Genova (deve scontare otto mesi), Giovanni Luperi, ex dirigente dell’Ucigos ora in pensione (deve scontare ancora un anno) e Francesco Gratteri, ex numero tre della polizia, anche per lui un anno da scontare. Sono stati arrestati nei giorni scorsi, ma potranno beneficiare di alcune ore di libertà (fino a 4) e usare il telefono. Potranno chiedere il riconoscimento della buona condotta e avere uno sconto di pena.

I tre avevano presentato domanda per l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma il giudice di sorveglianza l’ha respinta.

Stesso provvedimento era stato emesso nelle settimane scorse per Nando Dominici, Massimo Nucera, Maurizio Panzieri, Fabio Ciccimarra, Salvatore Gava e Filippo Ferri. A uno solo, Carlo Di Sarro, è stato concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali.

“Meglio tardi che mai… Dopo quasi 13 anni dai fatti, tre dei poliziotti più alti in grado presenti a Genova durante il G8 del 2001 sono stati arrestati per la “macelleria messicana” della notte della Diaz. Sono stati condannati agli arresti domiciliari ed è stata rifiutata la loro richiesta di essere inviati ai servizi sociali”, commenta Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum nel luglio 2001.

“Nei lunghi anni del processo, mentre i magistrati li inquisivano, le loro carriere progredivano vertiginosamente di promozione in promozione con il beneplacito del governo di turno e con il silenzio del Parlamento; nessuno nella polizia, come nel governo, ha mai sentito la necessità, nemmeno dopo le condanne di primo e secondo grado, di rimuoverli dai loro incarichi”, dice Agnoletto. Anche per queste ragioni, scrive ancora l’ex portavoce del Forum, la decisone dei magistrati “è di estrema importanza ed è stata possibile proprio per l’indipendenza dal potere politico che l’attuale Costituzione garantisce alla magistratura”.

Gran parte della pena, ricorda infine Agnoletto, è stata cancellata dal “provvidenziale” indulto del 2006, “ma la decisione del giudice prova, tra mille difficoltà, a ribadire un principio fondamentale: non ci sono zone franche, non ci sono impunità garantite dalla divisa che si indossa. Le vittime della violenza perpetrata dagli uomini in divisa la notte della Diaz stanno ancora aspettando da dodici anni una parola di scuse dalle nostre istituzioni; che finora -conclude – non c’è stata”.

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3.1.14

“Classe operaia”

La “classe operaia”, se non fosse stata male informata, avrebbe potuto ravvisare, quale suo sfruttatore e nemico, non il padrone, bensì lo Stato, con quello, contro questo, avrebbe potuto allearsi, giacche questo, con i suoi conviventi e mantenuti (forze armate o dell’ordine, magistrature, burocrazie d’ogni specie, forze politiche e ideologiche gregarie, clientele d’ogni specie), toglieva (anzi estorceva con la potenza del Fisco),  all’uno e all’altro, il frutto del proprio  lavoro…

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2.1.14

“Lotta  per la legalità”

Le inchieste servivano alle forze dell’ordine, alle magistrature, agli organismi sociali, sopratutto mediatici, serventi e coagenti, esclusivamente per apparire….non per adempiere a doveri funzionali nel ricorso dei presupposti, doveri che, anzi, erano evocati a pretesto e a copertura…
lo facevano senza altra causa che quella, benché sulla carne degli inquìsiti e dei loro corrispondenti sociali, innocenti e innocui,  dei quali facevano materia di sacrifici rituali, a prò di sè…

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24.12.13

“Siamo per la prima volta alla svolta generazionale del Paese”, suona “letta” nel “sunto”  annuale sulla attività  governativa….

è cauto, a non dire “svolta del Paese”, a tenere il raggio d’azione del sostantivo entro l’aggettivo, tuttavia tratto non d’altro che dalla data di nascita propria di “renzi” e di “alfano”, il trio essenzialmente canoro salito alla ribalta politicante…

ma se pensa che, la sua età, possa (comunque) rappresentare una “svolta…del Paese”, la assuma (delirando) come periodo storico, come Età, la assuma come fattore della Politica, è un falsario o è uscito di senno (se mai vi fosse entrato)…

o è un falsario inconsapevole, se tralascia che, (ancor) più giovane di ventanni, pur politicando alacremente, non alzò un dito, a fermare o contenere l’obbrobrio socioeticoeconomicoparlamentaregovernativogiudiziario, del berlusconiano ventennio successivo;

anzi lo volle, fin d’allora flirtando, incestuoso, con “alfano” già (truce) alfiere d’esso: finanche, cospirando con lui, in una associazione parasegreta, fucina dell’ interpartitismo burocratico, totalitario, contro il popolo, detta, minacciosamente, ve.drò)…

D’altronde, nemmeno percepisce quanti veterocostumi, veterovedute, veterotattiche, veteroistinti, da vecchio regime, porti addosso e appresso, nemmeno sospetta quanta neopolitica sfugga alla sua mente retrograda, quanto storicamente vecchio sia.

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17.12.13

L’occhio torpido, torbido, inattendibile, toglibile alla tenebra, soltanto, dal luccichio (giallognolo) dei denti anteriori (incontinenti come molari, da carnivoro di forma antecedente la  evoluzione alimentare),  alla dilatazione,  sardonica,  delle labbra camuse, l’occhio di “alfano” (l’escrescenza tumorale del tessuto sociopolitico, l’infezione letale della repubblica), si fa avanti, ostile, per dire, che le parole, pur morienti al nascere, di un sepolto vivo (nel “cemento armato” del 41 bis),  il “tipomafioso” Riina, rivolte al “tipoantimafioso” Dimatteo (un magistrato), rappresenterebbero  un “attacco allo Stato”.

Ora, a parte l’arditezza dell’ identificazione, del potere “di tipoantimafioso”,  con lo Stato, e, prima, quella della supposizione della minacciosità verbale dei sepolti (due eccessi da  irregolarità politologia e materiologica):

potere “di tipoantimafioso”e “di tipomafioso” non pervennero a trattativa, secondo la (stessa) elucubrazione (pseudogiuridica) di quel magistrato (e di  altri)?

Dunque, semmai, non rappresenterebbero, le parole di Riina, inadempienza contrattuale, anzichè “attacco allo Stato”?

Ma a quel “tipod’occhiod’alfano”, non potrebbe non sfuggire finanche l’ovvio…

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12.12.13

“Blandire le minoranze sconvolge le regole della democrazia”, enuncia “letta”, sulla inopportunità della attenzione politica al movimento dei “forconi”:
secondo l’insegnamento sulla democrazia ricevuto da ziogiannipiduista, il turpe mentore del secondo ventennio mussoberlusconiano degli ultimi centanni?
Ebbene, rispetto a cotanto nepote politicante, il segretario uscente del partito fondato da A.Gramsci, “epifani”, incitando il parlamento all’intransigenza del tempo eroico dell’antiterrorismo, non dubita, indementito, di potere equiparare i camionisti alleati dei “forconi ” a quelli cileni per Pinochet e, il nepote, ad Allende:
secondo l’insegnamento ricevuto dal trio canoro occhettodalemaveltroni, discioglitore della storia della sinistra italiana?
E cosi, aggiungerà “letta”, gli “attacchi alla politica”, dei “forconi”,  sarebbero un “attacco alla rappresentanza”:
di quelli che non ne hanno?

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