24.03.17

Diego (di) Marmo

Raiola è un caporale dell’esercito felicemente vivente fra le tradizioni familiari del ridente meridione italiano.
Un dì  conversa al telefono con un amico, gli annuncia che porterà ad un banchetto due chili di mozzarelle e che comprerà un televisore per un altro amico, affinché possa vedere la partita.
La conversazione è intercettata dalla procura della repubblica di Torre Annunziata, che sospetta di traffico di stupefacenti l’interlocutore del caporale. E, ad occhio e orecchio d’essa, e della sua polizia, mozzarelle televisore partita divengono senza meno criptici significanti  di traffico di droga.
D’altronde, procure e loro polizie, “istituzionalmente” (oramai), non solo violano la segretezza, e così sopprimono la libertà, delle comunicazioni e delle conversazioni interpersonali  (ad affronto dell’art 15 della Costituzione, che le ha protette fino che, le suddette, presero il sopravvento imponendo “leggi” pro sé ad un Parlamento in via di asservimento); ma lo fanno col preciso intento di contraffare il senso di qualsiasi parola captassero, allo scopo di inscenare “confessioni” del parlante.
E tali sarebbero, quelle di Raiola, con intangibile certezza già dalla fase processuale in cui dominerebbe la presunzione costituzionale del contrario; tuttavia oramai derelitta, se mai avesse operato, nella “repubblica delle procure”, e, invero, anche nella opinione pubblica che la abita (perciò, e senza saperlo, sull’orlo dell’abisso socioculturale, del cannibalismo  materiale al fondo d’esso).
Tanto che, il povero caporale, oltre che “indagato”, dai suddetti “investigatori” (non più che compulsivi origliatori, in effetti), un mattino, all’alba, alla porta di casa si ritrova i carabinieri intenti a passarla, per asportarnelo, trascinarlo alla caserma e poi al  carcere.
Lì soggiornerà a lungo, poi andrà agli arresti domiciliari, indi sotto le “forche caudine” di un estenuante processo, che tuttavia si concluderà con la affermazione della sua innocenza. Ma frattanto, sarà “congedato” dall’esercito irreversibilmente, non avrà più di che sostentarsi, malgrado ogni suo ricorso ai tribunali della repubblica.
Ebbene.
Chi, nell’occasione (in tutto simile a innumerevoli altre, infestanti e opprimenti intere  popolazioni, ignare e inermi, del “Bel Paese”) sarebbe stato il regista della “operazione” (così appellano, magistratura e polizia, “rastrellamenti” puramente militari, ben noti al passato quarantennio italiano), di cattura orgiastica della preda (che altro, tanta è la foga venatoria), che la Costituzione ed il più elementare civismo, tuttavia, erigerebbero a titolare di innocenza inconculcabile ?
“DiegoMarmo”.
Ma chi è (anamnesticamente) costui?
È l’inoculatore del tumore mortale, a mezzo di persecuzione giudiziaria con esposizione stradale in manette, incellamento, scandalosa condanna e assoluzione irriparatoria, in Enzo Tortora.
Un “soggetto” (così il ceto i cui appartiene designa irriguardosamente “gli indagati”), dunque, dalla pericolosità sociale provata, della quale era certa (non solo probabile o possibile), ulteriore manifestazione di se’, di attentati contro l’incolumità materiale e giuridica delle persone, di “recidiva”.
Ebbene, perché fu tenuto libero, da chi la privazione della libertà (per pericolosità sociale), di chiunque,  ha a base e  giustificazione della propria attività?
Libero e, per giunta, a capo di una procura della repubblica, cioè munito del potere sociogiuridicamente più aggressivo e devastativo della persona?

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